"Anno domini 1491.
Ruggero Franzoso, un giovane fabbricante di pergamene, è avvicinato da un misterioso
personaggio, forse un profanatore di tombe, che gli propone l’acquisto di due antiche
pergamene. La prima è il verbale degli interrogatori degli ultimi cavalieri templari tenuto nel
castello di Chinon nell’agosto del 1308, la seconda descrive il misterioso regno di Prete
Gianni. Il miraggio del guadagno porterà Ruggero a Firenze da monaco Leonardo da Pistoia e
da Marsilio Ficino.
Quei contatti e il suo tentativo di vendere le pergamene, saranno l’inizio delle sue sventure.
Ricercato dalle guardie del signore di Firenze e dall’inquisizione, fuggirà dalla Toscana con la
moglie Matilde e il piccolo figlio Tuccio. Tommaso d’Agnolo, un vecchio frate ospitaliero
cieco, li accompagnerà nel loro vagabondare.
Percorreranno prima le strade di Francia, seguendo la via dei Franchi, poi giungeranno in
Portogallo e in Spagna.
Il frate li guiderà seguendo una traccia fatta d’indizi misteriosi, oscuri segni di
riconoscimento, documenti sibillini scritti nell’alfabeto segreto dei Templari. Alla fine di quel
filo di Arianna ci sarà forse il tesoro mai trovato dell’Ordine del Tempio?
Il loro lungo viaggio terminerà l’anno successivo nell’agosto del 1492 prima a Palos e poi
nell’isola di La Gomera nelle Canarie.
Sono i giorni nei quali salpa la flotta di Cristoforo Colombo alla ricerca di una via per le
Indie.
Forse l’Ordine del Tempio non è finito in cenere assieme agli ultimi Templari arsi vivi su un
isolotto della Senna nel 1314? Forse un disegno misterioso a lungo coltivato, generazione
dopo generazione, consentirà di ricostruire un nuovo ordine, un luogo giusto e felice da fare
invidia a re e imperatori?

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Il Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza esitazioni. Riferisco come lo
vidi. Egli si tolse gli indumenti, esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza
affatto tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per assicurarlo al
palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse ai suoi carnefici: «Almeno
lasciatemi congiungere un po’ le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne è il
momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma accadranno ben presto
disgrazie a coloro che ci condannano senza giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio
con questa convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego, verso la
Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di Notre Dame de Paris)». Gli fu concessa
questa grazia e la morte lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che ognuno ne
restò meravigliato.
Cronaca relativa al rogo di Jacques de Molay e Goffredo di Charney. Parigi 11 marzo 1314

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Antefatto
18 marzo 1314, Parigi. Isolotto dei Giudei, notte
La notte colore dell’ebano si era portata via i colori e i rumori di Parigi assieme alla vita dei
due templari arsi sul rogo. Sotto quel cielo plumbeo si udivano solamente il suono dei remi
che ritmicamente s’immergevano nell’acqua limacciosa della Senna.
In quell’aria bagnata da un’acquerugiola onnipresente e uggiosa, Guillaume de Molay e
l’amico Thomas de Chartres, faticavano a stare in equilibrio nell’unica vecchia barca
sgangherata che erano riusciti a trovare lungo la riva della Senna e che non fosse incatenata.
Del resto il tragitto da percorrere era breve: l’isolotto dei Giudei era a poche decine di passi
davanti a loro, nel mezzo del corso del fiume. Non era tanto la piroga che imbarcava acqua a
preoccuparli, quanto il fatto di essere visti, di essere uditi. Non erano trascorse che poche ore
da quando su quell’isolotto maledetto erano stati arsi vivi gli ultimi due templari: suo padre
Jacques de Molay e l’amico Geoffrey de Charnay.
Guillame, con la morte nel cuore, doveva dare seguito alle ultime disposizioni testamentarie
del padre: raccogliere le loro ceneri e con esse, tramandare nel tempo l’ingiustizia perpetrata a
loro danno da quell’infame del re Filippo IV e dal suo complice il papa Clemente V.
Arrivati in prossimità dell’isolotto, il vento di sud ovest portò alle loro narici l’odore di legna
bruciata, ma anche quello dolciastro di carne arrostita, quella umana, quella di suo padre e
dell’amico Geoffrey.
Guillaume ebbe ripetuti conati di vomito e fu tentato di abbandonare l’impresa e di tornare
verso riva. Se ne stette per alcuni attimi con la testa tra le mani, mentre la piroga era
agguantata dalla corrente del fiume e portata via. Poi riprese a vogare. Doveva farsi forza,
doveva raggiungere quel luogo maledetto.
Appena sbarcati sull’isolotto dei Giudei, la prima reazione che ebbe fu di scappare lontano da
quell’orrido afrore di carne umana bruciata. Si mise sopravvento e si avvicinò alla platea del
rogo. Il luogo dell’esecuzione fumava ancora, c’era rimasto solamente un piccolo moncherino
bruciacchiato del palo al quale erano stati legati e le estremità dei legni esterni della pira.
Da sotto un panno, tirarono fuori un lumino a olio, cercando di tenerlo coperto il più possibile
e confidando che nessuno dalla riva potesse vedere quell’esile punto di luce. Il fuoco non era
riuscito a consumare per intero i due corpi. Si vedevano ancora pezzi di osso e parte dei denti
ancora attaccati alle mandibole. Troppo per Guillaume che corse via piangendo
raggomitolandosi sul bordo della riva.
Fu Thomas che diede seguito a quel lascito testamentario. Si mise a raccogliere le ceneri e
qualche piccolo pezzo di osso con cui riempì un’urna di terracotta. Il resto del rogo lo affidò
alle acque della Senna. Niente di quello che appartenne al corpo di Jacques de Molay e di
Geoffrey de Charnay doveva rimanere su quell’isola maledetta. Con il cuore in gola per
l’emozione, prima di allontanarsi e risalire in barca, aiutato dal lucore del lumino a olio,
controllò un’ultima volta che non ci fosse restato niente. Fu allora che la sua attenzione cadde
su qualcosa di piccolo, di rotondo, appoggiato a un sasso della Senna. Lo raccolse, era una
moneta che sembrava d’argento, anzi una mezza moneta tagliata di traverso. Thomas,
sfregandola tra l’indice e il medio la pulì dalla cenere e la avvicinò alla luce. Raffigurava
l’immagine di un misterioso soggetto con due volti, attaccati per la nuca, uno speculare
all’altro. La mise nella scarsella. Ora bisognava ritornare a riva e dileguarsi nel buio della
notte di Parigi.

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Non appena furono a riva, prima di separarsi e correre via più lontano possibile, Thomas
raccontò all’amico l’accaduto.
«Guarda cosa ho trovato ai piedi della pira», bisbigliò mentre gli porgeva anche l’urna
cineraria.
Guillaume de Molay la prese tra le mani rigirandola e scrutandola a fatica per via degli occhi
velati dalle lacrime. Il suo dolore si trasformò in una strana forma di gioia.
È di mio padre, Jacques la portava sempre con sé. È una moneta antica, è romana, è tagliata a
metà e raffigura il Giano, il dio bifronte.
«Pensi la tenesse apposta quando è stato consumato dalle fiamme?», soggiunse Thomas.
«Penso proprio di sì. Pensava che questo dio bifronte fosse in grado di guardare al passato e al
futuro contemporaneamente. Mi diceva che Giano rappresentava i momenti di passaggio della
vita. Anche dopo la morte c’è sempre l’inizio di una nuova stagione. Forse ha voluto che noi
la trovassimo e che si continuasse il suo lavoro interrotto dalle fiamme».
«Lavorare per la realizzazione dell’Ordine del Tempio?» riprese Thomas.
«Perché no! Oggi siamo sconfitti e fuggitivi. La persecuzione di quell’infame del re Filippo
IV ha attraversato tutti i Priorati, ma un giorno resusciteremo da queste ceneri come rivive
l’Araba Fenice dalle sue. Una nuova età dell’oro vedrà presto la luce».

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PARTE PRIMA

LE PERGAMENE MISTERIOSE

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1

1491 lunedì 2 febbraio, nei pressi di Colle di Poggio Bonizio.
A memoria d’uomo non si era mai vista una stagione così fredda. 1 Ormai per Ruggero era
quasi impossibile lavorare le pelli immergendole nel calcinaio, perché l’acqua ghiacciava,
gelando le mani e impedendogli di togliere i peli per fare le pergamene. Tutto era ghiacciato
da quel vento gelido, le punte delle orecchie, i piedi, i muscoli delle guance che non facevano
articolare neppure una bestemmia. I monaci dell’abbazia di san Michele Arcangelo a Marturi
per ora si sarebbero dovuti rassegnare. Niente pergamene con quel freddo. Bisognava liberarsi
di quelle stese sui telai ad asciugare, buttare via quelle già levigate con la pietra pomice,
buttare anche quelle colorate pronte per la vendita.
Meglio lasciare stare tutto così al freddo e alle intemperie. Sarebbero arrivati giorni migliori.
Meglio rintanarsi in casa, provando a riprendere colore e calore davanti al caminetto
perennemente acceso. Quel fuoco era diventato come un altro membro della famiglia. Si
viveva davanti a lui, si mangiava davanti a lui e ci si dormiva pure tutti assembrati su un
pagliericcio disteso per terra.
Freddo a parte, quel due febbraio era una data importante per vari motivi.
Il primo perché era la festa della candelora e Matilde e suo figlio Tuccio avevano fatto
benedire le candele di sego e di cera d’api all’abbazia già dal primo mattino.
Il secondo era perché Ruggero avrebbe fatto il rito delle gocce d’olio per vedere se casomai
qualcuno della famiglia avesse avuto addosso il malocchio.
«È un freddo cane là fuori», biascicò con le mandibole incollate per il freddo, serrandosi la
porta alle spalle.
«Se piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro»,
cantava il piccolo Tuccio saltellando da una parte all’altra.
«Speriamo tu abbia ragione», disse la madre guardandolo con occhi benevoli. «Per ora mi
sembra che il bel tempo si faccia aspettare».
«Allora, da chi si comincia a cercare il malocchio?», chiese Ruggero che si era ripreso un po’
dal freddo.
«Io! Io!», implorò il piccolo attaccandosi alla veste della madre.
«Però mi servono tre capelli, lo sai. Chiudi gli occhi che fa tutto il babbo».
Partì uno strattone a una ciocca e partì anche un piccolo pianto del bambino.
Ruggero prese una bacinella d’acqua, ci depose sopra i tre capelli, poi versò delicatamente
alcune gocce d’olio che rimasero pressoché intatte.
«Non hai il malocchio. Vedi? Sei un ragazzino fortunato».
«E se invece l’avevo?»
«Se tu l’avessi avuto le gocce si sarebbero allargate formando delle figure. Allora io ti avrei
tolto il malocchio tagliandole con una croce e buttando via l’acqua per terra. Ora tocca alla
mamma».
«Però i capelli me li strappo da sola», lo interruppe Matilde. «Li ho già preparati. Eccoli
qua!».
Ruggero questa volta non fece neppure in tempo ad adagiare i tre capelli sulla nuova ciottola
che si udì bussare alla porta. Chi poteva essere in una giornata tanto fredda? Non aspettavano
nessuno.
«Abita qui Ruggero Franzoso?», si sentì domandare da fuori.
«Che volete? Oggi non lavoro. Passate un altro giorno».
1 L’anno 1491 è ricordato come una delle annate più gelide. Congelarono l’Arno e tutti i fiumi e i laghi del centro-
nord d’Italia. La primavera non fu dissimile e neanche l’estate. All’inizio di giugno nevicò a Bologna e Ferrara.

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«Non sono le vostre pergamene che cerco. Sono io che ho una cosa per voi».
Marito e moglie si diedero un’occhiata interrogativa, dopodiché Ruggero si avviò ad aprire la
porta.
Davanti a lui si parò un uomo intabarrato, con il cappuccio calcato sulla testa e il lucco
avvoltolato attorno alle gambe per via del forte vento.
«Vi devo mostrare una cosa che potrebbe interessarvi, anzi più propriamente ve ne vorrei
parlare», chiarì con la voce sferzata dal vento.
«Allora è meglio che entriate», riprese il giovane. «Non è una giornata da stare a conversare
sulla porta».
L’uomo entrò, si tolse il cappuccio, e apparve un volto dai bei lineamenti curiosamente
contornato da dei capelli molto corti e una barba lunghissima e fluente. Ringraziando con gli
occhi si pose davanti al fuoco con lo sguardo tuffato nelle fiamme che guizzavano azzurrine.
Passarono alcuni momenti quasi dovesse riordinare i pensieri.
«Allora ditemi», lo stimolò il padrone di casa.
«Per ora non saprete il mio nome», tossicchiò il misterioso ospite raschiando la voce. «però
ve lo dirò se sarete interessato a quello che ho da offrirvi. Un mercante mi ha parlato di voi e
del vostro lavoro».
«Sapete che fabbrico pergamene?».
«Infatti. Mi ha detto che siete un valente artigiano e nonostante la vostra giovane età siete
ricercato per la qualità dei fogli. Mi ha detto anche che le vendete ai monaci dell’abbazia di
san Michele Arcangelo a Marturi».
«E non solo», lo interruppe con una punta di orgoglio. «Le vendo anche ad altri. Ho clienti
fino a Firenze».
L’ospite misterioso staccò gli occhi dal fuoco e a quel punto Ruggero poté vedere bene i suoi
occhi. Aveva un che di misterioso teneva un comportamento altero e sembrava sicuro di sé.
«Ma non è dei fogli da scrivere che vi voglio parlare», proseguì quell’uomo, «ma di
pergamene già scritte. Sono a conoscenza che per via del vostro lavoro scoprite ogni tanto dei
documenti antichi e preziosi e che ne fate anche commercio».
Ruggero si schermì e provò imbarazzo. Come poteva essere a conoscenza di quella cosa
proibita? Non doveva essere un segreto che comprava, barattava e vendeva preziosi
manoscritti con la complicità dell’abate Gualando, il bibliotecario dell’abbazia? In genere se
ne occupava lui di collocarli sulla piazza di Firenze. Di solito erano antiche pergamene.
«Non dovete vergognarvi o avere timore», lo rassicurò l’uomo alla vista del suo imbarazzo.
«Quello che conta è che non vadano distrutte e che restino a disposizione di qualche amante
delle arti liberali. Trivio o Quadrivio non fa differenza».
«Allora basta con i preamboli, veniamo al sodo. Che cosa avete da offrirmi?».
L’uomo, senza che nessuno glielo avesse chiesto, si mise a sedere davanti all’unico tavolo
presente nella stanza e invitò Ruggero a fare lo stesso. Nel frattempo Tuccio incurante di
quella nuova presenza, continuava a saltare e a urlare la sua filastrocca della Candelora. «Se
piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro». Ci
pensò Matilde a calmarlo, agguantandolo per una mano e portandolo per una ripida scala di
legno nella stanza di sopra.
«Quello che ho da offrirvi è molto prezioso, forse così prezioso che un affare così non vi
capiterà una seconda volta nella vita. Ne ricaverete grossi guadagni ed io con voi».
A quel punto Ruggero era così preso dall’idea di un guadagno importante che lo guardava
senza riuscire a dissimulare il grande interesse.
«Si tratta di due documenti», proseguì l’ospite, «di due antiche pergamene. Uno è un piccolo
libro dove si descrive il Regno del Prete Gianni. L’altro è un foglio stilato per conto di un

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papa, di papa Clemente V. È datato agosto 1308. Ha 183 anni! Allora che ne dite.
V’interessano?»
Il giovane capì al volo che da quei due documenti ne avrebbe tratto un grosso guadagno, però
prima di fargli capire apertamente il suo interesse voleva saperne di più.
«E perché non li avete con voi?», chiese sempre più incuriosito ma anche diffidente.
«Perché non vi conosco e devo scoprire se fidarmi di voi. Magari mi potreste denunciare.
Comunque facciamo un passo alla volta. Intanto vi dico che il mio nome è Guglielmo e abito
a quaranta leghe da qui. Sono tre o quattro giorni di cammino. Qui fuori della vostra
abitazione, ho un carro e una cavalla con la quale ho fatto il viaggio. Le pergamene sono a
casa mia se le vorrete vedere».
«Guglielmo? Guglielmo e poi?».
«Guglielmo e basta. Faccio il rustico e il porcaro. Se proprio volete, chiamatemi Guglielmo
da sant’Antimo dal momento che vivo là. Le pergamene le ho avute da un tombarolo, da un
profanatore di tombe. Invece di trovare vasi, spade, cinture, monili, ha scoperto queste
pergamene e me le ha date in cambio di poche libbre di farina di segale».
«Il porcaro?», ironizzò Ruggero. «Non si direbbe a guardare le vostre mani. Sembrano più
quelle di un cavaliere o di un padrone».
«Vedo che oltre che essere un bravo artigiano siete anche un acuto osservatore. Però dovete
pensare che i servi ci sono apposta per fare i lavori che un padrone non vuole fare. E io sono
un rustico che possiede due servi. Allora, invece di scrutare le mie mani, mi sapete dire se
queste pergamene vi interessano oppure no?».
«Ci devo pensare, ne devo parlare con mia moglie. Poi il viaggio…».
Guglielmo diede un’occhiata verso la scala di legno, dall’ultimo scalino penzolava un lembo
del vestito di Matilde.
«Anch’io ho una vista acuta come la vostra. Vostra moglie è seduta in cima alla scala e non si
è persa una parola del nostro dialogo. Ci potete parlare anche subito».
La giovane scoperta a origliare, si affacciò dalla botola rossa in volto tenendo per mano il
figlio che misteriosamente si era calmato.
«Io vi lascio da soli», esclamò Guglielmo. «Ne riparleremo domani mattina e mi farete sapere
delle vostre decisioni. Tra non molto sarà buio, è meglio che mi muova».
«Ma dove intendete andare?», gli domandò Ruggero.
«A due passi da qui. Al Castello della Magione. Ci sono gli ospitalieri di san Giovanni di
Gerusalemme che si occupano dei pellegrini e dei viandanti in transito. Troveranno un
pagliericcio anche per me».
Ruggero buttò un’occhiata alla moglie che capì il senso del suo sguardo e annuì con un cenno
della mano.
«Li conosco bene e conosco anche il priore che è stato una specie di padre per me. Però sarei
più contento se rimaneste a dormire qui con noi. Anche mia moglie è d’accordo. Io non ho
servi, ma una scodella di zuppa e del pane e formaggio ve lo posso garantire».
«Non vorrei approfittare…».
«Non vi dovete preoccupare, è un invito sincero. Poi potremmo parlare ancora di quelle
pergamene. Devo farmi un’idea per capire se valgono il viaggio fino a casa vostra».
«Ma la cavalla? Bisogna che le trovi un riparo. Con questo freddo non passerebbe la notte».
«Questo non è un problema. C’è un vicino che ha una stalla calda e capiente. Vi condurrò fin
là».
Guglielmo accettò di buon grado, sembrava quasi che si aspettasse quell’invito. Scese le sue
poche cose dal carro e preso l’animale per le briglie, si incamminò con Ruggero verso la
fattoria del vicino. Ormai era quasi buio e il vento che era cessato era stato sostituito da una

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brina che copriva tutto come un panno di cipria bianca. Camminarono affiancati, illuminando
la strada con una lanterna a olio che si rifletteva nelle pozze d’acqua congelate.
«Sentite come canta il velo del ghiaccio sotto il peso dei nostri passi?», gli fece notare
Ruggero tanto per rompere il loro silenzio.
«C’è poco da cantare! Se continua così non sarà possibile neppure seminare», sbottò
Guglielmo.
«E io? Che cosa dovrei dire. Avete visto le pergamene tese ad asciugare? Sono tutte sfibrate
dal ghiaccio. Tutto lavoro da buttare nella concimaia!».
Non ci volle molto ad arrivare dal vicino, da Aliotto, che di buon grado e per un piccolo
compenso, si offrì di dare riparo alla cavalla e a rifocillarla con fieno e un po’ di avena. Sulla
strada del ritorno Ruggero provò a tenere viva la conversazione cercando di saperne di più su
quel misterioso villico che tanto bifolco non sembrava. Comunque, nonostante le risposte
generiche ed evasive, la diffidenza nei suoi confronti era sparita a tal punto che si misero
anche a scherzare sul risultato del malocchio fatto al figlio.
Entrati in casa furono accolti dal buon profumo del cibo. Matilde si era impegnata per
accogliere al meglio quell’insolito ospite e aveva dato fondo alle provviste di casa preparando
una zuppa di farro, carne di maiale affumicata e cavolo saltato nello strutto. Per finire pane,
ricotta di pecora e miele. Con una scopa di saggina aveva spazzato a dovere il pavimento di
terra battuta e sul tavolo erano già allineate quattro ciotole e un coltello trinciante.
«Allora iniziamo?», esclamò Ruggero raggiante e affamato.
Guglielmo lo guardò esterrefatto.
«Come? È l’ora che segna la fine della giornata e non recitate la Compieta?».
«Veramente noi…», balbettò imbarazzato, «ci facciamo il segno della croce. La Compieta la
recitano i frati e i preti».
«Scusatemi, ma io sono abituato così».
L’ospite prima si lavò a fondo le mani, poi si mise in ginocchio verso la parete che pensava
rivolta a oriente e, aperte i palmi delle mani verso il cielo, iniziò a declamare in latino: Te
lucis ante terminum Rerum Creator poscimus, ut solita clementia, sis praesul ad custodiam…
Marito e moglie, imbarazzati e sorpresi, non riuscirono a fare altro che tenere le mani
congiunte e il capo chino finché non terminò. Si atteggiarono come fossero in chiesa, ma
erano in casa loro e il maiale che sbollentava nel paiolo li riportò alla realtà.
«Ora possiamo mangiare?» sbottò Ruggero tra l’affamato e lo spazientito.
«Avete capito il significato della preghiera?» chiese Guglielmo rivolto prima a Matilde e poi
al marito.
Entrambi scossero la testa. L’uomo a suo agio come se fosse a casa sua, passò le mani tra i
capelli del piccolo.
«Allora lo spiegherò a vostro figlio con parole semplici così la imparerete anche voi. Vedi
Tuccio, per tenere lontani gli spiriti maligni e i fantasmi della notte, è sufficiente rivolgersi al
Creatore di tutte le cose perché allontani gli incubi notturni. Altro che olio nell’acqua per
levare il malocchio! Sai cosa ho chiesto nella mia preghiera?».
Il ragazzino scosse la testa mentre giocava a prendere a pugni la sua lunga barba che
dondolava da una parte all’altra.
«Procul recedant somnia, et noctium phantasmata. Ho chiesto al Creatore di allontanare gli
incubi e i fantasmi dal nostro sonno. Vedrai che bei sogni farai stanotte».
Terminata quella specie di lezione, finalmente si misero attorno al tavolo e iniziarono a
mangiare. Guglielmo mostrò di apprezzare la zuppa di farro, anche se rifiutò una seconda
scodella che Ruggero, insistendo garbatamente, voleva prendesse. Ma la sorpresa più grande
arrivò al momento di servire il maiale affumicato.
«Questo no! Grazie», esclamò deciso l’ospite.

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«Come no! Vi posso assicurare che è buonissimo. C’è gente che ucciderebbe per una ciotola
di stufato di maiale di mia moglie».
«Ne sono sicuro. Ha un odore buonissimo. Il fatto è, il fatto è…», balbettò Guglielmo, «che
non voglio mangiare la carne per più di due volte la settimana. Devo aspettare ancora qualche
giorno. Il maiale poi…».
«E che regola è? Mica siete un frate! Non è mica vigilia! Stasera è lunedì, oltretutto è la
Candelora, è festa, l’inverno finirà e tornerà il bel tempo. Suvvia! Mangiate lo stufato».
Guglielmo allontanò il cibo con un sorriso ma con mano decisa.
«Non voglio essere scortese con voi. Scusatemi sono regole che mi sono dato da solo. Per
farmi perdonare, accetterò dell’altra zuppa».
«E anche del vino!», aggiunse Ruggero che iniziò a versare generosamente da una brocca.
«Così è sufficiente», s’impuntò di nuovo Guglielmo fermandogli la mano. «Un’emina basta» 2
.
«Contento voi. Berrò io il resto del vostro vino e mi mangerò pure il vostro maiale».
Così dicendo prese il coltello trinciante e iniziò a tagliare dalla parte della cotenna. Non era
un gran coltello per quella parte dura e tenace, oltretutto era vecchio, rugginoso e poco
affilato.
Guglielmo per un po’ lo osservò armeggiare sulla carne con quegli scarsi risultati dopodiché,
infilata la mano sotto il lucco, tirò fuori un pugnale lucido e affilatissimo.
«Forse questo potrebbe servire allo scopo?», gli disse porgendoglielo.
Matilde ebbe un sussulto e si tirò indietro. Quella lama più che un coltello trinciante per la
tavola, aveva l’aspetto di un’arma. La cosa non sfuggì a Guglielmo.
«Madonna non abbiate paura, questo coltello fino a oggi ha tagliato solamente polli e conigli,
non certamente cristiani».
La cena proseguì con Ruggero che invece di indagare sul misterioso ospite, passò tutto il
tempo a decantare se stesso e il suo lavoro. Quante pergamene faceva, quante ne vendeva e
come fosse bravo a scrivere e a far di conto con l’abaco per via degli insegnamenti degli abati
di san Michele Arcangelo a Marturi. Ebbe anche un’idea per recuperare la brutta figura fatta
durante la preghiera del Te Lucis ante. Si alzò, si diresse verso una cassapanca e ritornò con
un volume di pergamena rilegato in pelle.
«Questo libro non ho avuto la forza di venderlo», confessò. «È troppo bello. Con l’amanuense
dell’abbazia ho seguito la sua stesura, foglio dopo foglio di pergamena. È il Purgatorio di
Dante Alighieri. Ora vi faccio vedere se anch’io conosco qualcosa del Te Lucis ante».
Il padrone di casa si mise a sfogliare con la massima attenzione.
«Guglielmo, vedete che bei colori? Sono pergamene che ho dipinto con tonalità verdi, rosa e
rosse. Vengono da pelli di giovani capretti, sono le più sottili e delicate. Eppure il passo che
cerco doveva essere a questo punto…»
Continuò a scrutare tra quei fogli andando avanti e indietro.
«Ecco l’ho trovato! Canto VIII, versi 1-3. Sentite com’è bello l’attacco Era già l’ora che
volge al disio ai naviganti e‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio. È la
prima sera dopo la partenza, è l’ora del tramonto. Sembra quasi di vedere i colori rossi accesi
che tingono l’acqua del mare. In quell’atmosfera struggente i marinai si commuovono
pensando a tutto quello che si sono lasciati alle spalle: luoghi cari, persone, affetti…».
Ruggero rimase alcuni attimi come ammaliato.
«Ma non è questo che vi volevo mostrare, ma subito un po’ avanti. Eccolo qua il punto! Versi
13-15. Te lucis ante sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me
uscir di mente. Avete inteso? Dante Alighieri a udire le anime del Purgatorio che declamano il

2 Emina è un’antica unità di misura italica e romana pari a 0,273 lt.

13
Te Lucis ante, si commuove a tal punto da uscire di senno. Visto? Mi ricordavo qualcosa
anch’io».
«Sapete davvero molte cose per la vostra età. Quanti anni avete?»
«Venti», rispose Ruggero.
«E voi Matilde?».
«Venti. Forse. Non sono stata battezzata qui. Non saprei a chi chiederlo».
«Non avete genitori?», soggiunse Guglielmo.
Entrambi fecero segno di no.
«E voi Ruggero?».
«Non li ricordo neppure. Morirono entrambi quand’ero molto piccolo. Rimasero schiacciati
sotto un pesante carro che si ribaltò e finì in un dirupo. Io sono stato cresciuto prima dai frati
Ospitalieri di san Giovanni di Gerusalemme giù al Castello della Magione, poi dai monaci di
san Michele Arcangelo a Marturi. Ho imparato da loro a fare pergamene, a scrivere, a leggere
e far di conto».
Guglielmo si stampò un tenero sorriso sul volto.
«Siete una bellissima famiglia. Avete già un lavoro, una casa e un piccolo marmocchio. Se
solamente fosse un po’ più calmo…».
In effetti, Tuccio forse per attirare l’attenzione su di sé, continuava a tirare la barba
dell’uomo, strattonandola sempre più forte. Guglielmo provò a distrarlo.
«Lascia stare la mia barba», lo rimproverò. «Ti faccio vedere una cosa».
Tanto bastò per incuriosire il piccolo e farlo desistere. Prese un pezzo di carbone spento da un
lato del fuoco e disegnò su un vecchio tavolato appoggiato alla parete una figura che voleva
assomigliare a un cervo.
«Vuoi vedere che lo prendo?», lo sfidò riprendendo il suo coltello e soppesandolo con la
mano.
Tutta la famiglia a quel punto s’incuriosì per quella inattesa dimostrazione. Matilde tenne il
figlio attaccato al vestito, mentre Ruggero andava con gli occhi dal coltello al disegno e
viceversa.
Partì un lancio rapido e deciso e il coltello colpì quella figura esattamente dove doveva esserci
il cuore.
«Ancora! Ancora!» si mise a strillare il ragazzino divertito e rapito da quella dimostrazione.
«Lascia stare messere Guglielmo», lo esortò la madre.
«Ma no! Accontentiamolo. Dopo però andremo tutti a letto a riposarci. Vero Tuccio?».
Il piccolo si staccò dal vestito della madre e andò ad abbracciare le gambe dell’ospite.
«Ora ti faccio vedere un’altra cosa e il babbo ci aiuterà. Ruggero potete andare a coprire la
figura del cervo con quel vecchio panno?».
Obbedì prontamente anche perché era incuriosito e divertito da quella nuova e misteriosa
dimostrazione. Coprì il disegno e si rimise accanto alla moglie mentre Guglielmo teneva
fermo Tuccio con la mano sinistra. Partì il secondo lancio e il coltello si piantò sul panno e sul
legno sottostante. Non ci fu bisogno di dire niente. Ruggero corse prontamente verso la
parete, spostò il vecchio panno e…
«Per Domineddio!», sbottò esterrefatto «L’avete colpito nello stesso punto».
«E non solo! Penso di essere capace di prenderlo anche bendato. Proviamo! Poi però andremo
a dormire. Vero Tuccio?», lo interrogò nuovamente.
Il piccolo rispose con un sorriso smagliante. Ruggero usò lo stesso vecchio drappo per coprire
la vista di Guglielmo.
«Aspettate! Vi dirò io quando coprirmi gli occhi».
Si mise in piedi davanti al disegno allargando lievemente le gambe, aggiustò l’impugnatura
del coltello, mosse anche le spalle come se dovesse trovare una sua sistemazione dentro la

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stanza, infine chiese di essere bendato. Nel silenzio generale soppesò il coltello e partì il
lancio.
«Preso!», si lasciò scappare Ruggero. «L’avete preso di nuovo! È incredibile, non avevo mai
visto una cosa così».
«E ora andiamo a letto», concluse. «Io mi alzerò alla seconda ora per pregare le lodi
mattutine. Cercherò di non disturbarvi. Lo farò in silenzio. Ci vedremo domani mattina al
sorgere del sole e voi Ruggero, mi farete sapere se siete interessato ad acquistare quelle
pergamene che tengo nascoste a casa mia».
Serbando negli occhi la prova di maestria nel lancio del coltello, tutta la famiglia si avviò alla
stanza superiore arrampicandosi per la ripida scala in legno. All’ospite, in segno di rispetto,
riservarono la stanza con il focolare e un giaciglio posticcio fatto con un cumulo di paglia
pulita.
Tuccio fece appena in tempo a orinare nel pitale. Con la testa dondolante per il gran sonno,
cadde addormentato all’istante. Ruggero e Matilde lo misero in mezzo tra di loro per tenerlo
al caldo dato che la stanza a tetto era fredda come il marmo. Dopo alcuni momenti arrivò alle
loro orecchie il distinto russare dell’ospite. Ruggero spostò il figlio di lato e avvicinò la bocca
alle orecchie della moglie facendole con l’indice il segno del silenzio.
«Che dici? Ci devo andare a vedere quelle pergamene?», bisbigliò.
Matilde allargò le braccia e sgranò gli occhi.
«Certo che è strano quest’uomo», proseguì cercando di parlare più basso possibile. «Dice che
fa il contadino e non ha le mani di un contadino. Prega e digiuna più di un eremita e non è un
religioso. Hai visto come maneggia il pugnale? Dove avrà imparato? Certo se possiede quello
che ha detto. Un libro sul Prete Gianni, una pergamena commissionata da un papa, forse
meriterebbe almeno vedere… Che pensi?».
Matilde si spostò avvicinando lei la bocca ai suoi orecchi.
«Perché vuoi il mio assenso? Ti conosco bene, hai già deciso. Sei incuriosito e vuoi vedere
quelle pergamene. Vai pure, tanto con questo gelo non potrai lavorare. Prima parti, prima
tornerai».

*******

Guglielmo era già in piedi. Fin dal cuore della notte, dopo le laudi mattutine, aveva
provveduto a ravvivare il fuoco e a cucinare nel paiolo delle castagne secche lessate in acqua
e latte.
Fu una piacevole sorpresa per Ruggero e la sua famiglia che, scendendo giù per la scala,
trovarono la tavola già apparecchiata.
«L’ho fatto per voi. Spero siate contenti. Allora Ruggero, partirete con me?».
Il giovane dopo aver guardato la moglie, annuì.
«Sono contento che abbiate deciso di venire. Sono certo che non ve ne pentirete. Tre, quattro
giorni, e poi, con l’aiuto della mia cavalla saremo vicino all’abbazia di Sant’Antimo. Tempo
una settimana, sarete di nuovo a casa. Per il viaggio all’andata faremo a turno a stare seduti
sulla serpa».
«Che via seguiremo?» domandò Ruggero.
«Quella che ho fatto per arrivare fin da voi, quella che fanno tutti i mercanti e pellegrini che
vanno da Siena verso Roma. Passeremo per il castello di Monteriggioni, poi Siena fino a
Buonconvento. Là lasceremo la via Cassia e prenderemo la strada per Montalcino.
Dormiremo per tre volte in locande o ostelli. Le giornate sono ancora troppo corte…».
«Per i vestiti? Come mi devo vestire? Fa molto freddo», aggiunse Ruggero preoccupato.
«Una schiavina pesante come la mia andrà benissimo. Sembreremo due veri pellegrini».

15

*******

Partirono dal Colle di Poggio Bonizio, seguendo l’itinerario annunciato.
Durante il viaggio non furono mai soli, almeno fino a Buonconvento. Camminarono
perennemente affiancati da birri, contadini, artigiani, pellegrini con i loro carri e animali,
soprattutto da carovane di muli caricati fino all’inverosimile.
Guglielmo si comportò con il rigore e il fervore religioso già mostrato in casa. Si fermava
spesso per pregare, in due occasioni fece elemosina a due poveri storpi donando loro quello
che sarebbe stato il suo cibo, visitava quasi tutte le chiese incontrate nel percorso. Per la
fortuna di Ruggero, almeno l’ultima sera, quando trovarono riparo nell’ospizio di
Buonconvento, Guglielmo si concesse della carne accompagnata dal vino anche se in quantità
non maggiore di una piccola brocca corrispondente a un’emina.
«Finalmente un po’ di carne!», sbottò Ruggero, «Mi chiedo come potete tenere in piedi
codesto corpaccione dandogli solamente verdure e cereali».
«Bastano, bastano», biascicò Guglielmo mentre addentava un pezzo di muso bollito. «Due
volte la settimana di carne è più che sufficiente. Domani vedrete la mia fattoria. Lì sì che c’è
carne. Sono trenta rubbi di cui la metà è destinata a pascolo». 3
«E questo che cos’è?», sobbalzò Ruggero stupito per un pezzettino d’osso che gli era caduto
sulla testa.
Non ci volle molto a capirne la provenienza perché quell’osso era stato lanciato da un tavolo
vicino dove c’erano tre balordi abbondantemente già ubriachi che volevano prendersi gioco di
quei due nuovi arrivati.
«Se andate a Roma, portate al papa questa reliquia», sghignazzò uno dei tre lanciando un
secondo osso al loro indirizzo. «Ditegli che è una costola di san porco».
Questa volta fu Guglielmo a essere colpito al viso. Lui però non si mosse di un dito.
Tra l’ilarità generale, al loro indirizzo, piovvero pezzi di pane, fave lesse, cucchiai di legno.
I due non reagirono. Ruggero perché intimorito, Guglielmo perché se ne stava con la testa
raccolta tra le mani quasi stesse pensando o pregando. Fu a quel punto che quello più rubizzo
dei tre si alzò e ponendosi davanti a Guglielmo in segno di sfida e di dileggio, iniziò a mimare
gesti osceni toccandosi sul pene.
«Oppure potresti portare questo a Roma. Potresti provare a farlo benedire dal pa…».
Non fece in tempo a finire la parola che Guglielmo lo agguantò per i testicoli con la mano
sinistra, mentre con il palmo della destra vibrò un colpo repentino sul naso del malcapitato
che stramazzò a terra con il volto madido di sangue. Alla vista del loro compare abbattuto gli
altri due si gettarono barcollanti verso il viandante, ma furono entrambi ridotti all’impotenza.
Uno stramazzò a terra con un pugno alla tempia, l’altro fu preso per i capelli e tenuto con la
faccia tuffata dentro il vassoio dello stufato fin quasi a farlo soffocare.
Ridotti i tre all’impotenza, Guglielmo li prese uno a uno e li scaraventò fuori la locanda. Poi
rientrò con calma, si rimise a sedere e, come se non fosse accaduto niente, continuò a
mangiare in silenzio.
«Accidenti!», balbettò Ruggero. «Dove avete imparato a combattere così? Non certo a fare il
contadino».
«Hanno offeso il papa», fu l’unica cosa che gli rispose quello strano compagno di viaggio
continuando a masticare.

3 Trenta rubbi circa 56 ettari.

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2

Domenica 6 febbraio, dintorni dell’abbazia di sant’Antimo
Era il turno di Ruggero di stare seduto sulla serpa e il dondolio del carro che avanzava
lentamente tra i campi prigionieri del gelo lo aveva portato quasi ad addormentarsi. Un ooh!
indirizzato alla cavalla e il carro fermo, lo distolsero dal suo torpore.
«Siamo arrivati! O volete dormire ancora?».
Ruggero aprì gli occhi e giù nel fondo della valle circondata da colline, gli apparve l’abbazia
di Sant’Antimo che rifuggiva dal grigiore dell’inverno mostrandosi con il candore lattato delle
sue pietre.
«Bella vero?», commentò Guglielmo alle sue spalle.
Si girò e lo vide in ginocchio che farfugliava qualcosa in latino che doveva essere una specie
di ringraziamento.
«Pregate per qualsiasi cosa?».
Guglielmo non raccolse la provocazione e, tirando le redini, rimise in moto il cavallo.
«Le nostre pergamene sono laggiù. Il sole è ancora alto. Le riprendiamo ora e poi andiamo
alla fattoria, o andiamo alla fattoria e ritorniamo domani. Con la compieta chiudono tutte le
porte».
«Ora, ora», s’impuntò impaziente. «Stasera alla vostra fattoria avremo tutto il tempo di
esaminarle».
Man mano che si avvicinavano l’abbazia si mostrò in tutta la sua magnificenza. Era una
chiesa in pietra molto grande disposta da levante a ponente e aveva un’abside solenne e
maestosa con un altissimo campanile punteggiato da bifore e monofore.
«Tutte quelle costruzioni verso il mezzogiorno cosa sono?»
«Tutto quanto serve a un’abbazia. Vedete il chiostro quadrato? Intorno c’è la sala, il
refettorio, la cucina, la sagrestia della chiesa, la foresteria per i viandanti, i magazzini e sopra
c’è il dormitorio dei conversi. Dall’altro lato, sopra la sala capitolare, c’è il dormitorio dei
monaci. O meglio sarebbe dire c’era perché ora è tutto in abbandono. Non ci sono più monaci
dopo i benedettini e i guglielmiti. Ora tutto quello che scorgete è sotto l’autorità del vescovo
di Pienza e Montalcino».
Ruggero si passò la mano sulla bocca.
«E prima com’era?»
«Un’abbazia potentissima: possedeva castelli, terreni, mulini, chiese, monasteri e ospedali che
andavano da Grosseto fino a Pistoia, passando per Siena e Firenze. Pensate che il priore
viveva nel castello di Montalcino. Ora non c’è quasi più nessuno».
«E le nostre pergamene?».
«Le nostre pergamene sono davanti ai vostri occhi, in un posto sicuro. Tra poco le vedrete, ma
dovrete aiutarmi a recuperarle».
Guglielmo e Ruggero legarono il cavallo con una lunghina a un anello fissato tra le pietre del
campanile, poi si avviarono verso l’ingresso della chiesa.
«Faremo così!», biascicò Guglielmo. «Io distrarrò il frate o i due frati che saranno in chiesa o
in sacrestia. Mi conoscono e non sarà difficile. Basterà dire che voglio fare un’offerta e mi
seguiranno come le api inseguono il miele. Il terzo frate è anziano e sta spesso rinchiuso dove
c’era il dormitorio dei monaci sopra la sala capitolare. Voi vi avvicinerete ai gradini
dell’altare maggiore. Sarà facile trovare un’iscrizione. È una carta lapidaria che ricorda un
lascito, una donazione elargita all’abbazia dalla famiglia degli Ardengheschi. C’è scritto: In
toto regno italico e in tota marca Tusciae. Fin qui tutto chiaro?»
Ruggero annuì.

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«Bene!», proseguì. «Esattamente da quella posizione, alzate la testa e cercate il punto dove il
Cristo ligneo appeso sopra l’altare sembra guardare. Sarà facile, ha degli occhi grandi che
fissano in un’unica direzione. Camminate per pochi passi e vedrete che in quel punto della
chiesa ci sono alcuni ossari murati nel pavimento. Uno sembra il più vecchio di tutti e ha le
iscrizioni consumate. Con l’aiuto di un coltello rimuovete la lastra. È già smurata e non è
pesante, dentro ci sono le pergamene. Prendetele, richiudere la pietra e nascondetele sotto la
schiavina. Sarà facile».
«Ma se in chiesa ci fosse qualcuno? È domenica». Si preoccupò Ruggero.
«Nel qual caso aspetteremo che sia vuota o ritorneremo il giorno dopo. Comunque non vi date
pena, ormai da quando l’abbazia è in stato di abbandono, gli abitanti dei paesi vicini non si
vedono più nemmeno per la messa domenicale».
Tutto andò come aveva pronosticato Guglielmo.
Fu facile per lui condurre i due religiosi fino in sacrestia e intrattenerli per un po’ con la storia
di un suo viaggio e la consegna di un’offerta. Ruggero dal canto suo agì indisturbato nella
grande chiesa completamente deserta. Nel volgere di pochi attimi, dopo aver individuato
l’ossario, tolse la lastra di copertura e prese le pergamene richiudendo tutto alla perfezione. Ci
rimase quasi male di non potere trattenersi ad ammirare il Cristo ligneo con quei grandi occhi
sbarrati, l’ampio deambulatorio che aveva alle spalle, le tre navate di pietra color dell’alburno
e le alte tribune aperte sulla navata centrale con gli affacci segnati dalle grandi bifore.
Attraversando di corsa il nartece, si ripromise di ritornarci con calma se mai ne avesse avuto
occasione.
«Le avete?», fremette Guglielmo.
«Le ho!», rispose Ruggero sorridente aprendo la schiavina e mostrando le pergamene.
«Allora a casa! Saliamo sul postiglione, tanto non è lontana».
La strada si dipanava tra campi e colline panciute immobili sotto la coltre del gelo e della
brina. Il paesaggio era costellato dalle cuspidi scure dei cipressi e ogni tanto s’incontravano
branchi di pecore precedute dall’ariete dalle corna ricurve. Quelle greggi brucavano su quella
campagna terrigna in cerca dei pochi fili di erba rimasti.
«Dopo quella salita, dopo quella collina, si arriverà alla mia fattoria. Una volta che saremo là,
finalmente ci potremo riscaldare".
Sull’ultima salita Guglielmo saltò giù dal postiglione per non affaticare inutilmente la cavalla
che sbuffava nuvole di vapore dalle froge dilatate. Raggiunta la sommità si aprì un’ampia
pianura e subito davanti Ruggero vide la fattoria di Guglielmo. Il terreno sembrava pettinato
da quanto le vigne, i campi da foraggio e gli uliveti erano ordinati. Qua e là s’intravedevano
gruppi di buoi e di cavalli al pascolo.
«Bella, vero, la mia fattoria?», esclamò riparandosi gli occhi da un barbaglio di sole. «Venite,
entriamo a riscaldarci».
Guglielmo fu subito raggiunto da due villici che gli vennero incontro a passo svelto. Erano
due gemelli e si assomigliavano come due gocce d’acqua. Bassi, tarchiati, con i capelli corti
come i suoi e due lunghissime barbe che sventolavano fin quasi a toccare terra. Dovevano
essere i due servi di cui gli aveva parlato e che lavoravano per lui. Appena lo raggiunsero gli
affidò la cavalla perché se ne occupassero.
«Bentornato fratello!», sorrise uno dei due allontanandosi tenendo l’animale per le briglie.
Ruggero rimase colpito da quella familiarità. Come potevano due servi sorridere al loro
padrone? Poi uno l’aveva addirittura apostrofato come fratello! Quell’uomo era una fonte
continua di misteri.
L’abitazione era tutta in pietra a pianta quadrata con una torre che si alzava dal centro
dell’edificio e davanti all’ingresso. C’era uno scampanellio che arrivava da molte direzioni.
Ruggero rimase esterrefatto! Erano campanellini che pendevano da dei falli di figure di

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bronzo. Sulla porta d’ingresso c’era raffigurato un uomo che lottava con il suo fallo
gigantesco quasi fosse un nemico nell’atto di aggredirlo. Appesi a quella verga spropositata,
alle mani e ai piedi, cinque campanelli che tintinnavano mossi dal vento. A poca distanza, su
una mensola murata sopra lo stipite di una finestra, c’era una figura con tre falli e altrettanti
campanelli. Uno si allungava tra le gambe, gli altri due venivano fuori dalle orecchie.
Ruggero spalancò ancora di più sia gli occhi sia la bocca.
«Sono tintinnabula etruschi», gli spiegò Ruggero con un sorriso malizioso. «Prima gli
etruschi, poi i romani li mettevano davanti alle case assieme a una lampada. Avevano una
funzione scaramantica. Pensavano che allontanassero gli spiriti maligni e portassero la buona
sorte. Del resto il fallo porta o non porta la vita?».
Ruggero superato quello stupore guardò nuovamente la fattoria. L’edificio aveva due rampe
di scale che conducevano al piano superiore. Una volta doveva essere stata una fattoria
fortificata. L’interno del pian terreno si apriva su una grande sala dalla quale si accedeva ai
magazzini, alle cucine e alle stanze della servitù. Sopra c’erano le camere. Sulle mensole e
sulle alzate dei mobili appoggiati alle pareti, c’erano vasi scuri di fogge diverse, bacili in
terracotta, oggetti e figure di bronzo.
«Sono buccheri e statue etrusche», lo anticipò Guglielmo. «Come vi ho detto acquisto oggetti
dai profanatori di tombe che scavano nelle necropoli. Ce ne sono tantissime da qui fino a
Chiusi e fino alle porte di Roma. È una brutta cosa lo so anch’io, ma tanto lo farebbero
comunque. Meglio che siano conservati al riparo di questo tetto che vadano dispersi. I vasi di
bucchero ad esempio. Il più delle volte li rompono, perché pensano che non abbiano alcun
valore. Cercano solamente il bronzo o il ferro delle armi».
«Ma le vostre pergamene non sono etrusche, non hanno tantissimi anni».
«Lo so bene», continuò il padrone di casa, «ma i tombaroli sono persone infime che
profanano anche tombe recenti. Talvolta spogliano i cadaveri per rivestirci mogli e figli».
«E queste pergamene da dove vengono?».
«Questo non lo so perché chi me le ha date non me lo ha voluto dire in nessun modo. Capirete
che scavare nelle necropoli etrusche non interessa a nessuno. Profanare tombe di cristiani per
i cimiteri accanto alle chiese li manderebbe in prigione se scoperti».
«Allora le guardiamo subito?» insistette Ruggero con la mano sopra le pergamene.
«E come altrimenti? Non state più nella pelle. Mettiamoci vicino al candeliere, anzi,
accendiamone due, così ammirerete la finezza dei particolari».

*******
Guglielmo iniziò da quelle che avevano più fogli.
«Partiamo dalla lettera del Prete Gianni, ma vi avverto che ci vorrà del tempo per spiegarvi il
contenuto. Dunque, questa pergamena è una copia originale della lettera che il leggendario
Presbiter Iohannes, o Prete Gianni, indirizzò a Manuele I Comneno, imperatore romano
d’oriente. Nella lettera il prete Gianni si presenta con il titolo di Dominus Dominantium,
Signore dei Signori e addirittura offende l’imperatore di Bisanzio rimproverandolo di essere
adorato da dei poveri greci. Graeculi li chiama. È uno che si vanta molto. Si dichiara il più
grande dei sovrani esistenti sulla terra e afferma che settantadue re sono suoi tributari. Vedete
questa mappa miniata sulla pergamena? Rappresenta il suo regno, che arriva fino al punto
dove sorge il sole sino alle tre Indie, dov’è collocata la tomba di san Tommaso apostolo».
«E tutti questi strani animali disegnati?», chiese Ruggero con gli occhi e la mente persi in
quelle figure».
«Sono animali e uomini di ogni razza che sono nel suo regno. Ci sono elefanti, cammelli,
dromedari, tigri, sciacalli, iene e leoni bianchi e rossi. Ci sono anche altri animali straordinari

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come merli bianchi e cicale mute, il grifone mezzo leone e mezza aquila. C’è un uccello
chiamato fenice e tutti quanti vivono sotto la volta celeste. Poi ci sono altre creature
straordinarie. Folletti, nani, i blemmi che sono uomini senza testa e con la faccia e gli occhi
sul petto, i sagittari con il corpo di cavallo e il busto umano, i fauni con il corpo umano ma le
gambe e la testa a forma di capra, i cinocefali con la testa di cane, i monoculi con un solo
occhio come i ciclopi e gli sciapodi con una sola gamba e un piede così grande che quando fa
molto caldo e c’è tanto sole, si sdraiano sulla schiena e si fanno ombra».
Ruggero era sempre più affascinato e con la punta dell’indice accarezzava quei preziosi
disegni.
«Ma voi come fate a conoscerla così bene questa lettera?».
«L’ho fatta vedere e rivedere a molti. Tutti da anni parlano del regno di Prete Gianni e ogni
tanto s’incontrano trascrizioni della sua lettera. Ho ragione di ritenere che queste pergamene
siano la trascrizione fedele di quella originale. È per questo che sono convinto che valgano
molto denaro e di conseguenza vi ho avvicinato per aiutarmi a venderle».
«Ma sembrano storie incredibili, inventate, fantastiche», accampò Ruggero.
«Forse sì o forse no. Della lettera di Prete Gianni se ne parla da anni in tutta Europa, presso
tutte le Corti e anche presso il Papato. Sappiate che il papa Alessandro III, saputo
dell’esistenza del suo regno, gli scrisse una lettera e appena tre anni fa, nel 1489, l’attuale re
del Portogallo Giovanni II, ha inviato un’ambasceria in Egitto proprio con lo scopo di
scoprire e arrivare in quel fantastico paese. Allora, continuo a raccontarvi cosa c’è scritto
nelle pergamene?».
Ruggero non rispose neppure tanto era preso dal prenderle e rigirarle tra le mani.
«Qualcuna è stata scritta sul verso del pelo della pelle. Sentite come sono più ruvide?
Avrebbero dovuto comprarle da me». Sentenziò con una punta di orgoglio.
«Non vi preoccupate della qualità delle pergamene. Piuttosto ascoltate con attenzione che tipo
di uomini abitano laggiù», continuò Guglielmo. «Quando qualcuno muore, i parenti e anche
gli estranei lo divorano con avidità. Mangiano solamente carne, sia di animali, ma anche
quella umana dei nemici, dei morti e dei feti. Tra quelle popolazioni ci sono anche i Gog e i
Magog che il giovane Alessandro Magno fece rinchiudere al di là delle Alpi del Caucaso. Il
Prete Gianni si serve di loro quando fa una guerra per sterminare i suoi nemici. Quando hanno
divorato tutti i morti e i prigionieri, quei cannibali sono ricondotti nelle loro terre perché non
diventino pericolosi anche per i suoi sudditi. Alla fine del mondo, quando ci sarà il Giudizio
Universale, tutti quei cannibali saranno annientati da Dio e ridotti in cenere. Ma non ci sono
solamente popoli straordinari, anche il regno è pieno di meraviglie. La terra è ricolma di latte
e miele e non ci sono serpenti velenosi. Laddove ci sono serpenti, come nelle piantagioni di
pepe, le popolazioni, quando i semi giungono a maturazione, danno fuoco per ucciderli e una
volta terminato l’incendio li raccolgono con i forconi formando dei mucchi come si fa con la
paglia. Poi raccolgono il pepe essiccato che è scambiato con altri generi alimentari. C’è anche
una fonte miracolosa che scorre non lontano dal Paradiso Terrestre e chi beve quelle acque
potrà sentire un sapore diverso a ogni ora del giorno e della notte, guarendo da ogni malattia
e, se vecchio, potrà ringiovanire fino all’età di trentadue anni. Vi piacerebbe Ruggero
abbeverarvi a quella fonte?».
Gli stampò un sorriso stropicciato dato che la sua mente era occupata in quel mondo magico.
«Ma ancora migliore per voi, sarebbe vivere nell’isola della manna».
«Quale isola?».
«Quella descritta nella pergamena che tenete in mano. Date qua che ve la leggo».
Guglielmo prese il foglio con attenzione, lo rigirò per il verso giusto e proseguì.
«Nelle parti meridionali del suo regno, vi è un’immensa isola disabitata nella quale Dio fa
cadere la manna due volte la settimana. I popoli circostanti senza bisogno di dover lavorare,

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arrivano e se ne cibano. Quella manna lì è la stessa che mangiarono gli ebrei uscendo
dall’Egitto. Chi si nutre di manna campa cinquecento anni. Dopo cento anni bevono l’acqua
miracolosa, ringiovaniscono fino a trentadue anni e così via per cinque volte. Alla fine, dopo
cinquecento anni, muoiono e non sono seppelliti, ma portati nell’isola della manna e appesi
agli alberi. La loro carne non si corromperà e resteranno come vivi, fino al giorno del
giudizio, quando risorgeranno per essere giudicati. Quegli uomini, quando sono in vita, sono
buoni e non provano né odio, né invidia, non desiderano altre donne se non le proprie mogli».
Guglielmo smise per un attimo il suo lungo racconto e riprese fiato provando a rimettere i
fogli nella giusta successione.
«Ecco qua!», continuò con rinnovato vigore. «Non vi ho ancora detto della caverna dei
draghi, delle amazzoni e del mare di sabbia. Nel regno del Prete Gianni, all’opposto dell’isola
della manna, dunque verso settentrione, c’è un’immensa caverna dove vivono migliaia di
draghi che le popolazioni del posto riescono ad ammaestrare. Con incantesimi e stregonerie
varie li rendono così mansueti da poter mettere loro morso e sella fino a cavalcarli. Da quel
momento in poi sono innocui come pecore e scodinzolano e muovono la testa come cani.
Questi draghi e questi ammaestratori sono donati al Prete Gianni che li spedisce in tutte le
regioni del mondo per sapere tutto quanto di nuovo accade. Le amazzoni invece sono donne
guerriere che possiedono armi d’argento, come d’argento è ogni attrezzo da lavoro. Poiché
nella loro terra, completamente circondata da un fiume, non c’è altro tipo di metallo che
l’argento. Quelle donne sono così veloci a cavalcare i loro destrieri fatti di terra che, se
lanciano una freccia, riescono a riprenderla prima che tocchi terra. Non vivono con i mariti
che stanno di là dal fiume. Guai per loro se lo attraversassero, sarebbero uccisi. Solamente le
amazzoni ogni tanto possono andare dai mariti e rimanere per quindici giorni. Dopo quegli
incontri, quando nascono i figli, a sette anni sono affidati ai padri se sono maschi, se invece
sono femmine restano con le amazzoni. Nel fiume delle amazzoni, che vi ho detto circonda la
loro terra senza un inizio e una fine, ci sono pesci dalle caratteristiche straordinarie. Oltre a
quelli più piccoli che sono mangiati, ce ne sono altri molto grandi che possono essere
cavalcati, altri sono simili ad asini che lavorano, arano e seminano la terra, altri pesci infine
assomigliano a cani e sono usati nella caccia. Poi c’è la cosa più straordinaria di tutte: il mare
di sabbia».
«Un mare di sabbia?» lo interrogò Ruggero che vagava perso con la mente in quel posto
fantastico.
«Il mare di sabbia è davvero la cosa più straordinaria che ci sia. Nel mare non c’è una goccia
d’acqua ma solamente sabbia, dunque non può essere navigato in nessun modo. Ci sono però
delle onde e si gonfia come un mare vero quando è agitato. Nonostante questo sulla riva si
possono raccogliere dei pesci gustosi e buoni da mangiare. In questo mare arenoso si riversa
un fiume che a sua volta non ha acqua ma trascina pietre preziose. Questo fiume scorre tre
giorni la settimana e negli altri quattro resta fermo e diventa attraversabile».
Ruggero dondolava la testa, guardando quando le pergamene, quando il padrone di casa.
Gli sembrava impossibile che su quei pochi fogli, ci fossero scritte tutte quelle cose. Man
mano che il racconto andava avanti, aumentò la sua bramosia di averle. Chissà quanti soldi ne
avrebbe ricavato.
Guglielmo proseguì il suo racconto ancora per molto rigirando quelle pergamene tra le mani e
indicando con l’indice i punti salienti. Quel regno di Prete Gianni sembrava una cornucopia di
accadimenti.
Gli raccontò di fiumi sotterranei pieni di pietre preziose, di salamandre che vivevano nel
fuoco e secernevano un filo simile alla seta che una volta tessuto avrebbe prodotto vestiti che
andavano lavati tra le fiamme, dell’assenzio che scaccia gli spiriti maligni e delle virtù delle

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dieci pietre magiche che trasformano l’acqua in latte oppure in vino. Alla fine della lettura
delle pergamene, entrambi si sentirono spossati.
«Mi sa che l’altra pergamena scritta per il papa la vedremo domani», suggerì Guglielmo.
«Mi sa anche a me», acconsentì Ruggero. «Forse ora sarebbe bene pensare a una bella cena.
Con tutto il ben di Dio che avete nei campi là fuori non sarà certo difficile per i vostri servi
procurarci del buon cibo».

*******

Per la cena il padrone di casa tornò quel fervente religioso che Ruggero aveva già conosciuto.
Come aveva fatto in precedenza si lavò a fondo le mani, si mise in ginocchio con le palme
delle mani aperte verso oriente e iniziò a recitare la sua compieta. Questa volta non era da
solo perché fu affiancato da ciascun lato dai due servi gemelli, anch’essi inginocchiati,
anch’essi con quella curiosa acconciatura fatta di capelli molto corti e barbe lunghissime.
Visti da dietro assomigliavano ai tre Magi in adorazione davanti alla Sacra Famiglia. Anche
Ruggero non potette esimersi dall’inginocchiarsi e provare a inserirsi con poco successo nella
formula liturgica dell’antifona al Nunc Dimittis. Salva nos, Domine, vigilantes, custodi nos
dormientes: ut vigilemus cum Christo, et requiescamus in pace. 4
Balbettò qualcosa sul Salva nos Domine che era facile da ripetersi, per il resto, fece finta di
muovere la bocca.
Quelle dannate preghiere non volevano mai finire. Appena sembrava che avessero terminato,
ripartivano con una nuova e nel frattempo i suoi ginocchi erano diventati doloranti. Non riuscì
a pensare a Dio a Gesù o alla Madonna. I suoi pensieri continuavano a essere occupati da quel
mitico regno, dal Prete Gianni che andava in guerra alla testa di diecimila soldati e centomila
fanti, s’immaginava sulla sella di un drago volante o ad ammirare le amazzoni che
cavalcavano enormi pesci. Gli sembrava impossibile che esistesse tutto ciò. Eppure aveva
appena saputo da Guglielmo che lo stesso re del Portogallo aveva organizzato una missione
per contattare Re Gianni che pensavano regnasse dalle parti dell’Etiopia. Se ci credeva un Re
a quel regno, perché non doveva crederci lui?
Terminate finalmente le preghiere, Guglielmo bisbigliò qualcosa ai due gemelli e grande fu il
suo stupore nel vedere che apparecchiarono la tavola prendendo i vasi etruschi riposti negli
scaffali alle pareti. Al centro della tavola misero due grandi crateri di bucchero da usare per il
vino e l’acqua.
Davanti a ciascun commensale una specie di mestolo di terracotta nera con un manico ad
anello lungo che chiamavano kyathos e che serviva per prendere l’acqua e il vino dai due
crateri. Altri vasi con forme diverse servirono per portare olive sott’olio, noci, miele e
formaggio ridotto in pezzi. Non doveva essere la prima volta che usavano quelle antiche
terrecotte per mangiare, perché usavano con dimestichezza nomi che udiva per la prima volta:
kylix, kantharos, oinochoe.
Lo stupore più grande l’ebbe quando si accorse che avevano apparecchiato per quattro.
Come per quattro? Pensò. Un padrone che mangia con i suoi servi.
Guglielmo si accorse del suo stupore per via degli occhi sgranati che andavano dalla tavola
apparecchiata quasi fosse un banchetto etrusco di duemila anni prima, fino al numero dei
posti dei commensali.
«Vi leggo nel pensiero», arguì Guglielmo appoggiandosi alla tavola. «Non vi dovete
preoccupare se questo vasellame viene da delle tombe. Sono passati più di mille anni e di quei
4 Salvaci, Signore, quando vigiliamo, custodiscici quando dormiamo: affinché vigiliamo con Cristo, e riposiamo in
pace.

22
corpi non c’è rimasta che polvere. Poi questi vasi li abbiamo già usati decine di volte e sono
stati lavati dopo ogni uso con acqua, ranno e foglie di erba vetriola. Li usiamo perché
vogliamo dare loro nuova vita, in memoria di quelli uomini ai quali furono destinati. Poiché è
un grande sacrilegio profanare le tombe e asportare gli oggetti, usandoli di nuovo, come
fecero quei morti al loro tempo, noi pensiamo di riparare a quelle brutte azioni e onorare il
loro ricordo».
«Mangiate con i vostri servi?» bisbigliò Ruggero per non essere udito.
«Servi, aiutanti, chiamateli come volete, in ogni caso siamo tutti figli di Dio e dunque
fratelli».
Ruggero tacque ma in cuor suo giudicò Guglielmo un uomo veramente singolare.
Possedeva una splendida fattoria di trenta rubbi e la faceva lavorare da due servi gemelli che
chiamava fratelli, pregava più di un eremita, si definiva un contadino ma maneggiava il
pugnale come un provetto soldato. E poi quelle pergamene che diceva avere acquistato da un
tombarolo in cambio di poche libbre di farina di segale. Perché aveva cercato proprio lui per
vendergliele? E perché ancora non gli aveva detto da dove provenivano?
Comunque le buone cose servite sulla tavola fugarono per ora i suoi dubbi. Ruggero non si
fece pregare e mangiò di tutto un po’. Chi invece si dimostrò molto parco fu Guglielmo e
anche i suoi due servi che mangiarono lo stretto indispensabile e bevvero non più della solita
emina di vino a testa.
«Che cosa ne fate di tutto il vino che producete se ne bevete così poco?», bofonchiò Ruggero
intingendo per l’ennesima volta il suo kyathos nel cratere di bucchero. «Tra l’altro vi devo
fare i miei complimenti perché è buonissimo».
«Lo vendiamo in terre lontane», rispose il padrone di casa mentre i due gemelli annuivano
senza aprire bocca. «Una parte del vino va a Roma, sul Tevere al porto di Ripa Grande e da lì
è trasportato fino a Ostia per essere spedito con le navi. Un’altra parte la spediamo al porto di
Talamone con lo stesso destino. Comunque, invece di pensare al vino, cosa pensate di fare
con le pergamene? Siete o non siete interessato?».
«Più che interessato sono rimasto sconvolto. Questa lettera del Prete Gianni è un documento
raro e prezioso. Vorrete un sacco di denari e io non sono che un povero artigiano che fabbrica
e vende pergamene. Mi sa che dovrete trovarvi un altro acquirente più benestante».
«Il denaro è l’ultimo problema», sentenziò Guglielmo. «Anch’io convengo con voi che sono
documenti preziosi, ma sono anche pericolosi…».
«Pericolosi?» lo interruppe Ruggero.
«Anche! Ma di questo parleremo domani dopo aver visto l’altra pergamena. Ora pensate a
godere della cena. Vi andrebbe di giocare?».
Ruggero lo guardò perplesso. Che domanda strana.
«Che gioco? Dadi?».
«No! No! I dadi sono un gioco del peccato. Vi propongo di giocare come facevano gli
etruschi a fine pasto. Giocheremo al kòttabos».
Non aveva ancora finito di parlare che i due gemelli avevano montato un’asta verticale lunga
due, tre braccia, appesantita alla base perché stesse in piedi e assottigliata in alto dove
terminava con una figurina umana che reggeva un dischetto di metallo in bilico. A metà
dell’asta, sotto il piattello, c’era un secondo disco più grande sostenuto da un anello
scorrevole.
«Il piatto più grande si chiama manes», spiegò Guglielmo. «Il gioco consiste nel lanciare del
vino contro il piattello piccolo in bilico e farlo cadere nel piatto grande sottostante. Il vino va
lanciato con la kylix. Fratelli, fate vedere al nostro ospite come si gioca».
I due fecero spostare Ruggero e Guglielmo e si posero ai due lati del tavolo sdraiandosi sulle
panche appoggiati sul braccio sinistro. Poi riempirono le kylix di vino e, tenendo infilato

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l’indice della mano destra in uno dei due manici ad anello, scagliarono il liquido contro il
piattello con un particolare movimento del braccio. Il piattello cadde al secondo lancio di uno
dei due.
«Volete provare anche voi Ruggero?».
Il giovane si schermì imbarazzato.
«Vi concedo tre lanci», disse Guglielmo divertito. «Se fate cadere il piattello vi regalo le
pergamene della lettera del Prete Gianni».
Era una proposta invitante e tanto bastò per convincerlo a provare. Non ebbe successo. A
ciascun lancio, la kylix appesantita dal liquido, roteava in basso e il vino invece che partire
nell’aria verso il piattello, cadeva sui suoi piedi e sul vestito. La prova terminò malamente tra
l’ilarità generale degli altri tre.
«Non ve la prendete», lo confortò il padrone di casa. «All’inizio fanno tutti così. Ora andiamo
a dormire, i miei fratelli penseranno a darvi una camicia pulita e a lavare la vostra schiavina
bagnata di vino. Messa davanti al fuoco per tutta la notte, la troverete asciutta per domani
mattina. Ricordate il nostro programma: dopo le Laudi esamineremo l’altra pergamena e
parleremo di affari».
«Anche di quanto sono pericolose», aggiunse il giovane.
«Certo! Ve l’ho promesso un attimo fa. Dormite tranquillo».
La stanza preparata per passare la notte, da sola era più grande di casa sua. Dentro ci trovò un
vero letto con un materasso di lana, un braciere acceso, delle coperte di lana grezza, un pitale
di ceramica dipinta e un bacile d’acqua per lavarsi. Non ci pensò due volte a rannicchiarsi
sotto le coperte dopo averle scaldate sul braciere.
La sua mente sembrava un torrente in piena e nonostante la stanchezza non riuscì a prendere
subito sonno. Vedeva le immagini sorridenti di Matilde e del piccolo Tuccio, le sue
pergamene da buttare via e la vasca della calce congelata. Poi quelle immagini sfumavano su
di lui con il dito infilato nella kylix che si rovesciava il vino sui vestiti. Pensò al Prete Gianni
seduto in trono con uno scettro di smeraldo, al mare di sabbia sul quale si dimenavano pesci
pronti per essere mangiati e ai Gog e Magog cannibali che lo volevano divorare. Si
addormentò pensando ai Blemmi, quegli uomini senza testa e con la faccia stampata sul petto.
Gli stavano accanto e gli dicevano di fare attenzione, gli dicevano anche qualcos’altro che
non riuscì a capire. Forse sognava già.
(…)"

"Anno domini 1491.
Ruggero Franzoso, un giovane fabbricante di pergamene, è avvicinato da un misterioso
personaggio, forse un profanatore di tombe, che gli propone l’acquisto di due antiche
pergamene. La prima è il verbale degli interrogatori degli ultimi cavalieri templari tenuto nel
castello di Chinon nell’agosto del 1308, la seconda descrive il misterioso regno di Prete
Gianni. Il miraggio del guadagno porterà Ruggero a Firenze da monaco Leonardo da Pistoia e
da Marsilio Ficino.
Quei contatti e il suo tentativo di vendere le pergamene, saranno l’inizio delle sue sventure.
Ricercato dalle guardie del signore di Firenze e dall’inquisizione, fuggirà dalla Toscana con la
moglie Matilde e il piccolo figlio Tuccio. Tommaso d’Agnolo, un vecchio frate ospitaliero
cieco, li accompagnerà nel loro vagabondare.
Percorreranno prima le strade di Francia, seguendo la via dei Franchi, poi giungeranno in
Portogallo e in Spagna.
Il frate li guiderà seguendo una traccia fatta d’indizi misteriosi, oscuri segni di
riconoscimento, documenti sibillini scritti nell’alfabeto segreto dei Templari. Alla fine di quel
filo di Arianna ci sarà forse il tesoro mai trovato dell’Ordine del Tempio?
Il loro lungo viaggio terminerà l’anno successivo nell’agosto del 1492 prima a Palos e poi
nell’isola di La Gomera nelle Canarie.
Sono i giorni nei quali salpa la flotta di Cristoforo Colombo alla ricerca di una via per le
Indie.
Forse l’Ordine del Tempio non è finito in cenere assieme agli ultimi Templari arsi vivi su un
isolotto della Senna nel 1314? Forse un disegno misterioso a lungo coltivato, generazione
dopo generazione, consentirà di ricostruire un nuovo ordine, un luogo giusto e felice da fare
invidia a re e imperatori?

3
Il Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza esitazioni. Riferisco come lo
vidi. Egli si tolse gli indumenti, esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza
affatto tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per assicurarlo al
palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse ai suoi carnefici: «Almeno
lasciatemi congiungere un po’ le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne è il
momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma accadranno ben presto
disgrazie a coloro che ci condannano senza giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio
con questa convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego, verso la
Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di Notre Dame de Paris)». Gli fu concessa
questa grazia e la morte lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che ognuno ne
restò meravigliato.
Cronaca relativa al rogo di Jacques de Molay e Goffredo di Charney. Parigi 11 marzo 1314

4

Antefatto
18 marzo 1314, Parigi. Isolotto dei Giudei, notte
La notte colore dell’ebano si era portata via i colori e i rumori di Parigi assieme alla vita dei
due templari arsi sul rogo. Sotto quel cielo plumbeo si udivano solamente il suono dei remi
che ritmicamente s’immergevano nell’acqua limacciosa della Senna.
In quell’aria bagnata da un’acquerugiola onnipresente e uggiosa, Guillaume de Molay e
l’amico Thomas de Chartres, faticavano a stare in equilibrio nell’unica vecchia barca
sgangherata che erano riusciti a trovare lungo la riva della Senna e che non fosse incatenata.
Del resto il tragitto da percorrere era breve: l’isolotto dei Giudei era a poche decine di passi
davanti a loro, nel mezzo del corso del fiume. Non era tanto la piroga che imbarcava acqua a
preoccuparli, quanto il fatto di essere visti, di essere uditi. Non erano trascorse che poche ore
da quando su quell’isolotto maledetto erano stati arsi vivi gli ultimi due templari: suo padre
Jacques de Molay e l’amico Geoffrey de Charnay.
Guillame, con la morte nel cuore, doveva dare seguito alle ultime disposizioni testamentarie
del padre: raccogliere le loro ceneri e con esse, tramandare nel tempo l’ingiustizia perpetrata a
loro danno da quell’infame del re Filippo IV e dal suo complice il papa Clemente V.
Arrivati in prossimità dell’isolotto, il vento di sud ovest portò alle loro narici l’odore di legna
bruciata, ma anche quello dolciastro di carne arrostita, quella umana, quella di suo padre e
dell’amico Geoffrey.
Guillaume ebbe ripetuti conati di vomito e fu tentato di abbandonare l’impresa e di tornare
verso riva. Se ne stette per alcuni attimi con la testa tra le mani, mentre la piroga era
agguantata dalla corrente del fiume e portata via. Poi riprese a vogare. Doveva farsi forza,
doveva raggiungere quel luogo maledetto.
Appena sbarcati sull’isolotto dei Giudei, la prima reazione che ebbe fu di scappare lontano da
quell’orrido afrore di carne umana bruciata. Si mise sopravvento e si avvicinò alla platea del
rogo. Il luogo dell’esecuzione fumava ancora, c’era rimasto solamente un piccolo moncherino
bruciacchiato del palo al quale erano stati legati e le estremità dei legni esterni della pira.
Da sotto un panno, tirarono fuori un lumino a olio, cercando di tenerlo coperto il più possibile
e confidando che nessuno dalla riva potesse vedere quell’esile punto di luce. Il fuoco non era
riuscito a consumare per intero i due corpi. Si vedevano ancora pezzi di osso e parte dei denti
ancora attaccati alle mandibole. Troppo per Guillaume che corse via piangendo
raggomitolandosi sul bordo della riva.
Fu Thomas che diede seguito a quel lascito testamentario. Si mise a raccogliere le ceneri e
qualche piccolo pezzo di osso con cui riempì un’urna di terracotta. Il resto del rogo lo affidò
alle acque della Senna. Niente di quello che appartenne al corpo di Jacques de Molay e di
Geoffrey de Charnay doveva rimanere su quell’isola maledetta. Con il cuore in gola per
l’emozione, prima di allontanarsi e risalire in barca, aiutato dal lucore del lumino a olio,
controllò un’ultima volta che non ci fosse restato niente. Fu allora che la sua attenzione cadde
su qualcosa di piccolo, di rotondo, appoggiato a un sasso della Senna. Lo raccolse, era una
moneta che sembrava d’argento, anzi una mezza moneta tagliata di traverso. Thomas,
sfregandola tra l’indice e il medio la pulì dalla cenere e la avvicinò alla luce. Raffigurava
l’immagine di un misterioso soggetto con due volti, attaccati per la nuca, uno speculare
all’altro. La mise nella scarsella. Ora bisognava ritornare a riva e dileguarsi nel buio della
notte di Parigi.

5
Non appena furono a riva, prima di separarsi e correre via più lontano possibile, Thomas
raccontò all’amico l’accaduto.
«Guarda cosa ho trovato ai piedi della pira», bisbigliò mentre gli porgeva anche l’urna
cineraria.
Guillaume de Molay la prese tra le mani rigirandola e scrutandola a fatica per via degli occhi
velati dalle lacrime. Il suo dolore si trasformò in una strana forma di gioia.
È di mio padre, Jacques la portava sempre con sé. È una moneta antica, è romana, è tagliata a
metà e raffigura il Giano, il dio bifronte.
«Pensi la tenesse apposta quando è stato consumato dalle fiamme?», soggiunse Thomas.
«Penso proprio di sì. Pensava che questo dio bifronte fosse in grado di guardare al passato e al
futuro contemporaneamente. Mi diceva che Giano rappresentava i momenti di passaggio della
vita. Anche dopo la morte c’è sempre l’inizio di una nuova stagione. Forse ha voluto che noi
la trovassimo e che si continuasse il suo lavoro interrotto dalle fiamme».
«Lavorare per la realizzazione dell’Ordine del Tempio?» riprese Thomas.
«Perché no! Oggi siamo sconfitti e fuggitivi. La persecuzione di quell’infame del re Filippo
IV ha attraversato tutti i Priorati, ma un giorno resusciteremo da queste ceneri come rivive
l’Araba Fenice dalle sue. Una nuova età dell’oro vedrà presto la luce».

6

7

PARTE PRIMA

LE PERGAMENE MISTERIOSE

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1

1491 lunedì 2 febbraio, nei pressi di Colle di Poggio Bonizio.
A memoria d’uomo non si era mai vista una stagione così fredda. 1 Ormai per Ruggero era
quasi impossibile lavorare le pelli immergendole nel calcinaio, perché l’acqua ghiacciava,
gelando le mani e impedendogli di togliere i peli per fare le pergamene. Tutto era ghiacciato
da quel vento gelido, le punte delle orecchie, i piedi, i muscoli delle guance che non facevano
articolare neppure una bestemmia. I monaci dell’abbazia di san Michele Arcangelo a Marturi
per ora si sarebbero dovuti rassegnare. Niente pergamene con quel freddo. Bisognava liberarsi
di quelle stese sui telai ad asciugare, buttare via quelle già levigate con la pietra pomice,
buttare anche quelle colorate pronte per la vendita.
Meglio lasciare stare tutto così al freddo e alle intemperie. Sarebbero arrivati giorni migliori.
Meglio rintanarsi in casa, provando a riprendere colore e calore davanti al caminetto
perennemente acceso. Quel fuoco era diventato come un altro membro della famiglia. Si
viveva davanti a lui, si mangiava davanti a lui e ci si dormiva pure tutti assembrati su un
pagliericcio disteso per terra.
Freddo a parte, quel due febbraio era una data importante per vari motivi.
Il primo perché era la festa della candelora e Matilde e suo figlio Tuccio avevano fatto
benedire le candele di sego e di cera d’api all’abbazia già dal primo mattino.
Il secondo era perché Ruggero avrebbe fatto il rito delle gocce d’olio per vedere se casomai
qualcuno della famiglia avesse avuto addosso il malocchio.
«È un freddo cane là fuori», biascicò con le mandibole incollate per il freddo, serrandosi la
porta alle spalle.
«Se piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro»,
cantava il piccolo Tuccio saltellando da una parte all’altra.
«Speriamo tu abbia ragione», disse la madre guardandolo con occhi benevoli. «Per ora mi
sembra che il bel tempo si faccia aspettare».
«Allora, da chi si comincia a cercare il malocchio?», chiese Ruggero che si era ripreso un po’
dal freddo.
«Io! Io!», implorò il piccolo attaccandosi alla veste della madre.
«Però mi servono tre capelli, lo sai. Chiudi gli occhi che fa tutto il babbo».
Partì uno strattone a una ciocca e partì anche un piccolo pianto del bambino.
Ruggero prese una bacinella d’acqua, ci depose sopra i tre capelli, poi versò delicatamente
alcune gocce d’olio che rimasero pressoché intatte.
«Non hai il malocchio. Vedi? Sei un ragazzino fortunato».
«E se invece l’avevo?»
«Se tu l’avessi avuto le gocce si sarebbero allargate formando delle figure. Allora io ti avrei
tolto il malocchio tagliandole con una croce e buttando via l’acqua per terra. Ora tocca alla
mamma».
«Però i capelli me li strappo da sola», lo interruppe Matilde. «Li ho già preparati. Eccoli
qua!».
Ruggero questa volta non fece neppure in tempo ad adagiare i tre capelli sulla nuova ciottola
che si udì bussare alla porta. Chi poteva essere in una giornata tanto fredda? Non aspettavano
nessuno.
«Abita qui Ruggero Franzoso?», si sentì domandare da fuori.
«Che volete? Oggi non lavoro. Passate un altro giorno».
1 L’anno 1491 è ricordato come una delle annate più gelide. Congelarono l’Arno e tutti i fiumi e i laghi del centro-
nord d’Italia. La primavera non fu dissimile e neanche l’estate. All’inizio di giugno nevicò a Bologna e Ferrara.

9
«Non sono le vostre pergamene che cerco. Sono io che ho una cosa per voi».
Marito e moglie si diedero un’occhiata interrogativa, dopodiché Ruggero si avviò ad aprire la
porta.
Davanti a lui si parò un uomo intabarrato, con il cappuccio calcato sulla testa e il lucco
avvoltolato attorno alle gambe per via del forte vento.
«Vi devo mostrare una cosa che potrebbe interessarvi, anzi più propriamente ve ne vorrei
parlare», chiarì con la voce sferzata dal vento.
«Allora è meglio che entriate», riprese il giovane. «Non è una giornata da stare a conversare
sulla porta».
L’uomo entrò, si tolse il cappuccio, e apparve un volto dai bei lineamenti curiosamente
contornato da dei capelli molto corti e una barba lunghissima e fluente. Ringraziando con gli
occhi si pose davanti al fuoco con lo sguardo tuffato nelle fiamme che guizzavano azzurrine.
Passarono alcuni momenti quasi dovesse riordinare i pensieri.
«Allora ditemi», lo stimolò il padrone di casa.
«Per ora non saprete il mio nome», tossicchiò il misterioso ospite raschiando la voce. «però
ve lo dirò se sarete interessato a quello che ho da offrirvi. Un mercante mi ha parlato di voi e
del vostro lavoro».
«Sapete che fabbrico pergamene?».
«Infatti. Mi ha detto che siete un valente artigiano e nonostante la vostra giovane età siete
ricercato per la qualità dei fogli. Mi ha detto anche che le vendete ai monaci dell’abbazia di
san Michele Arcangelo a Marturi».
«E non solo», lo interruppe con una punta di orgoglio. «Le vendo anche ad altri. Ho clienti
fino a Firenze».
L’ospite misterioso staccò gli occhi dal fuoco e a quel punto Ruggero poté vedere bene i suoi
occhi. Aveva un che di misterioso teneva un comportamento altero e sembrava sicuro di sé.
«Ma non è dei fogli da scrivere che vi voglio parlare», proseguì quell’uomo, «ma di
pergamene già scritte. Sono a conoscenza che per via del vostro lavoro scoprite ogni tanto dei
documenti antichi e preziosi e che ne fate anche commercio».
Ruggero si schermì e provò imbarazzo. Come poteva essere a conoscenza di quella cosa
proibita? Non doveva essere un segreto che comprava, barattava e vendeva preziosi
manoscritti con la complicità dell’abate Gualando, il bibliotecario dell’abbazia? In genere se
ne occupava lui di collocarli sulla piazza di Firenze. Di solito erano antiche pergamene.
«Non dovete vergognarvi o avere timore», lo rassicurò l’uomo alla vista del suo imbarazzo.
«Quello che conta è che non vadano distrutte e che restino a disposizione di qualche amante
delle arti liberali. Trivio o Quadrivio non fa differenza».
«Allora basta con i preamboli, veniamo al sodo. Che cosa avete da offrirmi?».
L’uomo, senza che nessuno glielo avesse chiesto, si mise a sedere davanti all’unico tavolo
presente nella stanza e invitò Ruggero a fare lo stesso. Nel frattempo Tuccio incurante di
quella nuova presenza, continuava a saltare e a urlare la sua filastrocca della Candelora. «Se
piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro». Ci
pensò Matilde a calmarlo, agguantandolo per una mano e portandolo per una ripida scala di
legno nella stanza di sopra.
«Quello che ho da offrirvi è molto prezioso, forse così prezioso che un affare così non vi
capiterà una seconda volta nella vita. Ne ricaverete grossi guadagni ed io con voi».
A quel punto Ruggero era così preso dall’idea di un guadagno importante che lo guardava
senza riuscire a dissimulare il grande interesse.
«Si tratta di due documenti», proseguì l’ospite, «di due antiche pergamene. Uno è un piccolo
libro dove si descrive il Regno del Prete Gianni. L’altro è un foglio stilato per conto di un

10
papa, di papa Clemente V. È datato agosto 1308. Ha 183 anni! Allora che ne dite.
V’interessano?»
Il giovane capì al volo che da quei due documenti ne avrebbe tratto un grosso guadagno, però
prima di fargli capire apertamente il suo interesse voleva saperne di più.
«E perché non li avete con voi?», chiese sempre più incuriosito ma anche diffidente.
«Perché non vi conosco e devo scoprire se fidarmi di voi. Magari mi potreste denunciare.
Comunque facciamo un passo alla volta. Intanto vi dico che il mio nome è Guglielmo e abito
a quaranta leghe da qui. Sono tre o quattro giorni di cammino. Qui fuori della vostra
abitazione, ho un carro e una cavalla con la quale ho fatto il viaggio. Le pergamene sono a
casa mia se le vorrete vedere».
«Guglielmo? Guglielmo e poi?».
«Guglielmo e basta. Faccio il rustico e il porcaro. Se proprio volete, chiamatemi Guglielmo
da sant’Antimo dal momento che vivo là. Le pergamene le ho avute da un tombarolo, da un
profanatore di tombe. Invece di trovare vasi, spade, cinture, monili, ha scoperto queste
pergamene e me le ha date in cambio di poche libbre di farina di segale».
«Il porcaro?», ironizzò Ruggero. «Non si direbbe a guardare le vostre mani. Sembrano più
quelle di un cavaliere o di un padrone».
«Vedo che oltre che essere un bravo artigiano siete anche un acuto osservatore. Però dovete
pensare che i servi ci sono apposta per fare i lavori che un padrone non vuole fare. E io sono
un rustico che possiede due servi. Allora, invece di scrutare le mie mani, mi sapete dire se
queste pergamene vi interessano oppure no?».
«Ci devo pensare, ne devo parlare con mia moglie. Poi il viaggio…».
Guglielmo diede un’occhiata verso la scala di legno, dall’ultimo scalino penzolava un lembo
del vestito di Matilde.
«Anch’io ho una vista acuta come la vostra. Vostra moglie è seduta in cima alla scala e non si
è persa una parola del nostro dialogo. Ci potete parlare anche subito».
La giovane scoperta a origliare, si affacciò dalla botola rossa in volto tenendo per mano il
figlio che misteriosamente si era calmato.
«Io vi lascio da soli», esclamò Guglielmo. «Ne riparleremo domani mattina e mi farete sapere
delle vostre decisioni. Tra non molto sarà buio, è meglio che mi muova».
«Ma dove intendete andare?», gli domandò Ruggero.
«A due passi da qui. Al Castello della Magione. Ci sono gli ospitalieri di san Giovanni di
Gerusalemme che si occupano dei pellegrini e dei viandanti in transito. Troveranno un
pagliericcio anche per me».
Ruggero buttò un’occhiata alla moglie che capì il senso del suo sguardo e annuì con un cenno
della mano.
«Li conosco bene e conosco anche il priore che è stato una specie di padre per me. Però sarei
più contento se rimaneste a dormire qui con noi. Anche mia moglie è d’accordo. Io non ho
servi, ma una scodella di zuppa e del pane e formaggio ve lo posso garantire».
«Non vorrei approfittare…».
«Non vi dovete preoccupare, è un invito sincero. Poi potremmo parlare ancora di quelle
pergamene. Devo farmi un’idea per capire se valgono il viaggio fino a casa vostra».
«Ma la cavalla? Bisogna che le trovi un riparo. Con questo freddo non passerebbe la notte».
«Questo non è un problema. C’è un vicino che ha una stalla calda e capiente. Vi condurrò fin
là».
Guglielmo accettò di buon grado, sembrava quasi che si aspettasse quell’invito. Scese le sue
poche cose dal carro e preso l’animale per le briglie, si incamminò con Ruggero verso la
fattoria del vicino. Ormai era quasi buio e il vento che era cessato era stato sostituito da una

11
brina che copriva tutto come un panno di cipria bianca. Camminarono affiancati, illuminando
la strada con una lanterna a olio che si rifletteva nelle pozze d’acqua congelate.
«Sentite come canta il velo del ghiaccio sotto il peso dei nostri passi?», gli fece notare
Ruggero tanto per rompere il loro silenzio.
«C’è poco da cantare! Se continua così non sarà possibile neppure seminare», sbottò
Guglielmo.
«E io? Che cosa dovrei dire. Avete visto le pergamene tese ad asciugare? Sono tutte sfibrate
dal ghiaccio. Tutto lavoro da buttare nella concimaia!».
Non ci volle molto ad arrivare dal vicino, da Aliotto, che di buon grado e per un piccolo
compenso, si offrì di dare riparo alla cavalla e a rifocillarla con fieno e un po’ di avena. Sulla
strada del ritorno Ruggero provò a tenere viva la conversazione cercando di saperne di più su
quel misterioso villico che tanto bifolco non sembrava. Comunque, nonostante le risposte
generiche ed evasive, la diffidenza nei suoi confronti era sparita a tal punto che si misero
anche a scherzare sul risultato del malocchio fatto al figlio.
Entrati in casa furono accolti dal buon profumo del cibo. Matilde si era impegnata per
accogliere al meglio quell’insolito ospite e aveva dato fondo alle provviste di casa preparando
una zuppa di farro, carne di maiale affumicata e cavolo saltato nello strutto. Per finire pane,
ricotta di pecora e miele. Con una scopa di saggina aveva spazzato a dovere il pavimento di
terra battuta e sul tavolo erano già allineate quattro ciotole e un coltello trinciante.
«Allora iniziamo?», esclamò Ruggero raggiante e affamato.
Guglielmo lo guardò esterrefatto.
«Come? È l’ora che segna la fine della giornata e non recitate la Compieta?».
«Veramente noi…», balbettò imbarazzato, «ci facciamo il segno della croce. La Compieta la
recitano i frati e i preti».
«Scusatemi, ma io sono abituato così».
L’ospite prima si lavò a fondo le mani, poi si mise in ginocchio verso la parete che pensava
rivolta a oriente e, aperte i palmi delle mani verso il cielo, iniziò a declamare in latino: Te
lucis ante terminum Rerum Creator poscimus, ut solita clementia, sis praesul ad custodiam…
Marito e moglie, imbarazzati e sorpresi, non riuscirono a fare altro che tenere le mani
congiunte e il capo chino finché non terminò. Si atteggiarono come fossero in chiesa, ma
erano in casa loro e il maiale che sbollentava nel paiolo li riportò alla realtà.
«Ora possiamo mangiare?» sbottò Ruggero tra l’affamato e lo spazientito.
«Avete capito il significato della preghiera?» chiese Guglielmo rivolto prima a Matilde e poi
al marito.
Entrambi scossero la testa. L’uomo a suo agio come se fosse a casa sua, passò le mani tra i
capelli del piccolo.
«Allora lo spiegherò a vostro figlio con parole semplici così la imparerete anche voi. Vedi
Tuccio, per tenere lontani gli spiriti maligni e i fantasmi della notte, è sufficiente rivolgersi al
Creatore di tutte le cose perché allontani gli incubi notturni. Altro che olio nell’acqua per
levare il malocchio! Sai cosa ho chiesto nella mia preghiera?».
Il ragazzino scosse la testa mentre giocava a prendere a pugni la sua lunga barba che
dondolava da una parte all’altra.
«Procul recedant somnia, et noctium phantasmata. Ho chiesto al Creatore di allontanare gli
incubi e i fantasmi dal nostro sonno. Vedrai che bei sogni farai stanotte».
Terminata quella specie di lezione, finalmente si misero attorno al tavolo e iniziarono a
mangiare. Guglielmo mostrò di apprezzare la zuppa di farro, anche se rifiutò una seconda
scodella che Ruggero, insistendo garbatamente, voleva prendesse. Ma la sorpresa più grande
arrivò al momento di servire il maiale affumicato.
«Questo no! Grazie», esclamò deciso l’ospite.

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«Come no! Vi posso assicurare che è buonissimo. C’è gente che ucciderebbe per una ciotola
di stufato di maiale di mia moglie».
«Ne sono sicuro. Ha un odore buonissimo. Il fatto è, il fatto è…», balbettò Guglielmo, «che
non voglio mangiare la carne per più di due volte la settimana. Devo aspettare ancora qualche
giorno. Il maiale poi…».
«E che regola è? Mica siete un frate! Non è mica vigilia! Stasera è lunedì, oltretutto è la
Candelora, è festa, l’inverno finirà e tornerà il bel tempo. Suvvia! Mangiate lo stufato».
Guglielmo allontanò il cibo con un sorriso ma con mano decisa.
«Non voglio essere scortese con voi. Scusatemi sono regole che mi sono dato da solo. Per
farmi perdonare, accetterò dell’altra zuppa».
«E anche del vino!», aggiunse Ruggero che iniziò a versare generosamente da una brocca.
«Così è sufficiente», s’impuntò di nuovo Guglielmo fermandogli la mano. «Un’emina basta» 2
.
«Contento voi. Berrò io il resto del vostro vino e mi mangerò pure il vostro maiale».
Così dicendo prese il coltello trinciante e iniziò a tagliare dalla parte della cotenna. Non era
un gran coltello per quella parte dura e tenace, oltretutto era vecchio, rugginoso e poco
affilato.
Guglielmo per un po’ lo osservò armeggiare sulla carne con quegli scarsi risultati dopodiché,
infilata la mano sotto il lucco, tirò fuori un pugnale lucido e affilatissimo.
«Forse questo potrebbe servire allo scopo?», gli disse porgendoglielo.
Matilde ebbe un sussulto e si tirò indietro. Quella lama più che un coltello trinciante per la
tavola, aveva l’aspetto di un’arma. La cosa non sfuggì a Guglielmo.
«Madonna non abbiate paura, questo coltello fino a oggi ha tagliato solamente polli e conigli,
non certamente cristiani».
La cena proseguì con Ruggero che invece di indagare sul misterioso ospite, passò tutto il
tempo a decantare se stesso e il suo lavoro. Quante pergamene faceva, quante ne vendeva e
come fosse bravo a scrivere e a far di conto con l’abaco per via degli insegnamenti degli abati
di san Michele Arcangelo a Marturi. Ebbe anche un’idea per recuperare la brutta figura fatta
durante la preghiera del Te Lucis ante. Si alzò, si diresse verso una cassapanca e ritornò con
un volume di pergamena rilegato in pelle.
«Questo libro non ho avuto la forza di venderlo», confessò. «È troppo bello. Con l’amanuense
dell’abbazia ho seguito la sua stesura, foglio dopo foglio di pergamena. È il Purgatorio di
Dante Alighieri. Ora vi faccio vedere se anch’io conosco qualcosa del Te Lucis ante».
Il padrone di casa si mise a sfogliare con la massima attenzione.
«Guglielmo, vedete che bei colori? Sono pergamene che ho dipinto con tonalità verdi, rosa e
rosse. Vengono da pelli di giovani capretti, sono le più sottili e delicate. Eppure il passo che
cerco doveva essere a questo punto…»
Continuò a scrutare tra quei fogli andando avanti e indietro.
«Ecco l’ho trovato! Canto VIII, versi 1-3. Sentite com’è bello l’attacco Era già l’ora che
volge al disio ai naviganti e‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio. È la
prima sera dopo la partenza, è l’ora del tramonto. Sembra quasi di vedere i colori rossi accesi
che tingono l’acqua del mare. In quell’atmosfera struggente i marinai si commuovono
pensando a tutto quello che si sono lasciati alle spalle: luoghi cari, persone, affetti…».
Ruggero rimase alcuni attimi come ammaliato.
«Ma non è questo che vi volevo mostrare, ma subito un po’ avanti. Eccolo qua il punto! Versi
13-15. Te lucis ante sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me
uscir di mente. Avete inteso? Dante Alighieri a udire le anime del Purgatorio che declamano il

2 Emina è un’antica unità di misura italica e romana pari a 0,273 lt.

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Te Lucis ante, si commuove a tal punto da uscire di senno. Visto? Mi ricordavo qualcosa
anch’io».
«Sapete davvero molte cose per la vostra età. Quanti anni avete?»
«Venti», rispose Ruggero.
«E voi Matilde?».
«Venti. Forse. Non sono stata battezzata qui. Non saprei a chi chiederlo».
«Non avete genitori?», soggiunse Guglielmo.
Entrambi fecero segno di no.
«E voi Ruggero?».
«Non li ricordo neppure. Morirono entrambi quand’ero molto piccolo. Rimasero schiacciati
sotto un pesante carro che si ribaltò e finì in un dirupo. Io sono stato cresciuto prima dai frati
Ospitalieri di san Giovanni di Gerusalemme giù al Castello della Magione, poi dai monaci di
san Michele Arcangelo a Marturi. Ho imparato da loro a fare pergamene, a scrivere, a leggere
e far di conto».
Guglielmo si stampò un tenero sorriso sul volto.
«Siete una bellissima famiglia. Avete già un lavoro, una casa e un piccolo marmocchio. Se
solamente fosse un po’ più calmo…».
In effetti, Tuccio forse per attirare l’attenzione su di sé, continuava a tirare la barba
dell’uomo, strattonandola sempre più forte. Guglielmo provò a distrarlo.
«Lascia stare la mia barba», lo rimproverò. «Ti faccio vedere una cosa».
Tanto bastò per incuriosire il piccolo e farlo desistere. Prese un pezzo di carbone spento da un
lato del fuoco e disegnò su un vecchio tavolato appoggiato alla parete una figura che voleva
assomigliare a un cervo.
«Vuoi vedere che lo prendo?», lo sfidò riprendendo il suo coltello e soppesandolo con la
mano.
Tutta la famiglia a quel punto s’incuriosì per quella inattesa dimostrazione. Matilde tenne il
figlio attaccato al vestito, mentre Ruggero andava con gli occhi dal coltello al disegno e
viceversa.
Partì un lancio rapido e deciso e il coltello colpì quella figura esattamente dove doveva esserci
il cuore.
«Ancora! Ancora!» si mise a strillare il ragazzino divertito e rapito da quella dimostrazione.
«Lascia stare messere Guglielmo», lo esortò la madre.
«Ma no! Accontentiamolo. Dopo però andremo tutti a letto a riposarci. Vero Tuccio?».
Il piccolo si staccò dal vestito della madre e andò ad abbracciare le gambe dell’ospite.
«Ora ti faccio vedere un’altra cosa e il babbo ci aiuterà. Ruggero potete andare a coprire la
figura del cervo con quel vecchio panno?».
Obbedì prontamente anche perché era incuriosito e divertito da quella nuova e misteriosa
dimostrazione. Coprì il disegno e si rimise accanto alla moglie mentre Guglielmo teneva
fermo Tuccio con la mano sinistra. Partì il secondo lancio e il coltello si piantò sul panno e sul
legno sottostante. Non ci fu bisogno di dire niente. Ruggero corse prontamente verso la
parete, spostò il vecchio panno e…
«Per Domineddio!», sbottò esterrefatto «L’avete colpito nello stesso punto».
«E non solo! Penso di essere capace di prenderlo anche bendato. Proviamo! Poi però andremo
a dormire. Vero Tuccio?», lo interrogò nuovamente.
Il piccolo rispose con un sorriso smagliante. Ruggero usò lo stesso vecchio drappo per coprire
la vista di Guglielmo.
«Aspettate! Vi dirò io quando coprirmi gli occhi».
Si mise in piedi davanti al disegno allargando lievemente le gambe, aggiustò l’impugnatura
del coltello, mosse anche le spalle come se dovesse trovare una sua sistemazione dentro la

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stanza, infine chiese di essere bendato. Nel silenzio generale soppesò il coltello e partì il
lancio.
«Preso!», si lasciò scappare Ruggero. «L’avete preso di nuovo! È incredibile, non avevo mai
visto una cosa così».
«E ora andiamo a letto», concluse. «Io mi alzerò alla seconda ora per pregare le lodi
mattutine. Cercherò di non disturbarvi. Lo farò in silenzio. Ci vedremo domani mattina al
sorgere del sole e voi Ruggero, mi farete sapere se siete interessato ad acquistare quelle
pergamene che tengo nascoste a casa mia».
Serbando negli occhi la prova di maestria nel lancio del coltello, tutta la famiglia si avviò alla
stanza superiore arrampicandosi per la ripida scala in legno. All’ospite, in segno di rispetto,
riservarono la stanza con il focolare e un giaciglio posticcio fatto con un cumulo di paglia
pulita.
Tuccio fece appena in tempo a orinare nel pitale. Con la testa dondolante per il gran sonno,
cadde addormentato all’istante. Ruggero e Matilde lo misero in mezzo tra di loro per tenerlo
al caldo dato che la stanza a tetto era fredda come il marmo. Dopo alcuni momenti arrivò alle
loro orecchie il distinto russare dell’ospite. Ruggero spostò il figlio di lato e avvicinò la bocca
alle orecchie della moglie facendole con l’indice il segno del silenzio.
«Che dici? Ci devo andare a vedere quelle pergamene?», bisbigliò.
Matilde allargò le braccia e sgranò gli occhi.
«Certo che è strano quest’uomo», proseguì cercando di parlare più basso possibile. «Dice che
fa il contadino e non ha le mani di un contadino. Prega e digiuna più di un eremita e non è un
religioso. Hai visto come maneggia il pugnale? Dove avrà imparato? Certo se possiede quello
che ha detto. Un libro sul Prete Gianni, una pergamena commissionata da un papa, forse
meriterebbe almeno vedere… Che pensi?».
Matilde si spostò avvicinando lei la bocca ai suoi orecchi.
«Perché vuoi il mio assenso? Ti conosco bene, hai già deciso. Sei incuriosito e vuoi vedere
quelle pergamene. Vai pure, tanto con questo gelo non potrai lavorare. Prima parti, prima
tornerai».

*******

Guglielmo era già in piedi. Fin dal cuore della notte, dopo le laudi mattutine, aveva
provveduto a ravvivare il fuoco e a cucinare nel paiolo delle castagne secche lessate in acqua
e latte.
Fu una piacevole sorpresa per Ruggero e la sua famiglia che, scendendo giù per la scala,
trovarono la tavola già apparecchiata.
«L’ho fatto per voi. Spero siate contenti. Allora Ruggero, partirete con me?».
Il giovane dopo aver guardato la moglie, annuì.
«Sono contento che abbiate deciso di venire. Sono certo che non ve ne pentirete. Tre, quattro
giorni, e poi, con l’aiuto della mia cavalla saremo vicino all’abbazia di Sant’Antimo. Tempo
una settimana, sarete di nuovo a casa. Per il viaggio all’andata faremo a turno a stare seduti
sulla serpa».
«Che via seguiremo?» domandò Ruggero.
«Quella che ho fatto per arrivare fin da voi, quella che fanno tutti i mercanti e pellegrini che
vanno da Siena verso Roma. Passeremo per il castello di Monteriggioni, poi Siena fino a
Buonconvento. Là lasceremo la via Cassia e prenderemo la strada per Montalcino.
Dormiremo per tre volte in locande o ostelli. Le giornate sono ancora troppo corte…».
«Per i vestiti? Come mi devo vestire? Fa molto freddo», aggiunse Ruggero preoccupato.
«Una schiavina pesante come la mia andrà benissimo. Sembreremo due veri pellegrini».

15

*******

Partirono dal Colle di Poggio Bonizio, seguendo l’itinerario annunciato.
Durante il viaggio non furono mai soli, almeno fino a Buonconvento. Camminarono
perennemente affiancati da birri, contadini, artigiani, pellegrini con i loro carri e animali,
soprattutto da carovane di muli caricati fino all’inverosimile.
Guglielmo si comportò con il rigore e il fervore religioso già mostrato in casa. Si fermava
spesso per pregare, in due occasioni fece elemosina a due poveri storpi donando loro quello
che sarebbe stato il suo cibo, visitava quasi tutte le chiese incontrate nel percorso. Per la
fortuna di Ruggero, almeno l’ultima sera, quando trovarono riparo nell’ospizio di
Buonconvento, Guglielmo si concesse della carne accompagnata dal vino anche se in quantità
non maggiore di una piccola brocca corrispondente a un’emina.
«Finalmente un po’ di carne!», sbottò Ruggero, «Mi chiedo come potete tenere in piedi
codesto corpaccione dandogli solamente verdure e cereali».
«Bastano, bastano», biascicò Guglielmo mentre addentava un pezzo di muso bollito. «Due
volte la settimana di carne è più che sufficiente. Domani vedrete la mia fattoria. Lì sì che c’è
carne. Sono trenta rubbi di cui la metà è destinata a pascolo». 3
«E questo che cos’è?», sobbalzò Ruggero stupito per un pezzettino d’osso che gli era caduto
sulla testa.
Non ci volle molto a capirne la provenienza perché quell’osso era stato lanciato da un tavolo
vicino dove c’erano tre balordi abbondantemente già ubriachi che volevano prendersi gioco di
quei due nuovi arrivati.
«Se andate a Roma, portate al papa questa reliquia», sghignazzò uno dei tre lanciando un
secondo osso al loro indirizzo. «Ditegli che è una costola di san porco».
Questa volta fu Guglielmo a essere colpito al viso. Lui però non si mosse di un dito.
Tra l’ilarità generale, al loro indirizzo, piovvero pezzi di pane, fave lesse, cucchiai di legno.
I due non reagirono. Ruggero perché intimorito, Guglielmo perché se ne stava con la testa
raccolta tra le mani quasi stesse pensando o pregando. Fu a quel punto che quello più rubizzo
dei tre si alzò e ponendosi davanti a Guglielmo in segno di sfida e di dileggio, iniziò a mimare
gesti osceni toccandosi sul pene.
«Oppure potresti portare questo a Roma. Potresti provare a farlo benedire dal pa…».
Non fece in tempo a finire la parola che Guglielmo lo agguantò per i testicoli con la mano
sinistra, mentre con il palmo della destra vibrò un colpo repentino sul naso del malcapitato
che stramazzò a terra con il volto madido di sangue. Alla vista del loro compare abbattuto gli
altri due si gettarono barcollanti verso il viandante, ma furono entrambi ridotti all’impotenza.
Uno stramazzò a terra con un pugno alla tempia, l’altro fu preso per i capelli e tenuto con la
faccia tuffata dentro il vassoio dello stufato fin quasi a farlo soffocare.
Ridotti i tre all’impotenza, Guglielmo li prese uno a uno e li scaraventò fuori la locanda. Poi
rientrò con calma, si rimise a sedere e, come se non fosse accaduto niente, continuò a
mangiare in silenzio.
«Accidenti!», balbettò Ruggero. «Dove avete imparato a combattere così? Non certo a fare il
contadino».
«Hanno offeso il papa», fu l’unica cosa che gli rispose quello strano compagno di viaggio
continuando a masticare.

3 Trenta rubbi circa 56 ettari.

16

2

Domenica 6 febbraio, dintorni dell’abbazia di sant’Antimo
Era il turno di Ruggero di stare seduto sulla serpa e il dondolio del carro che avanzava
lentamente tra i campi prigionieri del gelo lo aveva portato quasi ad addormentarsi. Un ooh!
indirizzato alla cavalla e il carro fermo, lo distolsero dal suo torpore.
«Siamo arrivati! O volete dormire ancora?».
Ruggero aprì gli occhi e giù nel fondo della valle circondata da colline, gli apparve l’abbazia
di Sant’Antimo che rifuggiva dal grigiore dell’inverno mostrandosi con il candore lattato delle
sue pietre.
«Bella vero?», commentò Guglielmo alle sue spalle.
Si girò e lo vide in ginocchio che farfugliava qualcosa in latino che doveva essere una specie
di ringraziamento.
«Pregate per qualsiasi cosa?».
Guglielmo non raccolse la provocazione e, tirando le redini, rimise in moto il cavallo.
«Le nostre pergamene sono laggiù. Il sole è ancora alto. Le riprendiamo ora e poi andiamo
alla fattoria, o andiamo alla fattoria e ritorniamo domani. Con la compieta chiudono tutte le
porte».
«Ora, ora», s’impuntò impaziente. «Stasera alla vostra fattoria avremo tutto il tempo di
esaminarle».
Man mano che si avvicinavano l’abbazia si mostrò in tutta la sua magnificenza. Era una
chiesa in pietra molto grande disposta da levante a ponente e aveva un’abside solenne e
maestosa con un altissimo campanile punteggiato da bifore e monofore.
«Tutte quelle costruzioni verso il mezzogiorno cosa sono?»
«Tutto quanto serve a un’abbazia. Vedete il chiostro quadrato? Intorno c’è la sala, il
refettorio, la cucina, la sagrestia della chiesa, la foresteria per i viandanti, i magazzini e sopra
c’è il dormitorio dei conversi. Dall’altro lato, sopra la sala capitolare, c’è il dormitorio dei
monaci. O meglio sarebbe dire c’era perché ora è tutto in abbandono. Non ci sono più monaci
dopo i benedettini e i guglielmiti. Ora tutto quello che scorgete è sotto l’autorità del vescovo
di Pienza e Montalcino».
Ruggero si passò la mano sulla bocca.
«E prima com’era?»
«Un’abbazia potentissima: possedeva castelli, terreni, mulini, chiese, monasteri e ospedali che
andavano da Grosseto fino a Pistoia, passando per Siena e Firenze. Pensate che il priore
viveva nel castello di Montalcino. Ora non c’è quasi più nessuno».
«E le nostre pergamene?».
«Le nostre pergamene sono davanti ai vostri occhi, in un posto sicuro. Tra poco le vedrete, ma
dovrete aiutarmi a recuperarle».
Guglielmo e Ruggero legarono il cavallo con una lunghina a un anello fissato tra le pietre del
campanile, poi si avviarono verso l’ingresso della chiesa.
«Faremo così!», biascicò Guglielmo. «Io distrarrò il frate o i due frati che saranno in chiesa o
in sacrestia. Mi conoscono e non sarà difficile. Basterà dire che voglio fare un’offerta e mi
seguiranno come le api inseguono il miele. Il terzo frate è anziano e sta spesso rinchiuso dove
c’era il dormitorio dei monaci sopra la sala capitolare. Voi vi avvicinerete ai gradini
dell’altare maggiore. Sarà facile trovare un’iscrizione. È una carta lapidaria che ricorda un
lascito, una donazione elargita all’abbazia dalla famiglia degli Ardengheschi. C’è scritto: In
toto regno italico e in tota marca Tusciae. Fin qui tutto chiaro?»
Ruggero annuì.

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«Bene!», proseguì. «Esattamente da quella posizione, alzate la testa e cercate il punto dove il
Cristo ligneo appeso sopra l’altare sembra guardare. Sarà facile, ha degli occhi grandi che
fissano in un’unica direzione. Camminate per pochi passi e vedrete che in quel punto della
chiesa ci sono alcuni ossari murati nel pavimento. Uno sembra il più vecchio di tutti e ha le
iscrizioni consumate. Con l’aiuto di un coltello rimuovete la lastra. È già smurata e non è
pesante, dentro ci sono le pergamene. Prendetele, richiudere la pietra e nascondetele sotto la
schiavina. Sarà facile».
«Ma se in chiesa ci fosse qualcuno? È domenica». Si preoccupò Ruggero.
«Nel qual caso aspetteremo che sia vuota o ritorneremo il giorno dopo. Comunque non vi date
pena, ormai da quando l’abbazia è in stato di abbandono, gli abitanti dei paesi vicini non si
vedono più nemmeno per la messa domenicale».
Tutto andò come aveva pronosticato Guglielmo.
Fu facile per lui condurre i due religiosi fino in sacrestia e intrattenerli per un po’ con la storia
di un suo viaggio e la consegna di un’offerta. Ruggero dal canto suo agì indisturbato nella
grande chiesa completamente deserta. Nel volgere di pochi attimi, dopo aver individuato
l’ossario, tolse la lastra di copertura e prese le pergamene richiudendo tutto alla perfezione. Ci
rimase quasi male di non potere trattenersi ad ammirare il Cristo ligneo con quei grandi occhi
sbarrati, l’ampio deambulatorio che aveva alle spalle, le tre navate di pietra color dell’alburno
e le alte tribune aperte sulla navata centrale con gli affacci segnati dalle grandi bifore.
Attraversando di corsa il nartece, si ripromise di ritornarci con calma se mai ne avesse avuto
occasione.
«Le avete?», fremette Guglielmo.
«Le ho!», rispose Ruggero sorridente aprendo la schiavina e mostrando le pergamene.
«Allora a casa! Saliamo sul postiglione, tanto non è lontana».
La strada si dipanava tra campi e colline panciute immobili sotto la coltre del gelo e della
brina. Il paesaggio era costellato dalle cuspidi scure dei cipressi e ogni tanto s’incontravano
branchi di pecore precedute dall’ariete dalle corna ricurve. Quelle greggi brucavano su quella
campagna terrigna in cerca dei pochi fili di erba rimasti.
«Dopo quella salita, dopo quella collina, si arriverà alla mia fattoria. Una volta che saremo là,
finalmente ci potremo riscaldare".
Sull’ultima salita Guglielmo saltò giù dal postiglione per non affaticare inutilmente la cavalla
che sbuffava nuvole di vapore dalle froge dilatate. Raggiunta la sommità si aprì un’ampia
pianura e subito davanti Ruggero vide la fattoria di Guglielmo. Il terreno sembrava pettinato
da quanto le vigne, i campi da foraggio e gli uliveti erano ordinati. Qua e là s’intravedevano
gruppi di buoi e di cavalli al pascolo.
«Bella, vero, la mia fattoria?», esclamò riparandosi gli occhi da un barbaglio di sole. «Venite,
entriamo a riscaldarci».
Guglielmo fu subito raggiunto da due villici che gli vennero incontro a passo svelto. Erano
due gemelli e si assomigliavano come due gocce d’acqua. Bassi, tarchiati, con i capelli corti
come i suoi e due lunghissime barbe che sventolavano fin quasi a toccare terra. Dovevano
essere i due servi di cui gli aveva parlato e che lavoravano per lui. Appena lo raggiunsero gli
affidò la cavalla perché se ne occupassero.
«Bentornato fratello!», sorrise uno dei due allontanandosi tenendo l’animale per le briglie.
Ruggero rimase colpito da quella familiarità. Come potevano due servi sorridere al loro
padrone? Poi uno l’aveva addirittura apostrofato come fratello! Quell’uomo era una fonte
continua di misteri.
L’abitazione era tutta in pietra a pianta quadrata con una torre che si alzava dal centro
dell’edificio e davanti all’ingresso. C’era uno scampanellio che arrivava da molte direzioni.
Ruggero rimase esterrefatto! Erano campanellini che pendevano da dei falli di figure di

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bronzo. Sulla porta d’ingresso c’era raffigurato un uomo che lottava con il suo fallo
gigantesco quasi fosse un nemico nell’atto di aggredirlo. Appesi a quella verga spropositata,
alle mani e ai piedi, cinque campanelli che tintinnavano mossi dal vento. A poca distanza, su
una mensola murata sopra lo stipite di una finestra, c’era una figura con tre falli e altrettanti
campanelli. Uno si allungava tra le gambe, gli altri due venivano fuori dalle orecchie.
Ruggero spalancò ancora di più sia gli occhi sia la bocca.
«Sono tintinnabula etruschi», gli spiegò Ruggero con un sorriso malizioso. «Prima gli
etruschi, poi i romani li mettevano davanti alle case assieme a una lampada. Avevano una
funzione scaramantica. Pensavano che allontanassero gli spiriti maligni e portassero la buona
sorte. Del resto il fallo porta o non porta la vita?».
Ruggero superato quello stupore guardò nuovamente la fattoria. L’edificio aveva due rampe
di scale che conducevano al piano superiore. Una volta doveva essere stata una fattoria
fortificata. L’interno del pian terreno si apriva su una grande sala dalla quale si accedeva ai
magazzini, alle cucine e alle stanze della servitù. Sopra c’erano le camere. Sulle mensole e
sulle alzate dei mobili appoggiati alle pareti, c’erano vasi scuri di fogge diverse, bacili in
terracotta, oggetti e figure di bronzo.
«Sono buccheri e statue etrusche», lo anticipò Guglielmo. «Come vi ho detto acquisto oggetti
dai profanatori di tombe che scavano nelle necropoli. Ce ne sono tantissime da qui fino a
Chiusi e fino alle porte di Roma. È una brutta cosa lo so anch’io, ma tanto lo farebbero
comunque. Meglio che siano conservati al riparo di questo tetto che vadano dispersi. I vasi di
bucchero ad esempio. Il più delle volte li rompono, perché pensano che non abbiano alcun
valore. Cercano solamente il bronzo o il ferro delle armi».
«Ma le vostre pergamene non sono etrusche, non hanno tantissimi anni».
«Lo so bene», continuò il padrone di casa, «ma i tombaroli sono persone infime che
profanano anche tombe recenti. Talvolta spogliano i cadaveri per rivestirci mogli e figli».
«E queste pergamene da dove vengono?».
«Questo non lo so perché chi me le ha date non me lo ha voluto dire in nessun modo. Capirete
che scavare nelle necropoli etrusche non interessa a nessuno. Profanare tombe di cristiani per
i cimiteri accanto alle chiese li manderebbe in prigione se scoperti».
«Allora le guardiamo subito?» insistette Ruggero con la mano sopra le pergamene.
«E come altrimenti? Non state più nella pelle. Mettiamoci vicino al candeliere, anzi,
accendiamone due, così ammirerete la finezza dei particolari».

*******
Guglielmo iniziò da quelle che avevano più fogli.
«Partiamo dalla lettera del Prete Gianni, ma vi avverto che ci vorrà del tempo per spiegarvi il
contenuto. Dunque, questa pergamena è una copia originale della lettera che il leggendario
Presbiter Iohannes, o Prete Gianni, indirizzò a Manuele I Comneno, imperatore romano
d’oriente. Nella lettera il prete Gianni si presenta con il titolo di Dominus Dominantium,
Signore dei Signori e addirittura offende l’imperatore di Bisanzio rimproverandolo di essere
adorato da dei poveri greci. Graeculi li chiama. È uno che si vanta molto. Si dichiara il più
grande dei sovrani esistenti sulla terra e afferma che settantadue re sono suoi tributari. Vedete
questa mappa miniata sulla pergamena? Rappresenta il suo regno, che arriva fino al punto
dove sorge il sole sino alle tre Indie, dov’è collocata la tomba di san Tommaso apostolo».
«E tutti questi strani animali disegnati?», chiese Ruggero con gli occhi e la mente persi in
quelle figure».
«Sono animali e uomini di ogni razza che sono nel suo regno. Ci sono elefanti, cammelli,
dromedari, tigri, sciacalli, iene e leoni bianchi e rossi. Ci sono anche altri animali straordinari

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come merli bianchi e cicale mute, il grifone mezzo leone e mezza aquila. C’è un uccello
chiamato fenice e tutti quanti vivono sotto la volta celeste. Poi ci sono altre creature
straordinarie. Folletti, nani, i blemmi che sono uomini senza testa e con la faccia e gli occhi
sul petto, i sagittari con il corpo di cavallo e il busto umano, i fauni con il corpo umano ma le
gambe e la testa a forma di capra, i cinocefali con la testa di cane, i monoculi con un solo
occhio come i ciclopi e gli sciapodi con una sola gamba e un piede così grande che quando fa
molto caldo e c’è tanto sole, si sdraiano sulla schiena e si fanno ombra».
Ruggero era sempre più affascinato e con la punta dell’indice accarezzava quei preziosi
disegni.
«Ma voi come fate a conoscerla così bene questa lettera?».
«L’ho fatta vedere e rivedere a molti. Tutti da anni parlano del regno di Prete Gianni e ogni
tanto s’incontrano trascrizioni della sua lettera. Ho ragione di ritenere che queste pergamene
siano la trascrizione fedele di quella originale. È per questo che sono convinto che valgano
molto denaro e di conseguenza vi ho avvicinato per aiutarmi a venderle».
«Ma sembrano storie incredibili, inventate, fantastiche», accampò Ruggero.
«Forse sì o forse no. Della lettera di Prete Gianni se ne parla da anni in tutta Europa, presso
tutte le Corti e anche presso il Papato. Sappiate che il papa Alessandro III, saputo
dell’esistenza del suo regno, gli scrisse una lettera e appena tre anni fa, nel 1489, l’attuale re
del Portogallo Giovanni II, ha inviato un’ambasceria in Egitto proprio con lo scopo di
scoprire e arrivare in quel fantastico paese. Allora, continuo a raccontarvi cosa c’è scritto
nelle pergamene?».
Ruggero non rispose neppure tanto era preso dal prenderle e rigirarle tra le mani.
«Qualcuna è stata scritta sul verso del pelo della pelle. Sentite come sono più ruvide?
Avrebbero dovuto comprarle da me». Sentenziò con una punta di orgoglio.
«Non vi preoccupate della qualità delle pergamene. Piuttosto ascoltate con attenzione che tipo
di uomini abitano laggiù», continuò Guglielmo. «Quando qualcuno muore, i parenti e anche
gli estranei lo divorano con avidità. Mangiano solamente carne, sia di animali, ma anche
quella umana dei nemici, dei morti e dei feti. Tra quelle popolazioni ci sono anche i Gog e i
Magog che il giovane Alessandro Magno fece rinchiudere al di là delle Alpi del Caucaso. Il
Prete Gianni si serve di loro quando fa una guerra per sterminare i suoi nemici. Quando hanno
divorato tutti i morti e i prigionieri, quei cannibali sono ricondotti nelle loro terre perché non
diventino pericolosi anche per i suoi sudditi. Alla fine del mondo, quando ci sarà il Giudizio
Universale, tutti quei cannibali saranno annientati da Dio e ridotti in cenere. Ma non ci sono
solamente popoli straordinari, anche il regno è pieno di meraviglie. La terra è ricolma di latte
e miele e non ci sono serpenti velenosi. Laddove ci sono serpenti, come nelle piantagioni di
pepe, le popolazioni, quando i semi giungono a maturazione, danno fuoco per ucciderli e una
volta terminato l’incendio li raccolgono con i forconi formando dei mucchi come si fa con la
paglia. Poi raccolgono il pepe essiccato che è scambiato con altri generi alimentari. C’è anche
una fonte miracolosa che scorre non lontano dal Paradiso Terrestre e chi beve quelle acque
potrà sentire un sapore diverso a ogni ora del giorno e della notte, guarendo da ogni malattia
e, se vecchio, potrà ringiovanire fino all’età di trentadue anni. Vi piacerebbe Ruggero
abbeverarvi a quella fonte?».
Gli stampò un sorriso stropicciato dato che la sua mente era occupata in quel mondo magico.
«Ma ancora migliore per voi, sarebbe vivere nell’isola della manna».
«Quale isola?».
«Quella descritta nella pergamena che tenete in mano. Date qua che ve la leggo».
Guglielmo prese il foglio con attenzione, lo rigirò per il verso giusto e proseguì.
«Nelle parti meridionali del suo regno, vi è un’immensa isola disabitata nella quale Dio fa
cadere la manna due volte la settimana. I popoli circostanti senza bisogno di dover lavorare,

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arrivano e se ne cibano. Quella manna lì è la stessa che mangiarono gli ebrei uscendo
dall’Egitto. Chi si nutre di manna campa cinquecento anni. Dopo cento anni bevono l’acqua
miracolosa, ringiovaniscono fino a trentadue anni e così via per cinque volte. Alla fine, dopo
cinquecento anni, muoiono e non sono seppelliti, ma portati nell’isola della manna e appesi
agli alberi. La loro carne non si corromperà e resteranno come vivi, fino al giorno del
giudizio, quando risorgeranno per essere giudicati. Quegli uomini, quando sono in vita, sono
buoni e non provano né odio, né invidia, non desiderano altre donne se non le proprie mogli».
Guglielmo smise per un attimo il suo lungo racconto e riprese fiato provando a rimettere i
fogli nella giusta successione.
«Ecco qua!», continuò con rinnovato vigore. «Non vi ho ancora detto della caverna dei
draghi, delle amazzoni e del mare di sabbia. Nel regno del Prete Gianni, all’opposto dell’isola
della manna, dunque verso settentrione, c’è un’immensa caverna dove vivono migliaia di
draghi che le popolazioni del posto riescono ad ammaestrare. Con incantesimi e stregonerie
varie li rendono così mansueti da poter mettere loro morso e sella fino a cavalcarli. Da quel
momento in poi sono innocui come pecore e scodinzolano e muovono la testa come cani.
Questi draghi e questi ammaestratori sono donati al Prete Gianni che li spedisce in tutte le
regioni del mondo per sapere tutto quanto di nuovo accade. Le amazzoni invece sono donne
guerriere che possiedono armi d’argento, come d’argento è ogni attrezzo da lavoro. Poiché
nella loro terra, completamente circondata da un fiume, non c’è altro tipo di metallo che
l’argento. Quelle donne sono così veloci a cavalcare i loro destrieri fatti di terra che, se
lanciano una freccia, riescono a riprenderla prima che tocchi terra. Non vivono con i mariti
che stanno di là dal fiume. Guai per loro se lo attraversassero, sarebbero uccisi. Solamente le
amazzoni ogni tanto possono andare dai mariti e rimanere per quindici giorni. Dopo quegli
incontri, quando nascono i figli, a sette anni sono affidati ai padri se sono maschi, se invece
sono femmine restano con le amazzoni. Nel fiume delle amazzoni, che vi ho detto circonda la
loro terra senza un inizio e una fine, ci sono pesci dalle caratteristiche straordinarie. Oltre a
quelli più piccoli che sono mangiati, ce ne sono altri molto grandi che possono essere
cavalcati, altri sono simili ad asini che lavorano, arano e seminano la terra, altri pesci infine
assomigliano a cani e sono usati nella caccia. Poi c’è la cosa più straordinaria di tutte: il mare
di sabbia».
«Un mare di sabbia?» lo interrogò Ruggero che vagava perso con la mente in quel posto
fantastico.
«Il mare di sabbia è davvero la cosa più straordinaria che ci sia. Nel mare non c’è una goccia
d’acqua ma solamente sabbia, dunque non può essere navigato in nessun modo. Ci sono però
delle onde e si gonfia come un mare vero quando è agitato. Nonostante questo sulla riva si
possono raccogliere dei pesci gustosi e buoni da mangiare. In questo mare arenoso si riversa
un fiume che a sua volta non ha acqua ma trascina pietre preziose. Questo fiume scorre tre
giorni la settimana e negli altri quattro resta fermo e diventa attraversabile».
Ruggero dondolava la testa, guardando quando le pergamene, quando il padrone di casa.
Gli sembrava impossibile che su quei pochi fogli, ci fossero scritte tutte quelle cose. Man
mano che il racconto andava avanti, aumentò la sua bramosia di averle. Chissà quanti soldi ne
avrebbe ricavato.
Guglielmo proseguì il suo racconto ancora per molto rigirando quelle pergamene tra le mani e
indicando con l’indice i punti salienti. Quel regno di Prete Gianni sembrava una cornucopia di
accadimenti.
Gli raccontò di fiumi sotterranei pieni di pietre preziose, di salamandre che vivevano nel
fuoco e secernevano un filo simile alla seta che una volta tessuto avrebbe prodotto vestiti che
andavano lavati tra le fiamme, dell’assenzio che scaccia gli spiriti maligni e delle virtù delle

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dieci pietre magiche che trasformano l’acqua in latte oppure in vino. Alla fine della lettura
delle pergamene, entrambi si sentirono spossati.
«Mi sa che l’altra pergamena scritta per il papa la vedremo domani», suggerì Guglielmo.
«Mi sa anche a me», acconsentì Ruggero. «Forse ora sarebbe bene pensare a una bella cena.
Con tutto il ben di Dio che avete nei campi là fuori non sarà certo difficile per i vostri servi
procurarci del buon cibo».

*******

Per la cena il padrone di casa tornò quel fervente religioso che Ruggero aveva già conosciuto.
Come aveva fatto in precedenza si lavò a fondo le mani, si mise in ginocchio con le palme
delle mani aperte verso oriente e iniziò a recitare la sua compieta. Questa volta non era da
solo perché fu affiancato da ciascun lato dai due servi gemelli, anch’essi inginocchiati,
anch’essi con quella curiosa acconciatura fatta di capelli molto corti e barbe lunghissime.
Visti da dietro assomigliavano ai tre Magi in adorazione davanti alla Sacra Famiglia. Anche
Ruggero non potette esimersi dall’inginocchiarsi e provare a inserirsi con poco successo nella
formula liturgica dell’antifona al Nunc Dimittis. Salva nos, Domine, vigilantes, custodi nos
dormientes: ut vigilemus cum Christo, et requiescamus in pace. 4
Balbettò qualcosa sul Salva nos Domine che era facile da ripetersi, per il resto, fece finta di
muovere la bocca.
Quelle dannate preghiere non volevano mai finire. Appena sembrava che avessero terminato,
ripartivano con una nuova e nel frattempo i suoi ginocchi erano diventati doloranti. Non riuscì
a pensare a Dio a Gesù o alla Madonna. I suoi pensieri continuavano a essere occupati da quel
mitico regno, dal Prete Gianni che andava in guerra alla testa di diecimila soldati e centomila
fanti, s’immaginava sulla sella di un drago volante o ad ammirare le amazzoni che
cavalcavano enormi pesci. Gli sembrava impossibile che esistesse tutto ciò. Eppure aveva
appena saputo da Guglielmo che lo stesso re del Portogallo aveva organizzato una missione
per contattare Re Gianni che pensavano regnasse dalle parti dell’Etiopia. Se ci credeva un Re
a quel regno, perché non doveva crederci lui?
Terminate finalmente le preghiere, Guglielmo bisbigliò qualcosa ai due gemelli e grande fu il
suo stupore nel vedere che apparecchiarono la tavola prendendo i vasi etruschi riposti negli
scaffali alle pareti. Al centro della tavola misero due grandi crateri di bucchero da usare per il
vino e l’acqua.
Davanti a ciascun commensale una specie di mestolo di terracotta nera con un manico ad
anello lungo che chiamavano kyathos e che serviva per prendere l’acqua e il vino dai due
crateri. Altri vasi con forme diverse servirono per portare olive sott’olio, noci, miele e
formaggio ridotto in pezzi. Non doveva essere la prima volta che usavano quelle antiche
terrecotte per mangiare, perché usavano con dimestichezza nomi che udiva per la prima volta:
kylix, kantharos, oinochoe.
Lo stupore più grande l’ebbe quando si accorse che avevano apparecchiato per quattro.
Come per quattro? Pensò. Un padrone che mangia con i suoi servi.
Guglielmo si accorse del suo stupore per via degli occhi sgranati che andavano dalla tavola
apparecchiata quasi fosse un banchetto etrusco di duemila anni prima, fino al numero dei
posti dei commensali.
«Vi leggo nel pensiero», arguì Guglielmo appoggiandosi alla tavola. «Non vi dovete
preoccupare se questo vasellame viene da delle tombe. Sono passati più di mille anni e di quei
4 Salvaci, Signore, quando vigiliamo, custodiscici quando dormiamo: affinché vigiliamo con Cristo, e riposiamo in
pace.

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corpi non c’è rimasta che polvere. Poi questi vasi li abbiamo già usati decine di volte e sono
stati lavati dopo ogni uso con acqua, ranno e foglie di erba vetriola. Li usiamo perché
vogliamo dare loro nuova vita, in memoria di quelli uomini ai quali furono destinati. Poiché è
un grande sacrilegio profanare le tombe e asportare gli oggetti, usandoli di nuovo, come
fecero quei morti al loro tempo, noi pensiamo di riparare a quelle brutte azioni e onorare il
loro ricordo».
«Mangiate con i vostri servi?» bisbigliò Ruggero per non essere udito.
«Servi, aiutanti, chiamateli come volete, in ogni caso siamo tutti figli di Dio e dunque
fratelli».
Ruggero tacque ma in cuor suo giudicò Guglielmo un uomo veramente singolare.
Possedeva una splendida fattoria di trenta rubbi e la faceva lavorare da due servi gemelli che
chiamava fratelli, pregava più di un eremita, si definiva un contadino ma maneggiava il
pugnale come un provetto soldato. E poi quelle pergamene che diceva avere acquistato da un
tombarolo in cambio di poche libbre di farina di segale. Perché aveva cercato proprio lui per
vendergliele? E perché ancora non gli aveva detto da dove provenivano?
Comunque le buone cose servite sulla tavola fugarono per ora i suoi dubbi. Ruggero non si
fece pregare e mangiò di tutto un po’. Chi invece si dimostrò molto parco fu Guglielmo e
anche i suoi due servi che mangiarono lo stretto indispensabile e bevvero non più della solita
emina di vino a testa.
«Che cosa ne fate di tutto il vino che producete se ne bevete così poco?», bofonchiò Ruggero
intingendo per l’ennesima volta il suo kyathos nel cratere di bucchero. «Tra l’altro vi devo
fare i miei complimenti perché è buonissimo».
«Lo vendiamo in terre lontane», rispose il padrone di casa mentre i due gemelli annuivano
senza aprire bocca. «Una parte del vino va a Roma, sul Tevere al porto di Ripa Grande e da lì
è trasportato fino a Ostia per essere spedito con le navi. Un’altra parte la spediamo al porto di
Talamone con lo stesso destino. Comunque, invece di pensare al vino, cosa pensate di fare
con le pergamene? Siete o non siete interessato?».
«Più che interessato sono rimasto sconvolto. Questa lettera del Prete Gianni è un documento
raro e prezioso. Vorrete un sacco di denari e io non sono che un povero artigiano che fabbrica
e vende pergamene. Mi sa che dovrete trovarvi un altro acquirente più benestante».
«Il denaro è l’ultimo problema», sentenziò Guglielmo. «Anch’io convengo con voi che sono
documenti preziosi, ma sono anche pericolosi…».
«Pericolosi?» lo interruppe Ruggero.
«Anche! Ma di questo parleremo domani dopo aver visto l’altra pergamena. Ora pensate a
godere della cena. Vi andrebbe di giocare?».
Ruggero lo guardò perplesso. Che domanda strana.
«Che gioco? Dadi?».
«No! No! I dadi sono un gioco del peccato. Vi propongo di giocare come facevano gli
etruschi a fine pasto. Giocheremo al kòttabos».
Non aveva ancora finito di parlare che i due gemelli avevano montato un’asta verticale lunga
due, tre braccia, appesantita alla base perché stesse in piedi e assottigliata in alto dove
terminava con una figurina umana che reggeva un dischetto di metallo in bilico. A metà
dell’asta, sotto il piattello, c’era un secondo disco più grande sostenuto da un anello
scorrevole.
«Il piatto più grande si chiama manes», spiegò Guglielmo. «Il gioco consiste nel lanciare del
vino contro il piattello piccolo in bilico e farlo cadere nel piatto grande sottostante. Il vino va
lanciato con la kylix. Fratelli, fate vedere al nostro ospite come si gioca».
I due fecero spostare Ruggero e Guglielmo e si posero ai due lati del tavolo sdraiandosi sulle
panche appoggiati sul braccio sinistro. Poi riempirono le kylix di vino e, tenendo infilato

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l’indice della mano destra in uno dei due manici ad anello, scagliarono il liquido contro il
piattello con un particolare movimento del braccio. Il piattello cadde al secondo lancio di uno
dei due.
«Volete provare anche voi Ruggero?».
Il giovane si schermì imbarazzato.
«Vi concedo tre lanci», disse Guglielmo divertito. «Se fate cadere il piattello vi regalo le
pergamene della lettera del Prete Gianni».
Era una proposta invitante e tanto bastò per convincerlo a provare. Non ebbe successo. A
ciascun lancio, la kylix appesantita dal liquido, roteava in basso e il vino invece che partire
nell’aria verso il piattello, cadeva sui suoi piedi e sul vestito. La prova terminò malamente tra
l’ilarità generale degli altri tre.
«Non ve la prendete», lo confortò il padrone di casa. «All’inizio fanno tutti così. Ora andiamo
a dormire, i miei fratelli penseranno a darvi una camicia pulita e a lavare la vostra schiavina
bagnata di vino. Messa davanti al fuoco per tutta la notte, la troverete asciutta per domani
mattina. Ricordate il nostro programma: dopo le Laudi esamineremo l’altra pergamena e
parleremo di affari».
«Anche di quanto sono pericolose», aggiunse il giovane.
«Certo! Ve l’ho promesso un attimo fa. Dormite tranquillo».
La stanza preparata per passare la notte, da sola era più grande di casa sua. Dentro ci trovò un
vero letto con un materasso di lana, un braciere acceso, delle coperte di lana grezza, un pitale
di ceramica dipinta e un bacile d’acqua per lavarsi. Non ci pensò due volte a rannicchiarsi
sotto le coperte dopo averle scaldate sul braciere.
La sua mente sembrava un torrente in piena e nonostante la stanchezza non riuscì a prendere
subito sonno. Vedeva le immagini sorridenti di Matilde e del piccolo Tuccio, le sue
pergamene da buttare via e la vasca della calce congelata. Poi quelle immagini sfumavano su
di lui con il dito infilato nella kylix che si rovesciava il vino sui vestiti. Pensò al Prete Gianni
seduto in trono con uno scettro di smeraldo, al mare di sabbia sul quale si dimenavano pesci
pronti per essere mangiati e ai Gog e Magog cannibali che lo volevano divorare. Si
addormentò pensando ai Blemmi, quegli uomini senza testa e con la faccia stampata sul petto.
Gli stavano accanto e gli dicevano di fare attenzione, gli dicevano anche qualcos’altro che
non riuscì a capire. Forse sognava già.
(…)"