"Questo è un romanzo che si basa su una storia di fantasia ambientata a cavallo della metà del 1400 tra Lucca e Bruges. 

Molti personaggi sono inventati, altri sono realmente vissuti, come ad esempio gli Arnolfini a Bruges. Nel caso di Dino Rapondi, sua moglie Puccia o del mago Pietro d’Abano, si sono prese in prestito figure vissute anni prima. In appendice troverete il loro elenco suddivisi tra personaggi inventati e storici. 

Nella descrizione delle città, dei luoghi, delle strade, dei mezzi di trasporto, dei modi di vestirsi, di pensare, di lavorare e di mangiare, ho cercato di attenermi il più possibile a quanto ci raccontano le fonti storiche. Molte parti del racconto hanno attinto dalle cronache del tempo come la cerimonia per il conferimento del Toson d’oro, il matrimonio di Carlo il Temerario o i personaggi appartenenti alla Confraternita dell’Albero Secco, aristocratica ed esclusiva associazione che tra i suoi membri annoverava i duchi di Borgogna e lo stesso pittore Jan van Eyck. 

Un’attenzione particolare è stata data alle vicende ambientate a Bruges. Molto è stato scritto su quella città e sul suo rapporto mercantile con il resto delle città d’Europa. Io ho trovato illuminante la lettura di uno studio della professoressa Laura Galoppini dell’Università di Pisa dove insegna Storia Medievale. La pubblicazione “Mercanti toscani a Bruges nel tardo medioevo” è del 2014. Approfitto di queste brevi note per ringraziarla sentitamente. 

Il periodo coperto dal romanzo va dal 1430 al 1473. In quegli anni il mondo stava cambiando. Una stagione meravigliosa, il Medioevo, si chiudeva e se ne apriva un’altra formidabile che va sotto il nome di Rinascimento. 

Cadde Costantinopoli, iniziò il declino della potenza commerciale di Venezia e poco dopo, nel 1492, fu scoperta l’America. Per l’umanità si aprirono nuovi orizzonti. Firenze, Venezia, Bruges, Londra, ma anche centri minori come Lucca furono alcuni tra i principali motori di quegli accadimenti. 

A Bruges, tra quella moltitudine di fiorentini, genovesi, milanesi, veneziani, ma anche francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi, c’era una nutrita colonia di mercanti e banchieri lucchesi. Erano quasi tutti concentrati tra Kuiperstraat (rue des Anguilles), Naaldenstraat (rue des Tonnelliers) e piazza della Borsa. 

Uno di questi era Giovanni di Nicolao Arnolfini detto Giannino (Lucca 1400 circa- Bruges 11 settembre 1472). Era sposato con Costanza Trenta ed era ben introdotto alla corte del duca Filippo III di Borgogna detto il Buono. 

Secondo alcuni storici dell’arte è il personaggio maschile del dipinto a olio su tavola che il pittore Jan van Eyck realizzò nel 1434. Il dipinto è generalmente conosciuto come il Ritratto dei coniugi Arnolfini. 

Su quella tavola considerata uno dei capolavori dell’artista e una delle opere più rilevanti della pittura fiamminga si sono scritti fiumi d’inchiostro e sollevati dubbi e congetture da far impallidire gli enigmi sulla figura della Gioconda di Leonardo da Vinci. 

Suddividerei quello che è certo (poco) da quello che si presuppone. Gli storici dell’arte nel corso degli anni hanno ribaltato ogni volta le tesi individuate. 

Quello che è certo. 

Quello che è certo è che il dipinto a olio fu fatto da Jan van Eyck nel 1434. Oggi è conservato nella National Gallery di Londra appeso alla parete della stanza numero cinquantasei. Nel dipinto Van Eyck non fa alcuna menzione ai coniugi Arnolfini. Dalla documentazione storica si sa che quella tavola andò a finire nelle mani di don Diego de Guevara, mayordomo mayor dell'imperatore Carlo V. 

In seguito, il 15 luglio del 1516, compare nell’inventario della raccolta di quadri di Margherita d’Austria. La tavola in quell’anno è custodita nel castello di Malines nelle Fiandre. È descritto come "Un grande quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto”. Si parla anche di due sportelli con serratura che lo coprono alla vista. 

Nel 1530 la collezione di quadri fiamminghi passò a Maria d’Ungheria anche lei reggente dei Paesi Bassi. 

Nel 1556 il dipinto fu ricollocato in Spagna a Cigales in Castiglia, dove Maria d’Ungheria, sorella di Carlo V, si era trasferita. Lì rimase fino a quando Giuseppe Bonaparte lo trafugò per portarlo in Francia. 

L’opera ricompare a Bruxelles nel 1815 a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Hay la prestò a re Giorgio IV e questo la vendette alla National Gallery di Londra per la cifra di seicento ghinee. 

Ecco! Come nel gioco dell’oca siamo ritornati nella sala numero cinquantasei del museo di Londra. 

Si conoscono gli spostamenti della tavola, ma non si sa ancora chi fossero i due enigmatici personaggi rappresentati. C’è solamente quella citazione dell’inventario, dove si dice “Un quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto”. 

Le congetture. 

La prima ipotesi fu che il dipinto ritraesse lo stesso pittore Jan van Eyck e sua moglie Margaretha. 

Nel 1857, gli storici dell'arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, traslitterando il nome Hernoul- le- Fin con cui era indicato nei vecchi inventari, legarono il dipinto agli Arnolfini, ricchi mercanti di origine lucchese che vivevano a Bruges. S’iniziò da allora a scavare su quella famiglia e sui suoi componenti. 

Nel 1934 in un articolo apparso sul “The Burlington Magazine”, Erwin Panofsky ipotizzò che l'opera rappresentasse il rito del matrimonio e fosse un’allegoria della maternità con Van Eyck come testimone oculare. 

Nel 1994 uno studioso francese di storia navale, Jacques Paviot, rinvenne per caso un libro dei conti del duca di Borgogna Filippo III, dove c’era annotato un regalo che lo stesso duca aveva fatto agli Arnolfini per il loro matrimonio nel 1447. Le date non tornano, perché il regalo sarebbe stato fatto tredici anni dopo la data riportata sul dipinto (1434) e sei dopo la morte del pittore avvenuta nel luglio 1441. 

Non aiuta neanche scavare nei documenti che attestano la presenza della famiglia Arnolfini a Bruges nell’anno nel quale il dipinto fu fatto, cioè nel 1434. 

A Bruges vivevano ben quattro Arnolfini maschi, tutti nipoti di Giannino Arnolfini lucchese commerciante di seta. Dei quattro due si chiamavano Giovanni Arnolfini ed erano cugini. Giovanni d’Arrigo Arnolfini e l’altro Giovanni di Nicolao Arnolfini. 

Per molti anni la tesi prevalente fu che si trattasse di Giovanni d’Arrigo con sua moglie Giovanna Cenami. Poi nel 1998 uno studioso inglese Lorne Campbell, autore del catalogo sui primitivi fiamminghi alla National Gallery, sostenne che si trattava di suo cugino Giovanni di Nicolao Arnolfini. 

A questo punto entra in scena un altro studioso, è un medico con la passione della storia dell’arte, si chiama Jean- Philippe Postel. Si reca più volte alla National Gallery munito di una lente di ingrandimento, penna e taccuino. La sua attenzione si concentra sui personaggi raffigurati nello specchio convesso dietro la coppia. Nella scena non ci sono solamente l’uomo e la donna riflessi, ma anche altri due personaggi che li guardano, uno vestito di rosso e l’altro di azzurro. Nel riflesso le mani sono sparite. Com’è possibile con la cura per i particolari della pittura fiamminga? “Dove dovrebbe esserci la sua mano - spiega Postel - c'è una macchia nera, densa, arrotondata, che taglia in due la figura del visitatore in rosso, nasconde in parte l'abito del personaggio in azzurro e sembra dare origine a un lungo tortiglione". Per Postel non c’è dubbio, van Eyck, ha voluto rappresentare l’apparizione di una donna morta che ritorna nel mondo dei vivi per chiedere al suo sposo messe a suffragio dell’anima e per ridurre la permanenza tra le fiamme. 

 Da ultimo nel 2010, un poliedrico scrittore e storico dell’arte Marco Paoli, ha rimesso le lancette della storia dell’arte all’indietro. Confutando le tesi più ortodosse, è arrivato a dimostrare che i due coniugi non sono gli Arnolfini ma è Jan van Eyck stesso e sua moglie Margaretha, un autoritratto che celebra la nascita del loro primo figlio maschio. 

Come possiamo vedere a oggi il mistero è insoluto. 

Anche gli storici dell’arte che concordano sull’attribuzione alla famiglia Arnolfini, hanno attribuito il personaggio maschile a un cugino o all’altro ed è evidente che se muta l’uomo cambia anche la figura femminile. 

Io dovendo scegliere tra i due, ho preferito le tesi di Lorne Campbell, ho scelto quel Giovanni di Nicolao Arnolfini detto Giannino, sposato con Costanza Trenta, morta nel 1433 probabilmente di parto. Inoltre, poiché è un romanzo di fantasia, ho messo anche un po’ di storia della vita di suo cugino Giovanni d’Arrigo Arnolfini. Ecco! I due cugini sono accontentati con buona pace degli storici dell’arte. 

Un’ultima supposizione. Se Costanza Trenta morì nel 1433, cioè un anno prima che Jan van Eyck dipingesse il quadro nel 1434, come poteva essere stata raffigurata? Forse rappresenta l’anima di Costanza Trenta ritornata dal Purgatorio? Forse era uno spirito da tenere chiuso a chiave con due robusti sportelli? 



 

Antefatto 

 

22 maggio 1449, porto di Balermus 

Il vecchio mercante Ranieri Bencivenne aveva percorso l’ultimo sentiero nel buio della notte ed era lì, in attesa sul porto, ansioso che giungesse l’alba. Era all’alba che gli aveva fissato appuntamento un vecchio più vecchio di lui, Efestione, il greco responsabile delle Officine Reali di Balermus. 

In città tutti conoscevano Efestione, signore incontrastato di decine di maestranze e artigiani, che nelle Officine Reali o Ergasterion, come le chiamavano da quelle parti, realizzava drappi, broccati, arazzi e gioielli per le più importanti famiglie reali, per principi, vescovi e papi. Cosa mai avrebbe voluto da lui, un semplice mercante della terra Tosca? Poi perché quella mattina, un attimo prima della sua partenza su una galea diretta al porto di Genova?  

La lentezza di quei momenti era spietata, il buio sembrava essersi fatto più buio e il chiarore tardava a manifestarsi da oriente. 

Ranieri cercò di calmare quell’ansia respirando a pieni polmoni l’odore del vento di mare. Era come un linguaggio antico che non riusciva a decifrare, ma di cui non poteva fare a meno. Lui, uomo di terra della città di Lucca, quasi si annegava di piacere in quel sentore di acqua, di sale, di alghe, di legni bagnati. Ogni volta che i suoi traffici lo portavano sul mare, chiudeva gli occhi e se ne riempiva i polmoni, custodendolo indiviso nella memoria e facendolo durare fino alla volta successiva. 

All’improvviso da lontano, lo sferragliare di un carro, lo riportò con la mente su quella banchina e sui motivi del suo appuntamento. Assieme a quei rumori si accorse anche che l’alba tanto attesa era arrivata a rischiarare il porto. Ora con il sole nascente, i tetti dell’arsenale erano colorati di rosa e la luce confondeva le nuvole e le vele delle galee in un unico tessuto. 

Il piccolo carro si arrestò a fianco di Ranieri. Faceva da cocchiere una giovane ragazza vestita con abiti sontuosi alla moda orientale. A fianco di lei, sul postiglione, un piccolo uomo avvolto in un lucco nero: sicuramente doveva essere Efestione. 

La ragazza aiutò il vecchio a scendere dal carro e questo, appoggiandosi a un bastone, gli si avvicinò.  Era curvo per l’età e sembrava un nano con l’abito che strusciava con i lembi per terra. Lo guardò da sotto, inclinando il volto di lato. 

Doveva averne tanti di anni. Novanta? Forse cento come gli avevano detto la sera prima giù al porto. La testa completamente calva era solcata da profondi solchi, anche la bocca era increspata di rughe che, partendo dalle guance, finivano concentriche sulle labbra. Sul viso due occhi grandi che nonostante l’età emanavano ancora attenzione e intelligenza. La ragazza si fece in disparte con l’intento di lasciarli soli. 

«Vi presento Mahsheed», disse Efestione rivolto al mercante. «Il suo nome significa Luce della Luna. Si occupa di questo povero vecchio e con la sua bellezza giorno dopo giorno allieta quello che resta della mia vita». 

Mahsheed era veramente bella, bella da togliere il fiato. Aveva due occhi verdi allungati all’esterno come se volessero fuggire da quel viso e illuminare il mondo con la loro luce. Le guance color di rose e della neve risaltavano su una carnagione leggermente olivastra. 

Il vecchio mercante rimase abbagliato. Il seno della ragazza pulsava trattenuto a stento da una fascia di seta ornata da pietre e anellini di ottone. Il drappeggio della veste si interrompeva subito sotto lasciando scoperto l’ombelico. 

«Vi ho chiesto questo incontro», lo distolse Efestione, «perché vi conosco come uomo retto, onesto e fidato. So della vostra partenza per Genova e che da lì proseguirete per Lucca. Vi vorrei affidare un incarico importante». 

Ranieri Bencivenne lo guardò incuriosito. 

«Conoscete la famiglia Arnolfini?». 

«Certamente! Chi non li conosce», rispose il mercante. «In passato qualche volta ho lavorato anche per loro. È una tra le famiglie più ricche e influenti di Lucca, anche se negli ultimi anni si sono trasferiti quasi tutti a Bruges per i loro commerci di lane, di sete e di arazzi. A Lucca hanno un tenutario, mi sembra si chiami Luto Fortebraccia». 

Efestione, sforzandosi di drizzare la sua schiena incurvata, lo fissò ancora di più negli occhi. 

«Ho un grosso debito con questa famiglia, che vorrei pagare prima che finiscano i miei giorni. Devo tutto a uno di loro, il vecchio Giannino Arnolfini che mi riscattò ancora bambino dalla mia condizione di schiavo. Poi un suo figlio, Nicolao m’introdusse come artigiano nelle Officine Reali della città e oggi ne sono divenuto il capo. Oggi Giannino e Nicolao sono morti, ma esiste un figlio Giovanni che vive da molti anni a Bruges. È con lui che mi voglio sdebitare. Mi dovreste aiutare a fargli pervenire una cosa molto importante che, vista l’attività della famiglia, sarà un vero tesoro. Anche voi Ranieri sarete adeguatamente ricompensato per quest’ufficio». 

Il mercante ci pensò un attimo. 

«Penso di poterlo fare», rispose, «Lucca dopo Genova, è la mia destinazione. Potrei affidarlo al tenutario degli Arnolfini, potrei consegnarlo a Luto Fortebraccia, potrei…». 

«Assolutamente no!», lo interruppe Efestione. «Mi dicono che sia un uomo viscido e malvagio. Il mio tesoro dovrà arrivare direttamente nelle mani di Giovanni Arnolfini a Bruges. Pensate di potervene occupare?». 

Il mercante ci pensò un attimo e poi annuì. In fin dei conti il suo lavoro consisteva nel comprare e vendere merci e, se ben pagato, sarebbe potuto andare anche fino nelle Fiandre. 

A quel punto Efestione si rivolse a Mahsheed. Non c’era bisogno di parlare con lei, era sorda e muta, ma sapeva leggere i movimenti degli occhi e della bocca. La giovane prese un piccolo cofanetto di legno intarsiato e lo porse a Ranieri Bencivenne. 

«Portate questo tesoro in dono a messere Giovanni Arnolfini», disse compunto Efestione, «è un segno della mia gratitudine per lui e per il bene che mi fece suo padre Nicolao e suo nonno Giannino liberandomi dalla schiavitù. Vi consegno anche questa pergamena, l’ho scritta in greco, la lingua che conosco di più». 

Ranieri prese il cofanetto e la pergamena, ma più che dal cofanetto era attratto dalla ragazza. La sua vicinanza gli procurò come un fremito che attraversò tutto il suo corpo. Erano anni che non provava più quella sensazione davanti a una donna. Il vento di mare che si stava levando assieme al sole, muoveva il lungo drappeggio di seta mettendone in mostra le forme, il seno era contenuto a stento da una camicetta imperlata di pietre e anellini di ottone. 

«Se continuate a mangiarla con gli occhi, non riuscirete neppure a salire sulla galea», lo motteggiò Efestione. 

Ranieri nonostante i suoi settanta anni arrossì di vergogna. 

«Comunque consolatevi”, continuò, “non siete il primo che resta stregato da lei. Non a caso Mahsheed significa luce della luna. Lei affascina e strega come quella magica luce». 

Efestione prima di congedarsi, infilò la mano destra sotto il lucco ed estrasse un piccolo oggetto. 

«Questo è per dono anche per voi, siete stato gentile ed io devo esservi riconoscente. È di ambra preziosa. Spero vi porti fortuna nel vostro viaggio verso Lucca». 

Ranieri prese tra le mani quello strano oggetto cercando di capire cosa fosse. 

«Un rosario? Grazie del pensiero», esclamò. 

«Non esattamente», specificò il vecchio, «è un komboloi. Può essere un rosario, ma può anche servirvi a passare il tempo nel lungo viaggio. Io mi auguro che vi porti fortuna». 

Ranieri lo guardò incuriosito. Le perle di ambra erano libere di scorrere lungo una cordicella e muovendole sbattevano contro una perlina scudo che chiudeva la cordicella stessa. 

«Non capisco…». 

«Date a me, vi faccio vedere un modo di usarlo». 

Efestione prese il komboloi e divise le perle di ambra su due lati, lasciando uno spazio vuoto di cordicella. Poi lo rinchiuse tra l’indice e il medio e con la mano mosse le due estremità con le perline, facendole oscillare e sbattere avanti e dietro. Dalla sua mano si alzò un rumore deciso e ritmato. Ranieri lo osservava divertito. 

«Sembra un gioco», arguì, «sarà davvero utile per ingannare il tempo durante la lunga traversata verso Genova». 

I due uomini si erano detti tutto. Mahsheed aiutò il vecchio a risalire sul carro, mise le spalle al sole e si allontanò su una strada stretta e tortuosa che si arrampicava su quella collina panciuta. Dopo poco la vista dei due scomparve come scompaiono le braci nel focolare. 



 

 

PARTE PRIMA 

Le nascite 

 

 

 

Poi disse alla donna:
 «Moltiplicherò la sofferenza
 delle tue gravidanze
 e tu partorirai figli con dolore.
 Eppure il tuo istinto ti spingerà
 verso il tuo uomo,
 ma egli ti dominerà!»
 

Genesi 3,16 



 

1430 

 

Lunedì 21 giugno 1430. Lungo fiume Serchio, sera 

Benvenuta camminava sola e spaventata lungo l’argine del fiume. 

L’istinto l’aveva portata ad avvicinarsi alla città, poi quando era arrivata davanti alle mura, per paura e per vergogna, era ritornata sui suoi passi pensando di chiedere aiuto ai cavatori di rena che aveva visto al lavoro in un’ansa del fiume. 

Da tre giorni non mangiava che bocconi di pane secco e dormiva all’aperto. Il mugnaio mastro Giovanni, o meglio sua moglie Costanza, l’avevano cacciata dalla loro casa a causa del parto imminente. 

Quel ventre gonfio era la causa delle sue disgrazie. Nove mesi prima era stata violentata da tre sbirri sbandati al soldo di Niccolò Fortebraccia, poi gravida aveva trovato riparo come sguattera nel molino di mastro Giovanni e anche lui pretendeva ogni tanto il suo pegno. 

Scalza e con una vecchia gamurra di lana grezza, si fermò appoggiata a un muro che era quello che rimaneva di un’antica costruzione. La stanchezza che l’aveva accompagnata per tutto il tempo della gravidanza, era come cessata d’incanto, il giorno cedeva il passo alla notte, una notte che non arrivava mai nel giorno più lungo dell’anno. Il lucore delle prime stelle e l’azzurro scorrere dell’acqua del fiume le dettero un attimo di serenità. Durò poco, l’acqua dal fiume che rimirava, comparve calda tra le sue cosce. 

Iniziarono dei dolori fortissimi, sopra il pube, poi alla vita. Era come se avesse dei coltelli ardenti infilzati nella parte bassa della schiena, all’altezza delle reni. L’angoscia s’impossessò di Benvenuta. Voleva gridare ma non ci riusciva. Quei dolori lancinanti, durarono molto tempo, le sembrava che il basso ventre si squarciasse. Alla fine, di colpo, si sentì come svuotata. C’era suo figlio per terra, con i capelli lunghi, neri e bagnati. Lo raccolse, sembrava morto, era incerta e terrorizzata sul come comportarsi. Era bello e allo stesso tempo era brutto, era un mostro, era la causa dei suoi guai. Poi la guidò l’istinto, lo mosse per avvolgerlo in un lembo della gamurra e partì un pianto, acuto, così forte che si perdeva lungo il corso del fiume. 

Dopo alcuni istanti, Benvenuta espulse anche la placenta, legò il cordone ombelicale con un cordino che le teneva i capelli e lo staccò con un morso. 

Il piccolo ora sembrava che dormisse. Lo mosse delicatamente e piegando con dolore le gambe, lo sdraiò sulle cosce con la testa appoggiata sulle ginocchia. Era davanti a lei, lo poteva accarezzare e scrutare pezzo per pezzo. Com’era piccola quella testolina! Stava tutta raccolta nel palmo della mano. Chissà se sarebbe assomigliato a lei o a uno dei tre bastardi che l’avevano violentata. Lo spostò di nuovo appoggiandolo sul ventre. Il piccolo ora si era messo una manina in bocca e muovendosi e ondeggiando con la schiena, era arrivato da solo al capezzolo. Poppava! Che sensazione inedita e meravigliosa, le sembrava anche di stare meglio. 

Decine di pensieri si affacciarono come saette. Che cosa fare del bambino? Come riuscire ad allevarlo da sola? A chi chiedere aiuto quando sei sola al mondo? Che futuro lo aspettava? 

S’incamminò verso il fiume per lavarsi e per pulire anche suo figlio. Lo adagiò delicatamente su un letto di menta acquatica e s’immerse fino alla cinta per liberarsi da quei liquidi, da quelle lordure. La debole corrente del Serchio, fece il suo lavoro, le cosce tornarono bianche, le mani non erano più appiccicose. Poi rivolse le sue attenzioni al piccolo, che pulì delicatamente con una mano ricolma d’acqua sul corpo e sul viso. Un punto rimase sporco, non voleva andare via. Chiuse di nuovo il palmo della mano a cucchiaio, prese ancora l’acqua del fiume e lo ripassò. La macchia rimase lì. Guardò meglio e vide quel segno: un piccolo anello color della brace dietro la spalla sinistra, proprio identico al suo. 

 

 

Stesso giorno. Bruges, Kuiperstraat (via dei bottai). [1] Ora di cena

«Puoi servire il signore», comandò Costanza accompagnando la voce con un cenno della resta. 

«Subito Madonna», rispose Tilde rivolgendosi agli altri domestici presenti. 

Il tavolo della sala maggiore della casa in Kuiperstraat era enorme, spesso, di quercia delle Ardenne, appoggiato su otto zampe intagliate con figure di caccia e di animali. 

La luce dei numerosi candelabri, mostrava tutta la ricchezza e l’opulenza di suo marito, Giovanni Arnolfini, che stava seduto come congelato dall’altro capo del tavolo. Tutt’intorno quadri, arazzi, sete e vasellame d’argento. 

Il padrone di casa aveva un aspetto molto particolare: gli occhi piccoli e perennemente socchiusi, le labbra sottili, un naso lungo e dritto con grandi narici, gli zigomi alti, le orecchie come fossero appiccicate ai lati di un volto stretto e lungo. 

Nonostante fosse seduto per la cena, non si era spogliato del tutto e aveva ancora addosso un pesante cappotto scuro foderato di pelliccia e un chaperon rosso in testa. Stava seduto di tre quarti, con i piedi fuori dal tavolo, senza guardare sua moglie Costanza, come se fosse impaziente di scappare via. 

Tilde, la capo governante, posò sul tavolo un pesante vassoio d’argento con al centro un’elaborata pietanza. 

«È fagiano signore, cucinato per voi nel migliore dei modi. Nella salsiera c’è poi della composta di mele con miele e cannella». 

L’uomo lo degnò appena di uno sguardo. 

«È un fagiano che giace su un vassoio d’argento regalato per le nostre nozze dal duca di Borgogna», aggiunse piccata sua moglie Costanza dall’altro lato del tavolo. «C’è anche l’incisione dell’orafo Guillame Venten, il più famoso di Bruges. Almeno onorate quello». 

«Altri tempi…», bisbigliò Giovanni Arnolfini confidando di non essere udito. 

Il padrone di casa prese distrattamente un piccolo pezzo di quel fagiano. Tilde seguita dalla servitù, si portò subito dopo a fianco della sposa. 

«Almeno voi madonna Costanza fate festa a queste leccornie, il buon cibo dà gioia. Oltretutto, se posso permettermi, siete sempre più pallida». 

Costanza era veramente pallida e il suo pallore sbiancava ancora di più la sua pelle già chiara. Era comunque ancora molto bella, con un viso addolcito dai lineamenti rotondi e due occhi scuri che campeggiavano sotto l’ampia fronte scoperta. Quella era la sua pettinatura preferita con i capelli tirati indietro e tenuti da nastri e fili di piccole perle. 

Il silenzio imbarazzante della cena fu nuovamente interrotto dalla donna. 

«Stasera siete ancora più silenzioso del solito…». 

«Sono stanco», rispose svogliato Giovanni, «ho passato tutta la giornata in piazza della Borsa a condurre affari». 

«Io invece sono andata a pregare nella cappella consacrata al Volto Santo,[2] nella chiesa del convento di Sant’Agostino.[3] A pregare per questo figlio che non arriva». 

«Non sono argomenti da trattare a cena, oltretutto alla presenza della servitù», la rimproverò il marito indispettito. 

Tilde seguiva il dialogo con un impercettibile sorriso al lato della bocca quando arrivò lo sguardo del padrone. Capì al volo, era intelligente. Era per quello che Tilde Burlamacchi era diventata la responsabile della casa Arnolfini in Kuiperstraat. Era lì da molti anni assieme alla sua piccola figlia Filippa. 

«Ritiriamoci!», comandò Tilde rivolta agli altri tre valletti. Tutti sparirono come fantasmi nelle stanze adiacenti. 

«Non vi basterà pagare l’obolo alla cappella di Santa Croce per avere questo figlio», sibilò Costanza come un fiume in piena. «Forse se vi coricaste con me più spesso». 

«Non sono discorsi da fare da parte di una moglie! Ho molto da fare, gli affari con Marco Guidecon non mi danno tregua». 

«Certo, come no! Prima Marco Guidecon, poi palazzo Blandin al banco dei Medici, poi le vostre attività di maistre d'hotel del duca di Borgogna, infine re Luigi (XI). Non avete mai tempo per stare con me, come fanno i veri mariti. Quando non avete impegni ve li inventate per stare fuori casa. Poi re Luigi! Sapete come lo chiamano? Lo chiamano il ragno, un ragno cinico come voi. Vi ho dedicato tutta la mia vita, vi sono stata promessa in sposa che avevo tredici anni. [4] E voi? Mi considerate poco più di un orpello da mostrare in pubblico». 

Arnolfini aggrottò la fronte, lo sguardo carico d’odio. Era l’ennesima lite tra i due. Si alzò in piedi e la fissò serrando gli occhi. 

«Moglie non abusate della mia pazienza. Chiudete codesta bocca di vipera. Ma cosa credete? Da dove pensate che venga tutta la ricchezza di cui ben volentieri usufruite? E la ricca giornea che indossate? È foderata con più di 400 pelli di scoiattolo. Tutto questo l’avete solamente grazie alle mie entrature». 

La vipera non chiuse la bocca. 

«Entrature d’usura, avete dissanguato il povero duca…». 

Giovanni a quell’accusa, non si adombrò più di tanto, anzi le rispose nel merito, puntigliosamente, orgoglioso dei suoi guadagni. 

«2219 libre, trentanove soldi e dodici grossi per l’esattezza. Frutto di un prestito che gli feci per acquistare tessuti per la sua reggia. Codeste perle che avete nei capelli da dove pensate che vengano? Chiamatela pure usura, chiamatelo sterco del diavolo, ma ne godete anche voi. Eccome se ne godete!». 

Si voltò affogato nel suo pesante cappotto nero come se volesse porre fine a quella conversazione che non aveva voluto iniziare. 

«Io mi ritiro in camera mia. Domani mattina presto ho un appuntamento in Naaldenstraat». 

«Andate pure in Naaldenstraat o in rue des Tonnelliers o dove vi porti il diavolo», terminò Costanza che volle avere l’ultima parola. «Io tornerò a pregare il Volto Santo alla cappella». 

Anche lei si alzò e lo guardò con una punta di disprezzo. Lo fissava tenendo una strana posa, una gamba avanti, l’altra leggermente indietro, con la schiena esageratamente inarcata e la cintura di broccato stretta sotto i seni. Dava l’immagine di un’assurda di gravidanza, quella gravidanza che non arrivava. 

«Andate pure in camera vostra, ma ricordate che i figli non arrivano da soli neppure pregando il Volto Santo». 

All’Arnolfini quel tono parve quello di una minaccia. 

 

3 

 

Martedì 22 giugno. Lucca, piazza di San Romano ore 6 

Si erano raccolti come ogni mattina, per pregare e partecipare all’eucarestia. Come aveva appena detto padre Ildebrando “Tutti insieme attorno a Cristo per dare voce e prolungamento alla sua preghiera, per le necessità di tutti gli uomini”. 

Dopo l’Angelus ci furono le Lodi, poi fecero colazione dopodiché ciascun frate si dedicò alle proprie attività. A padre Onorio era assegnato il compito di aprire la porta della chiesa per permettere l’accesso ai primi fedeli. Quella mattina rimase di stucco trovandosi davanti ai piedi un fagotto di tela dello stesso tipo della copertura del banchetto che vendeva verdure e che sostava da qualche tempo nella piazza della chiesa. 

«Guarda che irriverenti!», pensò allungando una pedata per allontanarlo dal porticato, «lasciare dello sporco proprio davanti l’ingresso della chiesa». 

Per tutta risposta partì un lungo vagito. 

«Padre Ildebrando! Padre Ildebrando!», urlò Onorio irrompendo nella sala del refettorio, «c’è un neonato abbandonato sotto il porticato della chiesa». 

Corsero tutti fuori sciamando per la navata centrale e attraversando il nartece. C’erano tutti e avevano riempito il porticato d’ingresso. Il bambino piangeva e loro stavano a debita distanza come impauriti da quella novità. 

«Suvvia, che qualcuno lo raccolga!», ordinò padre Ildebrando. 

Una barba bianca e nera, due occhi lucenti come diamanti, era il padre maggiore, il priore del convento. Ascoltato, temuto e riverito non tanto per la carica, ma per la soggezione magnetica che emanava. 

Per primo si mosse padre Brando che cercò di prendere quel fagotto non capendo quale fosse il lato giusto. 

«Vi cade!», gli urlò da dietro padre Gherardetto. 

E così fu. Il bambino scivolò di lato rotolando sul selciato e urlando ancora più forte. Nel frattempo tutto quel trambusto aveva radunato davanti all’ingresso una piccola folla di curiosi. 

«Ci penso io», esclamò padre Rufino che con fare quasi materno lo raccolse e lo prese in braccio cullandolo. 

«Quel panno no! Quel panno è mio!», urlò da quella folla il proprietario del banchetto di verdura. 

Ci fu una specie di duello per accaparrarsi quello straccio consunto. Rufino teneva il bambino con una mano, mentre con l’altra lo contendeva al verduraio. 

«È mio, guardate la fattura», esclamò l’uomo indicando il suo banchetto. «Stanotte qualcuno l’ha rubato, è mio!», e con uno strattone più forte lo strappò di mano al frate. 

Il bambino rimase nudo in braccio al frate. 

«Guardate!», riprese Rufino, «ha una catenina arrotolata al braccio con l’immagine della Vergine. L’avrà lasciata sua madre come segno di riconoscimento. Fanno così casomai un giorno volessero riconoscerli». 

«Ora cosa farete?», urlò dalla folla uno degli astanti. 

Ci furono attimi di silenzio. Tutti i frati cercavano una risposta negli occhi degli altri. Poi si rivolsero al loro priore che a sua volta cercò la fuga guardando altrove. 

«Certo non lo terremo qui», sibilò una voce da dietro. 

Era la voce di padre Lutterio, il frate bibliotecario, il frate albino, annegato in una fetta d’ombra per rifuggire il sole e affogato nel suo copricapo per non subire con gli occhi l’onta della luce. 

«Allora cosa farete?», insistette di nuovo quell’uomo impertinente, «non potete stare lì con quel bambino in braccio. Ha bisogno di essere coperto e di mangiare. Sentite come piange». 

«Certo non staremo sotto il porticato a decidere davanti a questa folla di curiosi», rispose Ildebrando cercando di riprendere il controllo della situazione. 

Avanzò facendosi largo tra i confratelli e si pose davanti a tutti proprio come faceva durante le sue prediche. 

«Questo bambino, è figlio del mondo”, esclamò, “come me e come voi tutti. Per ora certo non lo lasceremo morire di fame». 

Si girò e ripercorse i passi fatti all’andata in direzione del convitto, prontamente seguito da Rufino col bambino in braccio e da tutti i confratelli. Sembrava di vedere la processione col bambinello durante le Novene in preparazione del Santo Natale. 

Appena furono all’interno del convento, finalmente al riparo da quella folla impicciona, il priore pensò a come organizzarsi. 

«Non lo terremo qui anche perché ha bisogno subito di latte», sentenziò meditabondo. «Tu Gherardetto corri da messere Brandino il bottaio. Ho saputo che sua moglie Serafina da pochi giorni ha nuovamente partorito. È in salute e avrà latte in abbondanza. Più avanti con calma, decideremo del suo destino con l’aiuto di Dio e con il giusto senno». 

«Lasciamo stare Dio!», sermoneggiò padre Lutterio da sotto il cappuccio. «Il senno consiglia che questa creatura cresca con i figli del bottaio. Altre soluzioni non ce ne sono, soprattutto che riguardino questo convento». 

Le parole del frate suscitarono stupore e imbarazzo. Nessuno osava contraddire e neppure osservare apertamente quello che diceva il priore, poi proprio Lutterio, che stava sempre chiuso nel suo silenzio affogato da mattina a sera tra i libri della biblioteca. 

Rufino col bambino in braccio seguiva attonito quell’inedita conversazione volgendo lo sguardo ora su una parte ora sull’altra. La sua testa si arrestò sulle ultime parole di padre Ildebrando. 

«Proprio voi Lutterio, siete ostile a questo bambino?», gli rispose severo. «Proprio voi che a causa del colore dei vostri occhi, dei capelli e della pelle, molti anni fa trovaste ricovero in questo convento. Ricordate? Anche voi foste abbandonato che eravate un ragazzino. Vi guardavano con sospetto, pensavano che la vostra condizione fosse per i vostri genitori frutto di una condanna del cielo o peggio opera di stregoneria. Continuate pure a rifuggire dalla ragione degli uomini come evitate la luce, ma non abbandonate la Misericordia Divina». 

 

 

Martedì 22 giugno, monte San Quirico, sera 

Benvenuta dopo aver abbandonato suo figlio davanti alla chiesa dei padri domenicani, si allontanò quanto più velocemente le fosse stato possibile. Le sue cosce avevano ripreso a essere bagnate dal sangue, sempre più intenso, appiccicoso con quell’odore dolciastro e pungente. La sua emorragia sembrava inarrestabile. 

Si diresse verso le colline di Monte San Quirico, lì era abbastanza lontana dalla città e c’era anche una fonte dove sperava di lavarsi e di spengere la sete che la perseguitava. Nell’ultimo tragitto i piedi le diventarono pesanti come fossero di piombo, faticava a muoverli uno dopo l’altro, da ultimo anche la vista si annebbiò sempre di più. Incapace di procedere oltre, riuscì appena a sedersi con la schiena appoggiata a un grosso albero. Provò il terrore per la sua morte che riteneva imminente. Come poteva il Signore permettere tutto ciò? Come poteva averla lasciata da sola prima in balia della violenza dei soldati di Niccolò Fortebraccia e poi di quel porco del mugnaio e della strega di sua moglie? 

Appoggiò le mani sul ventre da dove era uscito il figlio che non aveva più. I domenicani a quell’ora dovevano averlo già trovato. Chissà che decisioni avevano preso? Chi se ne sarebbe occupato? E la sua catenina con l’immagine della Madonna, l’avevano trovata? 

Immaginò il piccolo ancora con lei, attaccato ai suoi seni che gocciolavano latte. Immaginò di abbracciarlo, di cullarlo, di sussurrargli parole dolci. 

Pian piano il suo terrore di morire lasciò il posto a una calma mista a serenità. Chiuse gli occhi e vide quella voglia sulla pelle di suo figlio uguale alla sua. Non era un bastardo figlio della violenza di quella soldataglia, era suo figlio, la macchia sulla spalla lo testimoniava. 

Li riaprì a fatica. La città di Lucca giù in basso davanti a lei sotto la calda luce del tramonto, troneggiava nella valle con le sue centinaia di torri. Il suo respiro da lento e affaticato si fece d’improvviso più veloce e così la sua fame d’aria. Poi il buio sostituì la luce. 

 

 

Stesso giorno. Bruges, Hoornstraat. Stalle di Giovanni Arnolfini 

Costanza camminava poco arretrata vicino a suo marito che stranamente aveva insistito perché lo accompagnasse a un incontro che doveva avere in Hoornstraat, poco distante, accanto al canale. 

«Che sia l’ultima volta che mi mancate di rispetto davanti alla servitù», sbottò all’improvviso Giovanni Arnolfini. «Non ho ancora dimenticato le vostre parole dell’altra sera a cena. Comunque desidero mettere fine a quelle incomprensioni ed è per questo che vi ho invitata a vedere le mie stalle.  D’ora in avanti cerchiamo di mettere ai nostri dissapori in pubblico e proviamo ad apparire una coppia normale almeno davanti agli altri». 

Costanza interpretò quelle parole come un segno di pentimento. Conosceva quei segnali, era un suo modo di chiedere scusa senza dimostrare di volerla chiedere. Avrebbe voluto replicare di botto, dicendogli che a lei le apparenze non interessavano, che voleva più affetto, ma decise che sarebbe stato meglio soprassedere. 

«Giovanni», rispose la donna, «mi avete chiesto di indossare i migliori vestiti che tra l’altro, viste le condizioni della strada, stasera saranno lordi di sporco delle vie di Bruges, ma su chi volete fare impressione, sul duca Filippo?» 

«Non si tratta del duca, il duca non c’è, si è momentaneamente trasferito nel palazzo di Brussel. Però… il duca c’entra a modo suo. Mi devo incontrare con un suo emissario, devo vedere il sovraintendente dell’arsenale Michael van der Meer». 

Costanza si sentì gratificata, prima di allora mai l’aveva coinvolta in un suo incontro di lavoro. 

«Poi vi volevo stupire con la vista di animali che pochi al mondo hanno visto, almeno tutti assieme. Ma non vi dico oltre per non sciuparvi la sorpresa». 

Costanza avanzò sulle pietre della strada, cercando di schivare con le scarpe di raso e il lungo mantello di pelliccia di vaio, il fango misto a escrementi che aumentava sempre di più. Quella sera Tilde avrebbe avuto un bel daffare a ripulire scarpe e mantello da quelle lordure. 

Imboccarono Hoornstraat e alla fine della strada si materializzarono dei bassi edifici in mattoni addossati a un piccolo canale. 

«Siamo arrivati!», esclamò l’Arnolfini gonfiandosi come un pavone «Quelle costruzioni là in fondo sono mie, sono stalle e vedrete sono stalle uniche e particolari. L’ho fatte costruire su richiesta del duca Filippo e credo ci porteranno grandi guadagni». 

Costanza seguì il marito sempre più incuriosita, cosa mai ci poteva essere di mai visto prima. 

Ad attenderli c’era Geert il capo stalliere. Se ne stava fermo a gambe leggermente divaricate e con la forca in mano con le punte all’insù che sembrava un cavaliere con la picca. 

Costanza rimase colpita e affascinata, era raro vedere un uomo bello così. 

«Ben arrivato padrone Giovanni, tutto è pronto per la visita. Come avete comandato ho cambiato i letti di paglia, le stalle sono pulite e i cavalli strigliati e lucenti». 

«Bene!», gongolò Giovanni atteggiandosi a capocomico, «facciamo vedere il capostipite a mia moglie prima che arrivi van der Meer». 

Lo stalliere aprì la pesante porta di legno. Sopra c’era una scritta: Equus Magnus. Entrò nella stalla e uscì con un cavallo smisurato, nero come la pece, con un muso bianco candido e le zampe ricoperte da lunghi peli bianchi che andavano dagli stinchi fino ai piedi. Sembrava appoggiato su quattro piedistalli e dalle grandi froge soffiava nuvole di vapore nonostante si fosse a giugno. 

«È uno stallone di razza Shire”,[5] esclamò compiaciuto, « è il cavallo più grande del mondo. In Inghilterra tirano pesantissimi carri di birra». 

Giovanni con quel colpo a effetto aveva anticipato per la moglie quella che doveva essere la sorpresa preparata per van der Meer il sovraintendente dell’arsenale. 

«Geert fai vedere a mia moglie i ferri che usi per gli zoccoli di questo cavallo». 

Geert mise le mani in una borsa che aveva a tracolla e tirò fuori due ferri, uno per lo Shire, l’altro per un cavallo normale. Li affiancò tenendoli uno per mano bene in vista. Quello per lo Shire era quasi il doppio dell’altro. 

«Li ho dovuti far fare apposta da un fabbro», fece notare soddisfatto, «qui non ne esistono in commercio». 

Costanza era incantata dalla possanza dello Shire ma ancora di più dalle forme e dalla bellezza dello stalliere. Nella sua mente la criniera nera del cavallo sfumava nei lunghi capelli, le zampe imbiancate, nelle cosce e nei glutei prominenti, gli occhi umidi del cavallo, con le sue iridi azzurre e arrossì scoprendosi intenta a sbirciare la prominenza del suo sesso.  

«Vedo che siete rimasta senza parole», la risvegliò la voce del marito. 

«È…, è… stupendo», rispose continuando a guardare l’uomo di sottecchi. 

In quel preciso istante dal fondo alla strada si vide avanzare un individuo avvolto in un mantello. Giovanni lo riconobbe all’istante e gli si stampò sul viso un’espressione di soddisfazione. 

«È Michael van der Meer, l’emissario del duca, lo riconosco dalla camminata». 

«Un’ultima cosa prima che arrivi», chiese Costanza risvegliatasi dalla vista di Geert, «ma perché avete fatto costruire queste stalle? E questi cavalli? Vi devono essere costati una fortuna». 

L’Arnolfini riprese un’aria compiaciuta, era quello che aspettava: mostrarsi alla moglie come un navigato e stimato uomo d’affari. 

«Il duca mi ha chiesto di creare per il suo esercito il cavallo più grande e forte del mondo, ed è quello che sto facendo. Abbiate pazienza e vi stupirete ancora di più. I tanti soldi spesi certamente ritorneranno con gli interessi. Voi mi conoscete. Io sono come Re Mida, trasformo in oro tutto ciò che tocco. Venderò al duca centinaia di questi nuovi cavalli e li venderò al prezzo da me stabilito. Se non avrà denari, gli farò credito con buoni interessi come d’abitudine. Intanto oggi proverò a strappare una promessa d’acquisto al capo dell’arsenale. Questi cavalli hanno un unico difetto; ci mettono troppi anni a crescere». 

Michael van der Meer arrivò procedendo con la sua andatura zoppicante. Aveva una gamba di legno dal ginocchio fino a terra, era di bassa statura e indossava un cappello rosso di lana cotta così largo da impedirne quasi la vista. Appena fu vicino, si accorse che Costanza guardava la sua gamba di legno, non era la prima volta che gli accadeva. 

«Il pezzo che manca andò in pasto ai pesci su una galera al largo della Cornovaglia», urlò distante mentre ancora camminava. «Colpa di uno scontro in mare. Amputato dal chirurgo di bordo e curato dallo speziale con la triaca. Sono ancora vivo e vegeto, sono stato salvato dalla carne di vipera!». 

Appena raggiunse Costanza, van der Meer alzò la mantella e ostentò grottescamente il suo arto di legno dimenandolo nell’aria. 

«Ma il duca non mi ha mandato qui per mostrarvi la mia gamba, ma per vedere il risultato dei vostri incroci. Voi sapete come me che tipo di cavalli ci vorrebbero per il mio arsenale. Possenti, forti e docili, in grado di tirare tronchi e carri da mattina a sera. In pratica un cavallo che non esiste». 

«Forse ora esiste…», puntualizzò l’Arnolfini richiamando l’attenzione, «ma giudicherete voi alla fine». 

Geert condusse la comitiva stalla dopo stalla, portando fuori esemplari possenti e fattrici appositamente acquistate da varie nazioni per avere il cavallo da tiro perfetto. Perfetto per la guerra e perfetto per l’arsenale. 

Anche van der Meer rimase impressionato dallo Shire. 

Come Costanza rimase colpito dalle misure dei ferri e in successione rimase a bocca aperta a vedere il cavallo belga da tiro, quello pesante di Scozia, l’Ardennese, il Bretone. Da ultimo arrivarono in fondo alle stalle. L’Arnolfini roteò lentamente sui suoi piedi, con fare affettato, cercando di creare attesa e stupore in quel piccolo pubblico. 

«Qui c’è il cavallo che non esiste!», esclamò rivolgendosi a van der Meer. «Proprio quello che cercate voi». 

Geert aprì la porta ad arte e uscì tenendo per le briglie un cavallo di stazza imponente, di colore baio scuro, con il muso e le zampe imbiancate come lo Shire. Dette una sbuffata dalle grandi froge quasi sapesse di essere l’attore principale di quello spettacolo. 

«L’ho trovato in Scozia nella contea di Clydesdale. Nel suo corpo scorre il sangue del cavallo pesante di Scozia e quello dei nostri stalloni fiamminghi. Trascinerà tutti i tronchi che avete sulle banchine però dovete pazientare almeno tre anni per avere i primi esemplari». 

Ci volle del tempo perché gli occhi sgranati e la bocca spalancata per lo stupore di van der Meer, riprendessero il loro aspetto normale. Era la prima volta in vita sua che vedeva un cavallo così. 

Alla fine terminata la visita alle stalle, Giannino e l’emissario del duca Filippo si appartarono per parlare del prezzo lasciando Costanza e Geert da soli. 

Tra i due ci furono attimi d’intenso imbarazzo. Erano rimasti da soli e non sapevano cosa dire. Geert cercò di darsi un contegno attaccando a dei grossi ganci, briglie e finimenti. Costanza guardava in tutte le direzioni per non incrociare il suo sguardo ma era inutile. Erano le emozioni che la guidavano da dentro. Se ne stava imbambolata, con le braccia e le gambe paralizzate. La risvegliò la voce dello stalliere. 

«Per favore signora spostatevi che devo rinchiudere subito il Clydesdale nella sua stalla. Deve avere sentito una cavalla in calore, si sta innervosendo e questo qui non lo reggerebbe nessuno al mondo». 

Geert temendo il pericolo imminente, si avviò prontamente tirando il cavallo senza curarsi che la donna si fosse spostata. Per un attimo si trovarono davanti l’uno dell’altra, il petto di Geert contro il seno di Costanza, i suoi occhi davanti a quelli di lei. 

Costanza arretrò come imbambolata con le farfalle che le volavano nello stomaco. 

 

 

Sabato 26 giugno, casa di messere Brandino 

«Messere Brandino siamo venuti per il battesimo!». 

Nessuno rispose, anche se dall’interno della casa provenivano schiamazzi, rumori, muoversi di sedie. Dopo qualche istante di vana attesa, Ildebrando si decise a spingere la porta ed entrò in una stanza che sembrava una cucina, una camera, un magazzino. 

Brandino il padrone di casa russava sdraiato su una branda spintonato da tre figlioli che giocavano a nascondino servendosi della sua pancia prominente. Più in là, altri tre o quattro fratelli e sorelle, erano intenti a spazzare per terra e a lavare le ciotole di legno sporche della cena. Nell’aria un odore di zuppa di cavolo e di stalla che tutti quei figli avevano addosso per via del loro lavoro. Raccoglievano, infatti, lo sterco dalle strade di Lucca per poi rivenderlo ai contadini come concime. Serafina la moglie era seduta da una parte con i bambini attaccati a ciascuno degli enormi seni: da una parte suo figlio, dall’altro il piccolo che i frati avevano trovato abbandonato davanti alla chiesa. Pareva indifferente a tutto quel trambusto. 

«Serafina, siamo venuti per il battesimo», esclamò padre Ildebrando. 

«Certo, per il battesimo», ribadì da dietro padre Gherardetto alzando e mostrandole un bacile con l’acqua benedetta. 

«Magari bisognerà svegliare quell’ubriacone di mio marito», rispose la donna, «mezzo vaso d’acqua basterà!», e indicò una brocca d’acqua al figlio più grande. 

Doveva essere un’operazione fatta tante volte perché il figlio sorridendo fece cadere pian piano l’acqua sulla bocca spalancata del padre, un po’ dentro, un po’ fuori. 

«Accidenti, che succede?», imprecò tossendo. «Mi ero appena addormentato». 

«I frati sono qui per i battesimi!», spiegò Serafina staccando i piccoli dal seno. 

Il bottaio stirò lentamente il suo enorme corpo. 

«Suvvia, facciamo presto!», farfugliò ancora mezzo intontito. «Voglio rimettermi a dormire. Tra poco mi attende una giornataccia, devo consegnare tre botti e sono ancora indietro nel lavoro. Come inteso non pagheremo niente: il latte di Serafina, per la gloria del Signore». 

Il bottaio si alzò, stirò le membra, sbadigliò più volte e si mise da una parte. Gli occhi ancora assonnati stampati sul suo faccione rotondo circondato da una corta barba biondastra accennarono un timido sorriso. 

«Che devo fare io?», domandò sbadigliando nuovamente. 

«Niente di particolarmente impegnativo», aggiunse padre Ildebrando «reggete questa candela accesa. E voi Serafina tenete questi due veli bianchi da porre sulla testa dei bambini. Ci vuole anche un testimone e deve avere più di quattordici anni». 

«Ecco qua!», gli rispose Brandino trascinando per un braccio il maggiore dei suoi figli, «ne ho per tutti i gusti e di tutte le età». 

«Bene, procediamo. Vostro figlio come lo volete chiamare?» 

«Domenico», rispose la madre. 

«E noi padre Gherardetto? Non ne abbiamo ancora parlato». 

«Già! è vero…, come chiameremo questo nostro ranocchio?» 

Il domenicano allungò le mani verso il bambino giocando con le sue manine e il piccolo agguantò con forza entrambi gli indici. Ildebrando alzò le braccia e il bambino venne su. 

«Padre Gherardetto guardate che forza! È un combattente. Lo chiameremo Orlando, è un bel nome. Domenico e Orlando, fratelli di latte, fratelli nella vita». 

Tutto era pronto a quel punto per il rito del battesimo. Prese il recipiente con l’acqua benedetta e, mentre recitava la formula, la interruppe tre volte versando l’acqua sulla testa di ciascun bambino con i movimenti della croce. 

«Orlando, Domenico, ego te baptízo in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti». 

 



 

1431 

 

Lucca 21 giugno 1431 - Convento di San Domenico 

Orlando e Domenico, i due fratelli di latte, incespicavano caracollando tra le vesti dei padri domenicani. I frati avevano voluto festeggiare il primo anno di vita del loro trovatello con una messa di ringraziamento e una piccola festa in refettorio, aperta ai due genitori adottivi e alle maestranze della bottega di messere Brandino. 

Per l’occasione sua moglie Serafina aveva cucinato delle torte di pane con sopra prugne e miele. Orlando e Domenico non erano gli unici bambini, c’erano anche tutti gli altri figli del bottaio che una volta tanto non puzzavano di sterco di cavallo e correvano felici tra i corridoi e il chiostro del convento. 

A quella festa erano stati invitati anche Guido e il suo aiutante Ambrogio, due lavoranti del bottaio Brandino. Erano due omoni alti e robusti, con la pelle perennemente scura per la fuliggine e la polvere della fucina, sembravano usciti dai tizzoni dell’inferno e se ne stavano un po’ arretrati e imbarazzati. Erano considerati di famiglia perché erano maestri nell’arte di battere il ferro. Non c’era cerchio di botte o cerchio di ruota di carro che non uscisse dalle loro mani. 

Padre Lutterio se ne stava come sempre in disparte, con il cappuccio calcato sul viso e sembrava indifferente a quel clima di festa. Chi invece era gioioso era padre Rufino che correva e si divertiva come fanno i bambini muovendosi e ancheggiando soprattutto mentre ammiccava ai due fabbri Guido e Ambrogio. 

«Ora basta!», lo gelò padre Ildebrando. «Avete già dato ampiamente spettacolo. Andate a sedere al vostro posto». 

«Vedi Ambrogio?» commentò Guido che non si era persa la scena, «in convento non si deve poi stare male. Anche qui hanno le loro femmine. Saranno gelosi tra di loro come noi con le nostre donne?». 

«In convento certo», rispose Ambrogio tenendo la mano sulla bocca, «perché appena fuori dalla porta finirebbero impalati sul rogo come sodomiti». 

L’uomo proseguì sottovoce con espressione maligna. 

«Hai visto il pollaio nel cortile dopo il chiostro? Povere galline! Padre Rufino non basterà certamente per tutti». 

I due scoppiarono in una grassa risata. 

 
 

«… (l’uomo) che per andare a fare sue mercantie, va fuore della sua città, lassa la moglie giovane e vassene in altri paesi. Dicoti che non t’è lecito, e fai peccato; però che tu metti la tua donna a pericolo di qualche grande infamia almeno almeno. Io ti pongo che ella sia buona del corpo suo; pure el pericolo v’è de la infamia. E come sta lei in pericolo di cascare in peccato, così stai anco tu; e anco forse ci è peggio. 

 

Bernardino da Siena, Prediche volgari, predica XXXVIII 

 



 

1433 

 

1433. Bruges, piazza della Borsa 

Giovanni Arnolfini se ne stava nella sua loggia di mercatura in piazza della Borsa con accanto il fidato Petrus van der Weyden, un piccolo uomo tarchiato, con il corpo che sembrava diviso in due all’altezza della cinta. Un busto normale di sopra e sotto due gambe corte con le quali era solito avvitarsi come un serpente in cima a un pesante sgabello, la sua postazione preferita. Petrus era la persona più fidata di Giovanni Arnolfini. Già al servizio di suo padre Nicolao, curava con grande perizia e zelo tutti i suoi affari tra Bruges, Milano, Firenze, Genova e Lucca. Oltre il fiammingo parlava molte lingue compresa quella tosca. 

L’Arnolfini era appena rientrato dalla sua abitazione in Kuipersstraat dove a malavoglia aveva reso visita a sua moglie ormai agli ultimi giorni di gestazione, quella gravidanza che Costanza aveva a lungo tanto desiderato. Lei non certo lui che su quella sua paternità aveva sempre nutrito mille dubbi. Com’era possibile che il nascituro fosse suo figlio se si era accompagnato con la moglie pochissime volte. Tra l’altro l’aveva fatto controvoglia e solamente per mostrarsi accondiscendente alle sue pretese e per non sentirla sempre lamentarsi. 

“Ricordatevi che i figli non arrivano da soli neppure pregando il Volto Santo”, gli aveva ripetuto più volte rimproverandogli la sua assenza dai doveri coniugali. Quel figlio o quella figlia che stava per nascere non era arrivato da solo e non poteva essere arrivato per merito suo. Si tormentava e sospettava di Geert il suo fidato stalliere. Dopo che aveva accompagnato la moglie a vedere gli incroci dei cavalli da tiro, Costanza in più occasioni aveva preso spunto per recarsi a seguire la crescita dei puledri. Così diceva lei. Ma era vero? 

Comunque l’Arnolfini non aveva nessuna prova e i dubbi non sono prove. Poi come comportarsi con Geert? Poteva punirlo confessando a tutti i suoi tormenti? Tutta Bruges avrebbe riso e sparlato di lui e il suo prestigio ne avrebbe avuto un danno irreparabile. 

Alla fine dei conti meglio il sospetto di un figlio bastardo che la certezza di una reputazione rovinata. 

 

****** 

 

«Petrus sono ritornato!», esclamò Giovanni entrando di corsa. «È da due giorni che sto rinchiuso in casa ad aspettare che nasca questo figlio e sinceramente non ne posso più. È meglio che mi occupi degli affari che sono tanti e complicati. Che cosa è accaduto in mia assenza?». 

«È passato Dino Rapondi, vi cercava per questioni che riguardano il duca di Borgogna, ma non mi ha detto cosa. Ha detto che ne parlerà direttamente con voi. Poi hanno lasciato un campione della partita di lino che intendete acquistare. È là dietro il banco. Ah! Dimenticavo. Dovete apporre il vostro sigillo su quelle due procure di vendita». 

Giovanni prese in mano il sigillo, la barretta della cera lacca e si diresse verso le pezze di lino. Non fece neppure in tempo ad apporre i suoi sigilli, che Tilde la governante, entrò nella stanza tutta trafelata e con lo sguardo angosciato. 

«Padrone Giovanni! Padrone Giovanni!», urlò. 

Era avvolta fino al collo in una scura gamurra, i seni coperti, lei che li ostentava sempre sfacciatamente anche in chiesa. 

«Cos’hai da urlare?», domandò indispettito il suo padrone. 

La donna aveva un’espressione disperata. Fece per parlare ma non le uscì una parola. Si ritrasse e si avvicinò a Petrus ancora seduto sullo sgabello bisbigliandogli qualcosa all’orecchio. 

«Ma che succede? Cosa c’è che non possa sapere io?». 

Petrus scese dal suo sgabello avvitandosi sulle zampe allo stesso modo di come era salito, poi a occhi bassi si diresse verso di lui. 

Ci fu un lungo silenzio, quasi a trovare le giuste parole. 

«Padrone…, vi devo comunicare una notizia terribile. Vostra moglie…, vostra moglie Costanza è morta. Però…, però ora avete una figlia». 

Giovanni rimase attonito, non disse una parola. Si girò di spalle stringendo nella mano il sigillo di famiglia che ancora impugnava per autenticare le due procure di vendita. 

«Andate avanti voi due», bisbigliò con un filo di voce. «Chiudo io la loggia di mercatura e vengo». 

Guardò lo specchio convesso appeso alla parete e vide le due piccole figure che si allontanavano. Vide anche i suoi occhi pieni di lacrime deformati da quello specchio. Forse era la prima volta in vita sua che piangeva per qualcuno. 

 

****** 

 

Tutta la servitù era disposta a semi cerchio davanti all’ingresso del palazzo in Kuipersstraat. Tilde in prima fila con la piccola Filippa, testa e occhi abbassati, fece un inchino all’arrivo del padrone. 

L’Arnolfini avanzava lentamente quasi a voler rimandare l’ingresso in quella casa che ospitava la morte. Petrus caracollando sulle gambe, gli si avvicinò e quasi afferrandolo per mano gli disse a bassa voce: «Suvvia padrone! Seguitemi». 

La camera che era stata usata per il parto era chiusa. Di lato accovacciato per terra, c’era il piccolo cane di Costanza, un cagnolino con il pelo lungo e marrone e una curiosa faccia con i peli disposti in modo tale da farlo sembrare quasi umano: due buffi ciuffi di peli ai lati della bocca e quelli sulla testa disposti con una fila regolare a metà, quasi fossero stati pettinati apposta.[6] 

Petrus spinse lentamente la porta. Dentro le levatrici avevano già composto il corpo di Costanza sotto un candido zendado di seta, i capelli raccolti a cercine a forma di ciambella spuntavano fuori da un piccolo fazzoletto che le ricopriva il volto. La stanza era rischiarata da due candelieri che, con il tremore ondeggiante delle luci, sembravano mettere in scena una lugubre danza di morte. 

«Sembra che la vita abiti ancora quel corpo», sussurrò una levatrice. «Non c’è stato niente da fare. Il suo cuore non ha retto alle fatiche del parto». 

«Come Ilaria del Carretto», [7] si lasciò andare Tilde. «Anche lei morì giovanissima di parto». 

L’Arnolfini per un attimo riprese lucidità, anche lui conosceva la storia di Ilaria del Carretto morta di parto giovanissima. Sapeva anche di suo marito Paolo Guinigi, il più ricco tra i lucchesi, che era venuto a Bruges nel 1390 per commerciare con suo padre Nicolao sete e marmo di Carrara. Le parole di Tilde, con quell’analogia, avevano toccato la sua vanità che non si era sopita neppure davanti al corpo della moglie morta. 

«Che ne sai tu Tilde di Ilaria del Carretto?», bisbigliò indugiando ulteriormente su quei pensieri. 

«L’ho vista padrone! Ho visto il corpo di marmo sulla tomba, ho visto i drappeggi della veste che sembrano quelli lì davanti a noi della povera signora Costanza. Ho visto il suo volto che sembra dormire, proprio come quello della padrona e poi Ilaria aveva anche un cagnolino scolpito ai suoi piedi, proprio come quello là fuori di vostra moglie». 

«Padrone volete che scopra il volto della vostra povera moglie?», intervenne la seconda levatrice. «Anche lei pare dormire». 

Giovanni Arnolfini s’irrigidì, aveva sempre avuto il terrore dell’aspetto dei morti. Trovò una scusa. 

«La voglio ricordare com’era in vita», glissò con una smorfia d’imbarazzo. 

«Ma padrone…», insistette la donna, «non potete congedarvi da lei senza nemmeno guardarla un’ultima volta. Dicono che sennò le anime dei morti non soddisfatte tornano dal Purgatorio e ci perseguitano per tutta la vita». 

Quelle parole gelarono tutti gli astanti. Nessuno osò fare o dire niente. 

Quel silenzio lo interruppe Petrus, che si avvicinò prendendogli la mano destra. 

«Padrone avete ancora in mano il sigillo per le procure di vendita..., datelo a me». 

Riaprì la sua mano contratta e consegnò il sigillo a Petrus. 

«Vorrete vedere vostra figlia almeno?», aggiunse Tilde, «È qui accanto. Ha strillato fino ad adesso, ma ora dorme nel suo cesto. Bisognerà pensare subito a una balia e anche al battesimo». 

Il piccolo corteo accompagnò il padrone nella stanza accanto. Giovanni, prima di uscire dalla camera, si voltò un attimo, pensando che quella era l’ultima volta che vedeva sua moglie. Non indugiò oltre. Quel corpo morto lo terrorizzava, uscì dalla stanza pensando alla sua anima che dal Purgatorio sarebbe venuta a trovarlo ed ebbe un brivido di paura. 

I volti di tutti nel volgere di pochi passi cambiarono, le espressioni si fecero meno tetre e più luminose, dentro quell’altra stanza c’era la vita. 

«Ecco vostra figlia!», esclamò la levatrice allungando con le braccia un candido bozzolo avvolto in fasce. «È sana! L’abbiamo esaminata con la massima attenzione». 

Il padrone si ritrasse lasciando la piccola a ondeggiare nell’aria. 

«Vedo, vedo…», rispose tra lo stupore della levatrice. 

Volse le spalle a si appoggiò a un pesante mobile usato per riporre i panni della casa. Doveva trovare un modo per fuggire da quella situazione. Non ne voleva sapere di toccare quella piccola figlia bastarda. Era figlia di Geert, ne era sicuro, non poteva essere sua. Lui nei due mesi precedenti alla notizia che sua moglie Costanza era rimasta gravida, era sempre stato a Brussel, a disposizione del duca Filippo. 

L’Arnolfini fece quello che più sapeva fare bene nella vita, comandare il lavoro ad altri. Riacquistata la sua sicumera chiamò il fidato Petrus. 

«Corri subito dal padre superiore dei frati neri a Sant’Agostino per organizzare il funerale. Sarà sontuoso non da meno di quello di Ilaria del Carretto e io non sarò da meno di Paolo Guinigi. Poi corri in piazza della Borsa, diffondi la notizia e invita tutte le nazioni: i veneziani, i fiorentini, i genovesi, i catalani, gli aragonesi e gli inglesi. Io penserò al duca di Borgogna e al rappresentante di Francesco Sforza duca di Milano». 

Subito dopo girò la testa e si rivolse a Tilde. 

«Tu Tilde cerca subito una balia, poi disponi per il battesimo nella cappella di Santa Croce». 

«Ma il nome?», aggiunse lei. 

«Già il nome. Non saprei…». 

«La padrona», proseguì la governante sottovoce, «una volta mi confidò che se fosse stata una femmina, avrebbe preferito il nome Sara». 

Ci pensò un attimo. 

«Va bene! Chiamiamola Sara. Facciamo felice l’anima di mia moglie non abbia a ritornare dal Purgatorio anche per questo. Poi tra un anno, con la buona stagione, quando la bambina sarà in grado di affrontare il viaggio per Lucca, la affiderò a quel ladrone del mio corrispondente Luto Fortebraccia. Saprà crescerla nell’osservanza delle leggi degli uomini e della chiesa. I buoni costumi devono essere sempre di casa nella famiglia degli Arnolfini». 



 

 

PARTE SECONDA 

Il quadro dei coniugi Arnolfini 

 

 

 

Dico adunque, che la scrittura e la pittura per il vero son sorelle, nate di un padre che è il disegno, in un sol parto et ad un tempo; e non precedono l’uno all’altra, se non quanto la virtù e la forza di coloro che le portano addosso fa passare l’uno artefice innanzi all’altro; e non per differenzia o grado di nobiltà che veramente si trovi in fra di loro. 

Giorgio Vasari 

 



 

1434 

 

Giugno 1434. Bruges, Kuiperstraat 

Era passato un anno dalla morte della moglie Costanza. L’Arnolfini si era gettato di nuovo nelle sue attività, sembrava che non pensasse ad altro. Usciva da casa la mattina presto e rientrava anche a notte fonda tra il chiacchiericcio della servitù che non mancava di spettegolare su quanto poco gli fosse mancata la moglie dopo la sua scomparsa. 

Forse per dare una parvenza di formalità a quel dolore che non c’era, aveva commissionato un dipinto su tavola, che ritraesse sé stesso e la moglie. Per l’esecuzione, incaricò il pittore più famoso del tempo: Jan van Eyck. Quel giorno era andato a controllare a che punto fosse e con soddisfazione prese atto che il dipinto era quasi finito. 

Van Eyck lo guardò a malapena, borbottando tra sé, si aggirava pensoso tra i tavoli dello studio che erano completamente ricoperti da contenitori con olio di lino, diluenti e decine di sacchetti di polveri colorate.  Li prendeva continuamente tra le mani e poi li rimetteva a posto dando disposizioni al suo assistente sulle miscele necessarie per ottenere le infinite sfumature dei colori a olio. Il maestro non era mai contento e soprattutto non si fidava di nessuno. Ogni volta che c’era da preparare un colore, dettava personalmente la miscelazione e seguiva tutte le fasi della preparazione. 

«Questo colore è sil pressum e viene dalla vostra toscana», spiegò il pittore indicando a Giovanni Arnolfini un sacchetto con della polvere marrone. 

Giannino se ne stava con gli occhi incollati sulla tavola cercando di scoprire quali fossero le aggiunte apportate al quadro dopo la sua ultima visita. 

«Maestro vi conosco da anni, ormai sono mesi che frequentate questa casa ma ogni volta che vedo il quadro resto nuovamente sorpreso. Mi accorgo solamente ora che avete aggiunto quattro arance e disegnato un albero con le ciliegie là fuori della finestra». 

Van Eyck sorrise compiaciuto. 

«C’è un motivo. Sono frutti rari, costosi e peccaminosi che voi e vostra moglie con la promessa di nozze rifuggite mediante il rituale del matrimonio cristiano». 

«Io e mia moglie?», puntualizzò, «Ma se mia moglie è morta lo scorso anno!». 

«Scusate, avete ragione. Diciamo meglio. Voi accanto a vostra moglie con le sembianze di Margaretha la mia. Del resto si conoscevano ed erano anche amiche». 

«Da ora in avanti però», continuò van Eyck, «dimentichiamo questa cosa. Questa tavola vivrà di vita propria e quella donna raffigurata sarà per tutti vostra moglie Costanza. Anzi perché non ci siano dubbi metterò la mia firma non solamente come autore ma come testimone del vostro giuramento. Scriverò in grande al centro Jan van Eyck fu qui». 

«Comunque un complimento ve lo voglio fare», riprese Giannino. «L’altro giorno in vostra assenza sono venuto davanti al quadro con uno specchio, mi sono guardato riflesso e poi ho guardato il quadro. Non sono capace a immaginare come siate riuscito a dipingermi così rispondente alla realtà. Non mi avete neppure risparmiato il mio viso allungato e queste grosse narici che mi trovo». 

Il pittore gongolò visibilmente contento. 

«Ma la mia bravura consiste proprio nell’attenzione ai particolari, è per questo che il duca di Borgogna mi vuole sempre a corte. Poi altro che arance e ciliegie! La fatica più grande l’ho fatta a dipingere lo specchio convesso che non è più largo che due dita. Sono riuscito a disegnarci i dieci episodi della Passione di Cristo, voi due promessi sposi, io stesso, l’altro testimone e la stanza. Era la prima volta che ci provavo, ma se tornassi indietro non lo rifarei». 

Giannino si avvicinò per guardare meglio i disegni contenuti nello specchio convesso. 

«Maestro è veramente tutto pieno, soffrite forse di horror vacui?». 

«Lasciate stare Aristotele! Non è la natura che rifugge il vuoto. Il fatto è che ho dovuto dipingere su una piccola tavola decine di significati. Tutti quelli che voi mi avete indicato. Vi ricordate? Ogni giorno una richiesta nuova e io le ho esaudite tutte. Un quadro è l’occasione per raccontare molte storie e qui ho messo un pezzo di storia della vostra vita. Un’ultima cosa messere, l’altro giorno mi avevate chiesto di rappresentare nel dipinto non solo la vostra unione familiare, ma anche la vostra ricchezza e l’importanza che avete qui in Borgogna. Non ho aggiunto solo le arance e le ciliegie. Controllate il vestito di vostra moglie; è cambiato. Ho aggiunto guarnizioni di ermellino e si intuisce che la fodera di pelliccia è di scoiattolo rosso. Adesso vado via e ritornerò tra cinque giorni quando i colori si saranno asciugati. Voi guardate pure, ma attento! Non toccate niente perché sono ancora freschi». 

(…) 

 


[1] Nella prima metà del 1400 a Bruges, ricchissima città mercantile nelle Fiandre, viveva una nutrita colonia di mercanti lucchesi impegnati da più di cento anni in una serie di affari che andavano dal commercio di sete e tessuti ricamati con fili d’oro e d’argento, alla compravendita di lane, fino alla gestione di banchi per il prestito di denari o alle attività finanziare. Erano diventati così importanti, che avevano un proprio console e una sede consolare e si erano dati uno statuto il 27 settembre del 1369 così da assicurarsi il riconoscimento ufficiale da parte delle autorità fiamminghe e di ottenerne dei privilegi commerciali.Vivevano quasi tutti in due vie, la Naaldenstraat (via degli aghi) e la Kuiperstraat (via dei bottai). Alla loro confluenza, c’era la loro sede consolare. Tra questi commercianti c’era Giovanni di Nicolao Arnolfini detto Giannino, sposato con Costanza Trenta. Le loro famiglie li avevano promessi sposi fin da giovanissimi: quindici anni lui, tredici lei.Giannino, al pari del padre Nicolao, del nonno, dello zio Arrigo e del cugino che portava il suo stesso nome, seppure fosse appena ventenne, era diventato molto ricco e stimato presso la corte del duca borgognone con il quale era in affari e che gli era debitore di un grosso prestito.[2] Il Volto Santo di Lucca è un crocefisso di legno, che la leggenda ritiene non fatto da mano umana. È stato al centro di una diffusa venerazione in tutta Europa fin dal Medioevo. Esami fatti con il carbonio 14, lo fanno risalire tra gli ultimi decenni dell’VIII secolo e l’inizio del IX. Adesso è custodito nel tempietto rinascimentale costruito da Matteo Civitali nel 1484, nella navata sinistra della cattedrale di San Martino di Lucca. Ha attirato e attrae pellegrini da tutte le nazioni.[3] A Bruges i mercanti lucchesi, avevano una propria cappella con altare, nella chiesa del convento degli Agostiniani. Il convento era all’incrocio tra la Hoedemaker Straete (la via dei cappellai) e la Augustine Reie (il canale degli Agostiniani). [4] Giovanni Arnolfini fu promesso sposo con Costanza Trenta il 23 gennaio 1426. L’atto fu proposto da suo padre Nicolao in nome del figlio che era ancora sotto la sua patria potestà.  [5] Secondo alcune fonti la razza Shire fu perfezionata in anni successivi.[6] Griffone di Bruxelles, discendente di una stirpe di Terrier delle Fiandre. Erano allevati per fare da guardia alle carrozze e per la cattura dei topi nelle case.[7] Ilaria del Carretto (Zuccarello, 1379-Lucca, 1405), seconda delle mogli di Paolo Guinigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430. Si sposò nel 1403 e morì di parto dando alla luce la secondogenita Ilaria minor nel 1405. Per lei il marito commissionò il famoso sarcofago capolavoro di Iacopo della Quercia. Il monumento funebre è collocato nella cattedrale di San Martino a Lucca."