"Questo romanzo è frutto della fantasia dell’autore, alcuni elementi storici sono stati piegati ai fini della narrazione. 

Il periodo lungo il quale si dipana la storia va dal 1520 al 1560. Quaranta anni a cavallo di una data: il 12 luglio 1555, quando papa Paolo IV emanò la bolla Cum nimis absurdum con la quale revocò tutti i diritti concessi agli ebrei e ordinò l’istituzione del ghetto chiamato “serraglio degli ebrei”.     

Molti personaggi del romanzo sono realmente esistiti, come il pittore Raffaello Sanzio, il banchiere Agostino Chigi e la sua famiglia, i vari papi, principi, condottieri, frati, medici, inquisitori o negromanti. Sono vissuti anche tanti dei personaggi minori, come gli ebrei del ghetto di Pitigliano, gli abitanti dell’isola di Capraia o dei paesi della Corsica. 

Hanno nomi e cognomi, si sa che mestiere facessero, di chi fossero parenti e il motivo per il quale sono finiti in un documento, fosse questo un censimento della popolazione o una condanna a morte sul rogo. 

Ho cercato anche di riportare il più fedelmente possibile le atmosfere dei luoghi, i nomi delle strade, gli usi, i costumi, quello che mangiavano o come vivevano. 

Per il lettore curioso, tutti i personaggi sono riportati in appendice suddivisi tra veri e inventati. 

In alcuni casi però, come detto, alcuni elementi storici sono stati piegati ai fini della narrazione. 

Laddove è avvenuto in modo significativo, come a esempio le date di nascita dei figli maschi di Agostino Chigi, ho avvertito il lettore mediante apposite note. 

Una considerazione particolare merita infine la narrazione relativa al “serraglio degli ebrei”.     

Nel medioevo e nel rinascimento a Roma, come nelle altre città d’Italia e d’Europa, le zone abitate erano frammentate per gruppi uniformi di provenienza, di mestiere, di lingua, di religione. Anche gli ebrei erano in parte costretti, e in parte sceglievano di vivere vicini in strade o quartieri chiamate Giudee o Giudecche. La vicinanza era motivata da esigenze comuni, e nel loro caso, anche da servizi come le macellerie kasher, la sinagoga, il bagno rituale o il cimitero. 

A Roma, vivevano per la maggior parte nel rione Trastevere e alcuni anche in quello di S. Angelo dove sarebbe stato collocato il ghetto. Poche delle interdizioni successive erano stabilite per legge e da secoli gestivano attività di mestieri come la compravendita del pesce, gli straccivendoli, oppure erano medici, farmacisti o gestivano banchi di pegno. 

Con il 1555 e la bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV, tutto questo finì. Furono imposte limitazioni ai diritti preesistenti, fu introdotto l’obbligo di portare segni di riconoscimento, furono esclusi dal possesso di beni immobili, fu vietato ai medici ebrei di curare ammalati cristiani. 

La bolla sancì anche la costruzione di appositi ghetti, perché fossero confinati e controllati. Nacque il ghetto di Roma che è sopravvissuto fino al settembre del 1870, anno di annessione della città al Regno d’Italia.
 

 

Parte prima 

Una notte con Venere, una vita con Mercurio 

 

Gennaio 1520 

serraglio degli ebrei 

 

Il vento pungente di gennaio scarmigliava i lunghi capelli di Michael Di Segni facendoli sbattere come fruste sui lati del viso. Camminava a passo svelto, il tramonto arrivava presto in quelle giornate di gennaio. Tra non molto avrebbero chiuso la Giudecca e lui doveva rientrare ad ogni costo pena la prigione o chissà cos’altro. Del resto era soddisfatto, era riuscito ad acquistare un grosso sacco di corteccia di salice bianco: una panacea per i dolori articolari e muscolari e per la gotta dei suoi clienti. 

A ventuno anni era già riconosciuto come un valente speziale dentro e fuori dalla Giudecca. Come medicus era ricercato da nobili e cavalieri, ricchi e poveri, frati, vescovi e cardinali, e questa fama gli consentiva certi margini di libertà, anche quella di poter mettere le mani addosso ai cristiani per curarli. 

Arrivato nella sua stanza di speziale trovò ad attenderlo due uomini: uno sembrava un domestico, l’altro, armato, doveva essere un birro. 

Michael sentì un brivido di gelo che gli percorse tutta la schiena e le gambe cedere sotto il suo peso. Erano davanti alla spezieria, era evidente che aspettavano lui. 

«Giudeo! devi venire con noi», gli intimò in modo spiccio il soldato tenendo la mano sull’elsa della spada. 

«Perché?», balbettò sommessamente Michael. 

«Perché ti vuole il mio signore, Agostino Chigi. Il Magnifico. Prendi le tue cose. Tua moglie Ruth è già stata avvertita». 

Bastarono pochi minuti per arrivare a destinazione. Prima costeggiarono a rapidi passi le mura della Giudecca, poi attraversarono il ponte Sisto. Gli operai intenti al restauro con il buio imminente stavano chiudendo il cantiere e riponendo gli attrezzi. L’attenzione dei tre cadde sui lavori di manutenzione dei marmi del rivestimento dell’occhialone, un grande foro sopra il pilone centrale costruito per alleggerire la spinta dell’acqua in caso di piena. 

Il birro si arrestò, agguantò Michael per i capelli e rivolse la sua faccia verso il ponte. 

«Sai chi paga quei lavori?», chiese guardando il domestico che l’accompagnava con un’occhiata di complicità «Li pagate voi Giudei». 

I due scoppiarono a ridere sguaiatamente mimando una danza oscena sulle pietre lasciate libere dagli scalpellini. 

Ripresero a camminare, villa Chigi era lì davanti a loro, a pochi passi dalla riva del Tevere. Immensa, sontuosa, ricoperta di marmi e travertino, Michael l’aveva vista crescere dalla finestra della sua casa all’ultimo piano nel serraglio dei giudei quando era ancora bambino. Ci dovevano essere voluti parecchi anni perché i suoi ricordi partivano da quando era molto piccolo, fin da quando era un ragazzino. Quante volte aveva fantasticato di vederla dentro. Ora lo portavano là, ma a forza. Dentro di sé sentiva un misto di felicità e di terrore. Terrore perché non sapeva cosa volessero da lui, specie quel birro armato, felicità perché avrebbe visto quella villa da vicino. 

Risalirono dalla sponda del fiume e attraversarono un giardino pieno di piante sconosciute. L’edificio aveva una forma a ferro di cavallo con due ali all’esterno che abbracciavano una loggia. Le pareti della facciata erano affrescate con putti e ghirlande. 

«Aspetta qui, non muoverti», gli intimò il birro strattonandolo per un braccio. 

Michael non poté resistere alla tentazione di sbirciare il caleidoscopio di colori e di immagini che lo sovrastavano. 

La volta del loggiato, era suddivisa in scomparti da festoni di fiori e frutta che avevano come sfondo un cielo azzurro. Li osservò con attenzione seguendo quelle curve come l’acqua segue le anse del fiume. Ne riconobbe molti, sembravano staccarsi dalla base vegetale. Altri invece erano frutti sconosciuti. Dentro quei riquadri corpi nudi di uomini e donne che dovevano ricordare figure mitologiche, puttini con le ali, amorini con aquile, tridenti, pantere, elmi e scudi. Ma quello che lo affascinava di più erano i due grandi affreschi al centro del soffitto che dovevano rappresentare dei e dee perché stavano in piedi sulle nuvole. 

«Sono le storie di Amore e Psiche». Una voce rimbombò amplificata dalla volta. 

Da una porta laterale entrò un uomo vestito riccamente e accompagnato da una donna  e quattro camerieri. 

«In questa villa hanno lavorato i pittori più famosi: Baldassarre Peruzzi, Raffaello Sanzio, Giulio Romano, Giovanni da Udine e Sebastiano del Piombo che ho portato via personalmente dalla Serenissima». 

Michael fece un piccolo inchino, come gli avevano insegnato di fare sin da bambino quando era in presenza di un cristiano. 

«Niente inchini. Guarda! Guarda! Non è vietato guardare. Li ho fatti dipingere per la gioia degli occhi e dello spirito. Oggi è un anno esatto da che sono stati terminati e inaugurati. Li hanno visti il papa, principi e cardinali. Ma anche i miei servi, i domestici, i cuochi e i giardinieri. Li puoi guardare anche tu, non si consumeranno». 

Michael nell’udire quelle parole, ma soprattutto quel tono inaspettato, si sentì rassicurato. 

«Sai chi sono io? Sono il padrone di questa dimora. Il mio nome è Agostino Chigi. Mi chiamano il Magnifico perché sono molto ricco. Sai perché ti ho fatto condurre qui?» 

Michael dondolò lievemente la testa. 

«Perché sono ammalato e sto male. Ogni giorno sto peggio e non voglio morire. Tutti i cerusici e i phisicus che ho chiamato non hanno aiutato per niente il mio stato di salute. Anzi, salasso dopo salasso, riesco a malapena a camminare. Mi hanno parlato di te, mi hanno detto che, nonostante la tua giovane età, sei molto bravo. Mi ha fatto il tuo nome il cardinale Niccolò Ridolfi che hai guarito. Se ci riuscirai anche con me ti renderò ricco. Non mi importa se sei un giudeo, la mia fortuna di banchiere l’ho fatta soprattutto con la gente del tuo popolo oltre che prestando denaro a papi e principi». 

Michael questa volta alzò la testa, la sua professione era ciò che più lo soddisfaceva e lo inorgogliva e quell’uomo lo cercava come speziale. 

Lo guardò. Messere Agostino Chigi aveva un’età apparente di cinquanta anni e i segni della malattia erano evidenti: la postura innaturale, una certa fatica a muoversi e parlare, la carnagione pallida. La sua attenzione si spostò sulla donna che gli era accanto. Era bellissima, elegante e raffinata, con due grandi e magnetici occhi neri. La forma delle vesti e la schiena leggermente arcuata lasciavano intuire una gravidanza alle prime settimane. 

«Quella che guardi», disse il Magnifico «è Francesca Ordeaschi, mia moglie. Ma dimmi: cosa chiedi, come posso ricompensarti già da ora?» 

«Chiedo il vostro permesso…», Michael guardò su in alto verso la volta allungando le mani verso Agostino Chigi con la kippah arrotolata «…vi chiedo di potermi mettere il copricapo sulla testa». 

«Perché mai? Se ti concedo di stare al mio cospetto a capo scoperto». 

«È per quel cielo azzurro», disse indicando il soffitto e le lunette affrescate «sento il timore del cielo e la presenza divina sopra di me». 

«Che sia! Metti la tua kippah e torna a casa. Domani mattina presentati con i tuoi medicamenti; vivrai qui nella villa fintanto che sarà necessario». 

«Signore ma a quest’ora il mio serraglio è già chiuso». rispose Michael. 

«Non ci sono porte chiuse per Agostino Chigi, ti farò accompagnare dalle mie guardie. 

 

***** 

 

L’indomani all’alba, Michael Di Segni spingeva il suo carretto pieno di sacchetti e di bottigliette di vetro. Non aveva mai dormito tutta la notte e nell’assoluto silenzio, infrangendo la regola che vietava ai giudei di uscire di casa durante la notte, aveva preso dalla sua stanza di speziale tutto quanto gli sarebbe potuto servire. 

Arrivato sul ponte Sisto notò che anche i lavori degli scalpellini e dei muratori erano iniziati con le prime luci. Dovette ingegnarsi non poco per muoversi in quel dedalo di pietre, persone, attrezzi, macerie. Dovette anche fermarsi mentre le maestranze scendevano a fatica da un carro trainato da due buoi, un’impalcatura di legno che sarebbe servita per rivestire di marmi l’oculo o l’occhialone, come lo avevano già battezzato i romani. 

Arrivato alla villa, aspettò in disparte, davanti all’ingresso della Loggia. 

C’era un gran via vai di persone, artigiani e servi, ma nessuno faceva caso a lui o gli diceva niente. Michael ne approfittò per verificare i suoi medicamenti. Muovendo le mani tra i piccoli sacchetti di stoffa, bottiglie e barattoli di varie dimensioni, li ripassò mentalmente uno per uno. 

Le preziose spongiae somniferae, le spugne anestetiche imbevute di oppio, estratto di mandragora, giusquiamo, cicuta e belladonna. Le aveva essiccate all’aria ed erano pronte all’uso, dopo essere di nuovo imbevute di acqua, per farle annusare e bere dal malato. I sacchetti con l’aconito, la digitale, l’elleboro, la belladonna, tutte piante velenose ma che diventavano medicamentose, se sapute usare. Infine i medicinali contro le infiammazioni: la corteccia di salice bianco, la radice dello zenzero e il cartamo. 

Michael era lì che controllava i suoi preparati, quando un domestico in livrea lo chiamò. 

«Vieni, il padrone ti aspetta!» disse ruotando sui piedi e incamminandosi senza neppure guardarlo. 

Michael rimase bloccato accanto al suo carretto. Sopra quelle assi di legno c’era tutta la sua vita di speziale e di medico, non gli piaceva abbandonarle incustodite. 

«Che fai?», chiese il domestico voltandosi «Non ti preoccupare, qui dentro nessuno ruba niente. Anzi chi c’ha provato ora si soffia il naso con qualche dita in meno». 

Michael sfiorò con la punta delle dita i sacchetti e seguì l’uomo, prima attraverso la magnifica loggia che aveva visto la sera precedente, poi su per delle scale fino al primo piano. I due si arrestarono davanti a una porta intarsiata e decorata con stucchi dorati. 

«Aspetta qui!», gli intimò «e quando entri tieni un comportamento educato». 

Aprì lentamente la porta. 

«A richiesta di sua signoria», disse ad alta voce, «è arrivato lo speziale ebreo». 

Prese Michael per un braccio e lo introdusse al centro della camera. 

Agostino Chigi se ne stava seduto davanti al letto su una grande poltrona di raso purpureo. Sbirciando da sotto gli occhi, Michael riconobbe di lato la moglie Francesca e un altro signore che, a giudicare dai vestiti, doveva essere molto importante. 

Il Chigi lo scrutò da capo a piedi. 

«Allora, mi hanno detto che ti chiami Michael. Se un giorno vorrai convertirti al cristianesimo, potresti battezzarti col nome di Michele. Ma forse è più bello Michael. Allora speziale, da dove partiamo? Alza quella testa e comportati senza inutili riverenze. Devi pensare a curarmi non a guardarti i piedi». 

Michael si sentì rincuorato: quel banchiere dai modi spicci e rudi gli stava offrendo una relazione da uomo a uomo. 

«Quali malanni lamentate?» chiese Michael. 

«Malanni che non passano». rispose accasciandosi sull’enorme poltrona. «Sono tre mesi che ho una febbre che va e viene». 

«Me la può descrivere signore?» 

«Viene ogni due tre giorni. Febbre molto alta mi dicono, ma io non la sento. Anzi talvolta provo brividi di freddo che mi fanno scuotere tutto il corpo». 

Michael all’udire le sue parole storse la bocca. 

«Quali altri sintomi avete?» 

«Dolori alla schiena, il cuore che mi batte all’impazzata, a volte si aggiungono anche nausea, vomito e diarrea. Quando sono mezzo addormentato con la febbre alta, vaneggio e pare dica cose incomprensibili». 

«Signore, mi dovrei avvicinare e toccarvi se me lo concedete». 

«È il tuo lavoro», rispose il Chigi. 

Michael lo esaminò minuziosamente: il colore della pelle era giallastro. Tastò più volte l’addome cercando soprattutto il fegato. Era molto ingrossato. 

«Dovrei vedere anche il vostro piscio». 

Un servo accorse con un cantaro, il banchiere ci urinò e glielo porse. 

Michael si allontanò avvicinandosi a una finestra per vedere meglio. Quel liquido era torbido e scuro. 

«Sembra febbre terzana». disse a bocca stretta. «Avete per caso frequentato zone paludose in questi ultimi tempi?» 

«Di febbre terzana si muore!», esclamò il banchiere sventolando le mani nell’aria e sobbalzando sulla poltrona. 

«Di febbre terzana si guarisce, anche». lo rincuorò Michael. 

«Allora, avete per caso frequentato zone paludose in questi ultimi tempi?» 

«Molte volte», rispose aggiustandosi di nuovo sulla poltrona, «non solo negli ultimi tempi. Le ho attraversate per andare a Porto Ercole dopo che l’ho comprato, tutte le volte che ho visitato le miniere di allume nei monti della Tolfa e le saline che ho rilevato dallo stato Pontificio». 

«È pericoloso andare in quei posti!», replicò Michael. 

«Che credi ebreo? Il tuo mondo finisce alle porte del serraglio degli ebrei, il mio non ha confini e mi devo occupare di tutto. Per ventimila ducati ho acquistato Porto Ercole, rocca e castello compresi, in modo da avere sbocco al mare per le navi che trasportano l’allume. Ho ventimila persone che lavorano per me, comprese le decine di agenti a Londra, al Cairo, Anversa e Costantinopoli. Come faccio a stare attento alle terre paludose?» 

Michael si accorse che l’aveva fatto arrabbiare e cercò di cambiare il discorso. 

«Come vi hanno curato finora?» 

«Dissanguandomi…», rispose il Chigi. 

«Michael guardò i polsi e le vene dell’avambraccio; erano pieni di ferite per i numerosi salassi subiti». 

«Quanti salassi avete avuto?» 

«Decine! Gli altri cerusici mi hanno detto che più è alta la febbre, più sangue bisogna togliere per portare via gli umori negativi e modificare la forza e l’azione del cuore. Guarda qui!», Messere Chigi si sbottonò la camicia e mostrò un taglio alla vena giugulare sulla parte sinistra del collo. «E qua!», alzando la camicia e mostrando il petto e l’addome pieno di macchie rosse. «Fino a quaranta sanguisughe per volta mi hanno messo!». 

Michael si avvicinò e nello stesso istante si alzò anche sua moglie Francesca che prese amorevolmente il marito per una mano e scostò la camicia all’altezza del collo. La ferita era brutta e infetta. 

«Per prima cosa va curata questa ferita prima che l’infezione progredisca. Vi metterò un unguento di propoli e cartamo. Dovrete ordinare di far bollire garze di lino per fasciare il collo e..». 

«La fascia no!», rispose il Chigi. 

Michael rimase stupito non capendo quella reazione. 

«Perché no, mio signore?», disse la donna prendendogli entrambe le mani e sedendosi per terra davanti a lui. 

«Non posso presiedere l’anniversario dei sei mesi del nostro matrimonio con il collo fasciato. Sono due settimane che organizziamo i preparativi. Poi gli inviti sono già partiti». 

«Se per quello mio signore…», si intromise Michael, «per questa vostra festa, mi auguro che la ferita sia già guarita e se anche non lo fosse, provvederò a mettere solamente per quel giorno, una protezione così piccola che nessuno se ne accorgerà». 

«Bravo ebreo! mi è piaciuta la tua risposta. Che dite Lorenzo?», disse sorridendo e rivolgendosi all’elegante signore che fino a quel momento era stato in disparte e in silenzio. «Come gran maestro delle cerimonie, invitiamo anche questo ebreo? Magari lo mettiamo accanto a qualche legato pontificio a sua insaputa?». 

Lorenzo abbozzò un mezzo sorriso non avendo capito se il suo signore dicesse sul serio oppure dileggiasse il giovane medico. 

«Perché no?», continuò Francesca tenendo il marito per le mani. «Ci saranno decine e decine di invitati e ancora di più centinaia di persone intente a servire. Chi si accorgerà di quest’uomo?». 

Lorenzo Trotti, gran maestro delle cerimonie di Agostino Chigi, trasecolò. 

«Ma signore… un ebreo. Ci saranno principi e nobili, vescovi e cardinali, ricchi banchieri e mercanti. Ci sarà anche il papa Leone X…». 

«Quel sodomita, bardasso, gozzovigliatore», disse di un fiato il Chigi alterato, «suo padre lo fece nominare in segreto cardinale a tredici anni. Se non fosse il figlio di Lorenzo il Magnifico, ora sarebbe a vendersi come un cinedo accanto al Pantheon». 

«Dicerie signore, solamente pasquinate», lo interruppe Lorenzo. 

«È un sodomita e un paticone. Ricordati che non c’è niente che accada a Roma che io non sappia. Se sono dicerie andate a chiederlo a Galeotto Malatesta o al conte Ludovico de Ranconi, suoi compagni di letto». 

Michael seguiva esterrefatto la discussione dei due, quello di cui parlavano era pur sempre il Papa dei cristiani. 

«Comunque ho deciso», disse serio rivolto al maestro di cerimonie, «l’ebreo sarà invitato. Mettetelo dove volete, ma invitatelo. Mi divertirà molto sapere che alla mia tavola ci saranno contemporaneamente un ricco papa e un povero ebreo. Poi nessuno dovrà sapere che Michael è ebreo. Anzi dispongo che gli diate dei bei vestiti. Ne avrete di avanzo anche dei vostri…» 

Lorenzo si prese la testa tra le mani scuotendola da una parte all’altra, mentre Agostino Chigi sorretto dalla moglie si alzò con fatica dalla poltrona. 

«Suvvia Michael! vai a preparare la tua pomata per la medicazione. Io ti aspetto giù di sotto nel mio studiolo. Chiedi alla servitù dov’è la Sala del Fregio». 

Il padrone di casa se ne andò accompagnato dalla moglie mentre Lorenzo Trotti se ne stava ancora con la testa tra le mani. 

«Ogni giorno un nuovo problema nell’organizzazione della cerimonia per l’anniversario». sentenziò contrariato. 

«Mi dispiace signore», bisbigliò Michael. 

«Tu non hai colpa, è il padrone che pensa di poter fare tutto con i soldi, per comprarsi la benevolenza di tutta Roma.  Ogni giorno ne inventa una nuova. Ora vorrebbe che il banchetto fosse più sontuoso addirittura di quello organizzato per le nozze. Mi chiede allestimenti speciali, palchi, attori e saltimbanchi, piante rare e animali esotici. Ci mancava anche l’ebreo per poter farsi gioco del Papa e dei cardinali. E quello che è peggio è che lo sostiene in tutto e per tutto quella…». 

Il gran maestro delle cerimonie si accorse all’improvviso che stava maldicendo padrone e padrona con un ebreo,  per di più appena conosciuto. 

«Basta così!», si interruppe bruscamente, «hai sentito cosa ti ha comandato? Vai a preparare il tuo dannato unguento». 

Lorenzo Trotti si incamminò nella sala accanto. Si era zittito davanti all’ebreo, ma doveva finire di sfogarsi da solo. Soprattutto riversare il suo astio sulla moglie, donna che segretamente detestava. Francesca Ordeaschi o Ardeasca, neppure il cognome si conosceva con certezza: bella, intelligente ma pur sempre una puttana, una cortigiana elevata al rango di moglie legittima del banchiere. Che differenza c’è tra una putaine, come la chiamano i francesi e una cortigiana? Che una è più furba di un’altra? Che una sa abbindolare meglio gli uomini? Che una capisce come fare la puttana avendo il rispetto della società e l’altra fa la puttana nel disprezzo e nel rifiuto? 

Agostino Chigi il Magnifico, il banchiere dei papi, forse l’uomo più ricco al mondo, se ne era perdutamente innamorato a Venezia e l’aveva fatta rapire. Sicuramente l’aveva conosciuta in un bordello per ricchi e lei si era fatta portare a Roma. L’aveva imposta anche alla moglie legittima, Margherita Saracini. 

Mentre con sua moglie non era riuscito ad avere neppure un figlio, con la puttana ne aveva fatti quattro di bastardi e ora era di nuovo gravida. Rimasto vedovo dopo la morte della prima moglie Margherita, si era risposato con Francesca Ordeaschi l’anno precedente, il 28 agosto 1519, ed era stato lo stesso papa Leone a celebrare quel matrimonio. 

L’aveva imposta al Papa Leone X che li aveva addirittura sposati di persona, e avevano dovuto accettarla anche i nobili, i principi romani e lui, Lorenzo Trotti, un nobile vero che doveva inchinarsi, sorriderle, servirla e riverirla. 

Ma quello che più lo faceva schiumare di rabbia, bruciargli l’anima come piombo fuso, era il loro declamato amore. Non c’era stanza della villa che non glielo ricordasse a partire dagli affreschi della Loggia con le scene di Amore e Psiche dipinte da Raffaello. 

Due imbecilli, Agostino Chigi e Raffaello Sanzio. Il potente Chigi innamorato imbelle di Francesca una cortigiana, Raffaello Sanzio, grande e osannato pittore, innamorato perso di un’altra puttana, la Fornarina. Due imbecilli, davvero. 

C’era poi quell’altro affresco sulla parete nord della camera nunziale con la scena delle nozze di Alessandro Magno e Rossane. 

Il Sodoma che le aveva dipinte aveva ben capito come ingraziarsi il suo mecenate: aveva paragonato Agostino Chigi ad Alessandro Magno il Grande e la cortigiana veneta a Rossane. Alessandro nel dipinto offriva alla sua bella, come dono nunziale, lo scettro del potere, e Agostino aveva portato in dote alla sua ville, ducati, banche, navi, porti e miniere di allume. 

Lorenzo terminò di girovagare nei suoi amari pensieri: per quel giorno poteva bastare, tanto li avrebbe ripercorsi l’indomani, come ogni giorno. All’improvviso il maestro delle cerimonie di casa Chigi, si trovò la signora Francesca davanti. Arrossì, quasi la donna avesse letto nei suoi pensieri. 

«Signora…», disse cedendole il passo e accennando un lieve inchino con aria deferente. 

“Signora puttana!”, pensò dentro di sé. 

 

***** 

 

Nei giorni successivi all’arrivo di Michael, la salute di Agostino Chigi aveva fatto qualche piccolo progresso. Gli episodi febbrili erano meno violenti grazie a dei decotti di corteccia di salice bianco che alternava, di giorno in giorno, con altri decotti di fiori dell’olmaria. La ferita infiammata e purulenta sul collo era quasi guarita. Il pus, quel liquido giallognolo e viscoso, era sparito, la ferita si era richiusa e sembrava non essere più pericolosa. 

Michael viveva in una stanzina dentro il fabbricato delle scuderie tra la villa e il fiume. I domestici gli avevano anche dato un pagliericcio, un orinale e un vecchio mobile dove aveva riposto le sue erbe. Non era poi così male, anzi, forse meglio della sua camera nella casa del serraglio. 

Quello che più gli mancava erano Ruth e la sua bambina Ariela che tra poco avrebbe compiuto il suo primo anno. Se la immaginava impegnata a fare i primi passi. Quando era stato chiamato al cospetto del Chigi, stava facendo i primi tentativi di stare in equilibrio sui due piedini per poi ricadere goffamente a terra. 

Gli era stato ordinato di non uscire dal perimetro del giardino della villa, ma lui aveva scoperto un punto sopraelevato accanto a una grande fontana, dal quale si vedevano bene le mura esterne del serraglio, quelle che confinavano con il fiume, dove c’era casa sua. 

Aveva anche scoperto che se traguardava da un buco fatto chiudendo assieme il pollice e l’indice della mano come se fosse un cannocchiale, la vista diventava più nitida. Si potevano vedere dei puntini che si muovevano lungo il perimetro delle case. Magari sua moglie Ruth era uno di quelli, forse teneva per mano la sua bambina orgogliosa di riuscire a stare in piedi. 

Michael, all’inizio di ogni giornata, doveva sostare davanti al loggiato e aspettare che qualcuno lo chiamasse per andare a visitare e curare il padrone. Non c’era un momento preciso, doveva stare lì e basta; dalla mattina fino al tramonto, anche se nessuno lo chiamava. Lo aveva sperimentato due giorni prima quando aveva aspettato inutilmente fino a sera con i piedi e la schiena indolenziti, fintanto che qualcuno gli aveva detto che il signore quel giorno non avrebbe avuto bisogno di lui perché impegnato in città al suo banco in cortile Chigi, accanto alla cittadella pontificia. 

«Vieni dentro!», gli intimò da sotto la loggia un domestico aiutandosi con ampi gesti del braccio, «il signore ti aspetta nella Sala del Fregio». 

Contemporaneamente i servi prepararono tre grandi bacili e numerose pezze di lino. 

Chigi era assorto dietro una catasta di scritture e libri contabili. Michael si fermò in piedi aspettando che gli rivolgesse l’attenzione. Passarono interminabili minuti nei quali Michael ripassava a mente le cose di cui avrebbe potuto parlare, quelle sulle quali avrebbe dovuto tacere e le risposte da dare alle sue domande. Quelle sì che erano pericolose: aveva contratto la febbre terzana e di quella malattia si poteva anche morire. 

«Ecco, ho finito!», disse Chigi riponendo con attenzione alcuni libri contabili. «Incomincia a prepararti come vuoi». 

Michael indossò un ampio e candido grembiale, poi iniziò a lavarsi le mani con grande attenzione. 

«Cosa saresti per gli ebrei?», gli chiese Agostino, «noi cristiani vi chiamiamo cerusici, o medicus o phisicus. Tu cosa sei?» 

Michael finì di asciugarsi le mani sfregandole più e più volte. 

«Sono un rophéoumann, sono il medico del serraglio». Si avvicinò e con delicatezza gli tolse la fascia attorno al collo. 

«Sta molto meglio signore, c’è rimasto solamente un po’ di rossore. Potrete presenziare al vostro banchetto senza nessuna fasciatura». 

Mentre parlava, si aprì la porta dello studiolo ed entrò Francesca curiosa di vedere le arti di quel dottore ebreo. 

Michael aprì una boccetta di vetro trasparente che conteneva un liquido rosso sangue. Ne versò un po’ in un piccolo piattino e con la punta delle dita iniziò a massaggiare la ferita. 

«Cos’è?», chiese la signora. 

«È olio rosso di erba scacciadiavoli, voi cristiani la chiamate erba di san Giovanni. In un paio di giorni la pelle del collo di vostro marito tornerà come prima». 

«Perché voi dottori ebrei siete ritenuti più bravi di quelli cristiani?», riprese la moglie sempre più curiosa. 

Michael ci pensò su prima di rispondere, era una di quelle domande che giudicava pericolose. Come poteva dichiarare la superiorità di un medico ebreo rispetto a uno cristiano senza essere arrogante? 

«Perché noi siamo solamente strumenti di Dio», rispose, «seguiamo gli insegnamenti del Talmūd. Preghiamo affinché all’ammalato sia tolta la punizione della malattia. È Dio che guarisce, io sono solamente un suo strumento». 

Chigi lo guardò incuriosito. 

«Michael preghi anche per me? Anche se io sono cristiano?» 

«Certo signore, prego per tutte le creature di Dio». 

«Dove hai appreso le tue conoscenze?» 

«Da un altro rophéoumann. Ero il suo aiutante, quando è morto ho preso il suo posto. Mi ha insegnato molte cose, soprattutto gli insegnamenti di Mōsheh ben Maimōn, Mosé Maimonide detto Rambam, famoso come filosofo e giurista ancora prima che come medico. 

«Curò molti ebrei?», lo interruppe il banchiere. 

«Veramente curò soprattutto il figlio del Saladino e le sue concubine. Curò quelli che chiamate infedeli». 

«E per me cosa puoi fare?» 

«Posso provare a guarire anche la vostra anima oltre al corpo. Posso pregare Dio che vi guarisca, posso consigliarvi di stare lontano dagli eccessi sia della medicina, sia del non far niente. Tutti quei salassi hanno portato squilibri nella vostra anima…». 

«Ho capito Michael. Prega per la mia anima ma occupati anche del mio corpo. Abbiamo parlato molto e anche questo è un eccesso». 

Michael prese la fascia della medicazione che era appoggiata su un vassoio e la ripose in un contenitore metallico. 

«Questa andrà bruciata», disse. 

Poi iniziò a lavare il vassoio più e più volte. 

«Stai sempre a lavare ogni cosa», lo punzecchiò il Chigi. 

«Perché la pulizia del corpo porta alla pulizia dello spirito, è scritto nel Talmūd». 

«Ma tu hai un tuo Talmūd? Non vedo nessun libro». 

«A noi ebrei non è consentito tenerlo», rispose «l’ultima volta che ne ho visto uno, bruciava nel fuoco assieme ad altre scritture. Ma tanto io lo conosco a memoria, lo porto sempre dietro con me». 

Un sorriso malizioso e soddisfatto comparve sul viso del padrone di casa che si alzò e si incamminò verso una grande libreria posta a fianco della finestra. 

La moglie intuì le sue intenzioni. «Signore non mi sembra il caso…», disse. 

«Francesca non vi preoccupate. Il medico saprà tenere il segreto. Poi, chi crederebbe alle parole di un ebreo?» 

Agostino Chigi sfilò alcuni volumi, infilò la mano dietro lo scaffale armeggiando, dopodiché spingendo da un lato e dall’altro, la libreria si aprì a metà scorrendo verso l’esterno. 

«Questo è il segreto che mia moglie non vuole ti mostri». 

Dietro la libreria c’era nascosto un piccolo vano dove erano alloggiati altri libri, alcuni sembravano molto vecchi, vecchissimi, altri stampati da poco. 

«Qui dentro ci sono molti dei libri che hai visto bruciare». Il Chigi allungò l’indice scorrendolo da sinistra a destra. 

«Guarda: posseggo le opere di Ario, di Origene, dei Manichei, queste sono due copie della Bibbia scritte in volgare». 

Poi, con l’indice, scese sulla fila sottostante. 

«Questo è il Decamerone di Boccaccio, queste sono tutte le opere del Machiavelli e questo è quello che amo di più: l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam dove parla della corruzione e del malcostume dei preti». 

Michael stava leggermente arretrato, timoroso per quella confidenza pericolosa, ma anche stupito e interessato e perciò allungava il collo verso quella piccola libreria. 

«L’Inquisizione li brucia, ma i miei tipografi sono più veloci dell’Inquisizione; loro li bruciano e i tipografi li ristampano». 

Chigi parlava e sua moglie scuoteva la testa preoccupata: non era solamente un segreto quello, era un segreto pericoloso. 

«Vuoi sapere perché ti ho fatto vedere tutto questo?», chiese rivolto a Michael mentre ondeggiava il suo indice rivolto verso i libri, «Perché tu vedessi anche questi». 

Il banchiere si chinò leggermente e dall’ultima fila in basso, quella vicina al pavimento, tirò fuori due pesanti volumi. 

«Sono due stampe… due stampe del Talmūd babilonese. Sono sicuro che è la prima volta che vedi un libro stampato in ebraico, pochissimi l’hanno visto, considerati un fortunato. Una copia è stata anche tradotta in latino. Le ho comprate da un banchiere ebreo che è il mio corrispondente ad Anversa e lui, a sua volta, le ha comprate da un tipografo veneziano che si chiama Daniel Bomberg. Sembrano valere molto, soprattutto quella stampata in ebraico». 

Chigi allungò la mano, porgendogli il libro.  Michael lo prese e si inginocchiò. 

I suoi occhi non riuscivano a staccarsi dalla scritta in oro sul frontespizio: Talmūdā dĕ-Bābel. L’aprì lentamente, sfogliando le pagine una a una, era veramente la prima volta che leggeva caratteri di stampa. Con la punta delle dita accarezzava quelle parole: in quel libro, su quelle pagine, c’era riportata tutta la mishnāh, la dottrina dopo la Bibbia e lui non poteva leggerla né averla. 

«Bene, basta così, ora ridammelo», disse l’uomo riprendendogli il libro. 

Michael rimase in ginocchio con le mani vuote leggermente protese in avanti. 

«Questo tuo Talmūd, al quale sei tanto attaccato, non sono riuscito nemmeno a leggerlo», disse mentre riponeva i libri nello scaffale e richiudeva la libreria nel vano segreto, «troppo noioso con tutti quei divieti. Avete un divieto per tutto». 

«Mio marito legge poco di tutto», si intromise Francesca abbracciando teneramente il marito, «la sua vera passione è fare soldi. Tiene quei libri perché sono rari e costosi, ma soprattutto per il fascino conturbante di possedere delle cose vietate. Anche a voi ebrei piacciono i divieti, vivete di divieti. A proposito di cose vietate, mi dici perché avete tutti quei divieti sui cibi?». 

Il banchiere si rimise sulla sedia quasi intuendo che la risposta non sarebbe stata breve. 

«Già, è vero!», aggiunse inserendosi in coda alla parole di sua moglie, «quelli proibiti sono più numerosi di quelli consentiti. Anni addietro ho avuto ospite il mio corrispondente da Famagosta, un ebreo come te. Si dovette penare nelle cucine per preparare piatti a lui graditi. Ebbe da lamentarsi anche dell’affilatura della lama del coltello con il quale il cuoco sgozzò un capretto. Non lo volle mangiare in nessun modo perché disse che era impuro. Aveva notato una piccola intaccatura sulla lama. Ci pensò lui direttamente con il suo affilatissimo coltello a sgozzarne un altro dopo averlo lavato e purificato. Abbatté l’animale tagliando con un colpo netto, rapido, tutti i vasi del collo e la trachea, senza premere né perforare. Mi disse che così l’animale non soffriva». 

Michael annuì e pensò che era trascorso tanto tempo dall’ultima volta che lui e sua moglie si erano permessi di mangiare carne di capretto. 

«Visto Michael? Anch’io conosco la tua religione. Cosa altro puoi dirmi?». 

Michael rimase in silenzio, aveva come l’impressione che volessero deriderlo. 

«Allora parli? Hai perso la lingua? O vuoi che te la tagli come la gola di quel capretto. Mi interessa veramente saperne di più. Siete così strani voi ebrei…». 

«Il cibo deve essere perfetto per essere puro». rispose rincuorato con l’espressione persa nel vuoto «Mi immagino che quel vostro corrispondente da Famagosta non si sia limitato a sgozzare il capretto secondo il rituale torah. Subito dopo lo esaminò con attenzione vero?» 

«Infatti, ora ricordo, fece proprio così», annuì il Chigi. 

«Gli animali devono essere sani, non devono avere lesioni allo stomaco, fratture alle costole o ferite alle membra. Bisogna prestare la massima attenzione anche quando li leghiamo per portarli al mercato o quando si tengono capovolti per sgozzarli. Non ci deve essere violenza, li dobbiamo uccidere con riguardo e compassione nel rispetto della shechitah». 

«E i maiali?» 

«I maiali sono impuri», rispose Michael. 

 

Serraglio 

 

Ariela piangeva sempre più forte a fianco di sua madre inginocchiata mentre benediceva un pane scuro fatto di segale e grano saraceno, ringraziando Dio per il cibo donato. Quel pane secco era appoggiato su un tavolo sgangherato che agli occhi di Ruth aveva la pretesa di essere un altare. 

In verità c’era poco da ringraziare. Le cose non andavano bene nella famiglia Di Segni e non andavano bene nel serraglio, con più di duemila persone ammassate che non potevano né entrare né uscire, lavorare liberamente, coltivare, allevare animali. Il commercio degli stracci e la compravendita del pesce non potevano sfamare tutte quelle persone. Ora madre e figlia erano anche più sole dopo la partenza di Michael per villa Chigi. In verità, anche prima la situazione non era tanto differente. Michael non riusciva mai a chiedere soldi o cibo per il suo lavoro di rophéoumann. 

Curava tutti, i pochissimi ricchi e i molti poveri, vergognandosi poi a chiedere un compenso. Eppure le erbe, gli olii, le polveri medicamentose le doveva pagare. 

Il pianto di fame della bambina continuava insistente, forte, penetrante negli orecchi e nella testa e si mischiava alla sensazione di fame della donna. 

Ruth viveva con l’assillo della fame: crampi allo stomaco, spossatezza, quel formicolio che le correva nella bocca, che sentiva all’attaccatura dei denti, con quel desiderio di mordere qualsiasi cosa. 

Ruth prese un pezzo di quel pane e iniziò a masticarlo lentamente, minuziosamente, aiutandosi con la saliva e un goccio d’acqua. Poi raccolse un piccolo bolo con la mano e lo dette da mangiare alla piccola Ariela che lo sputò ripetutamente. Aveva ragione, Ruth sapeva bene che era amaro e grattava la gola al momento di inghiottirlo, ma c’era solamente quello. Grazie a Dio c’era quello. Le vennero alla mente le storie dei suoi genitori e dei nonni che raccontavano dei tempi passati quando la carestia aveva spinto a uccidere i buoi che servivano per lavorare i campi, a cibarsi delle sementi, uccidere i figli e cibarsi dei morti. 

“Grazie Dio per questo pane che mi dai”, pensò. 

Provò più volte a convincere la bambina a ingoiare di quella poltiglia e alla fine ci riuscì. Finalmente anche il pianto cessò e con esso il dolore immenso che Ruth provava. 

Bisognava però fare qualcosa, non poteva andare avanti così. Tra poco anche le poche riserve di casa sarebbero finite. 

Così, d’istinto, Ruth decise di uscire per strada. D’istinto come un animale si muove alla ricerca di prede per placare la sua fame. 

L’unico posto nel serraglio dove c’era sempre cibo era il mercato del pesce. 

Di lì a poco sarebbe terminato e forse avrebbe potuto trovare qualche avanzo. Ruth percorse le tortuose stradine del quartiere per arrivare al portico di Ottavia. Con Ariela in braccio si pose a fianco del banco di Chana Chapira e aspettò. 

Le due donne si conoscevano bene perché entrambe erano nate e cresciute nel serraglio e avevano giocato assieme da bambine. Si guardarono negli occhi e si parlarono tacendo. Gli occhi velati di Ruth, i suoi zigomi sporgenti, le guance incavate non avevano bisogno di parole: era lì spinta dalla fame. 

Il mercato stava per chiudere e sui banchi di marmo c’erano rimasti alcuni piccoli pesci, i più brutti, liscosi, sciupati. Ruth aspettava un cenno da Chana per poterli prendere, quando questa con un movimento della testa le indicò una donna seduta in attesa sugli scalini della chiesa di sant’Angelo in Pescheria circondata da tre giovani figli cenciosi. Anche lei era vicino al banco di Chana per lo stesso motivo, per prendere gli avanzi e oltretutto era arrivata prima. 

Ruth si sentì morire, le gambe già stanche e malferme per la fame iniziarono a vacillare. Guardava quella donna macilenta come lei e quella donna ricambiava lo sguardo: entrambe disperate, entrambe indecise su come comportarsi. 

«Venite qui!», disse Chana guardando prima l’una e poi l’altra. 

Prese due canteri di terracotta che erano serviti per contenere le uova di pesce e pose ciascun vaso davanti alle due donne. Poi iniziò a dividere i pochi pesci avanzati rimasti sul banco con una precisione che solamente la sua attività di pescivendola le poteva consentire. 

Le due donne guardavano in silenzio quella divisione mentre i tre figli della donna arrivata per prima avevano cominciato a giocare con Ariela. 

«Cerchiamo anche qui!», disse Chana rovesciando sul banco il secchio con le puliture che sarebbero state buttate nel Tevere e rovistando con le dita in quella massa di interiora, di squame, di pinne. «Vedete? se si cerca bene qualcosa da mangiare si trova sempre». 

Qualcosa trovò anche lì dentro, un qualcosa che andò ad accrescere il contenuto dei due canteri. Ora non c’era veramente più nulla da recuperare. La donna con i tre figli prese il vaso e si allontanò promettendo che l’avrebbe riportato vuoto di lì a poco. Ruth guardò Chana con l’espressione di chi deve gratitudine, aprì la bocca per ringraziare quando l’amica la interruppe. 

«Ho un’idea per te. Ho bisogno di un aiutante, quello che avevo è scappato per sottrarsi all’arresto dopo una rissa all’osteria. Ti andrebbe? Porteresti a casa pesce migliore di questo». 

Ruth rimase senza parole, non si sarebbe mai aspettata una simile proposta. Come accettare così su due piedi senza poterne parlare con Michael. E la sua bambina? A chi l’avrebbe lasciata? 

Chana sembrò averle letto nel pensiero. 

«Non hai tempo per decidere. Io posso aspettare, ma la tua fame no. Ce l’hai accanto momento dopo momento e non ti lascerà facilmente. Tiene per mano anche la tua piccola, vedi com’è gracilina? Dalle una spinta, allontanala, cacciala via!» 

«Ma con Ariela come farò? non ho nessuno a cui lasciarla». 

«Per domani starà qui con noi al banco, poi troverai una soluzione». 

 

 

Venerdì 27 febbraio 1520, sala delle prospettive 

 

Francesca Ordeaschi correva all’impazzata da un lato all’altro della Sala delle Prospettive della villa seguita da uno sciame di servi, serve, domestici, giardinieri, decoratori e cuochi. 

L’indomani, il 28 febbraio 1520, sarebbero trascorsi i sei mesi di anniversario dal suo banchetto nunziale. Su niente si poteva risparmiare e risparmiarsi: le pietanze, i giochi, i colpi di scena, i doni agli invitati e la musica sarebbero stati più sontuosi di quelli del matrimonio, soprattutto ora che il prestigio del marito era intaccato dalla sua malattia e nei palazzi di Roma e in Vaticano già si vociferava della sua febbre terzana. 

Le quadrature prospettiche degli affreschi di Baldassare Peruzzi sulle pareti davano l’illusione che la stanza fosse più grande, aperta con due finte logge su un esterno immaginario. Colonne e archi si affacciavano da un lato su un panorama dipinto di Trastevere, dall’altro sulla campagna romana. 

Ossigeno e refrigerio, anche se illusorio, per quelle decine di lavoratori sudati e accalcati. Il più sudato di tutti era Lorenzo Trotti, capo cerimoniere, continuamente chiamato e ripreso dalla signora Francesca che più si avvicinava la data della cerimonia, più diventava nervosa e intrattabile. 

Messere Agostino Chigi era nella camera nunziale dolorante e febbricitante per una delle ricorrenti febbri che la malattia terzana gli riservava. 

Meglio era che si riposasse delegando tutto alla moglie e al capo del cerimoniale; l’indomani non avrebbe potuto permettersi di farsi vedere malato o, ancora peggio, allettato. 

Anche Michael era preoccupato. Quel giorno il fegato del banchiere era ulteriormente ingrossato e anche il piscio era più scuro del solito. La camera delle nozze era impregnata da un odore penetrante che entrava dal naso e finiva nella bocca dando una sensazione di amaro. Colonnine di fumo bianco salivano da dei coni accesi appoggiati su dischi di legno posizionati sul corpo del Chigi. Da quei coni il fumo saliva in alto disperdendosi in mille rivoli sotto gli occhi attenti di Alessandro e Rossane che osservavano muti dall’alto dell’affresco. 

Il banchiere era immobile e paziente mentre cercava di non farli cadere per terra, soprattutto quelli posizionati sul petto e sull’addome che andavano su e giù col movimento del respiro. 

La sua condizione di ammalato non era cambiata più di tanto: laddove prima aveva le sanguisughe attaccate, ora aveva quei coni di erba fumanti. 

«Cosa bruci?», gli chiese dal suo torpore febbrile. 

«Sono coni di assenzio selvatico, è un farmaco potente vi farà bene per sbloccare il fegato e far calare la febbre». 

«Come li hai fatti?» 

«Ho pestato le piante in un mortaio, poi con quell’impasto lanoso ho modellato i coni. Chiudete, chiudete gli occhi e respirate profondamente, vi farà bene». 

«Io penso a domani. Come farò domani con tutti gli invitati? Non posso stare sdraiato con i coni accesi addosso quasi fossi un candeliere». 

«Domani mio signore», rispose rassicurante Michael, «il vostro assenzio lo prenderete dalla bocca e non dal naso. Ho già preparato un infuso molto concentrato nella malvasia e miele. Vi dirò io quanto berne, perché come vi ho detto è un farmaco molto potente. Uccide le tignole della lana, ucciderà anche questa febbre». 

La porta della camera si aprì all’improvviso e senza tante formalità entrò Francesca, seguita a ruota da Lorenzo Trotti. I loro volti paonazzi e sudati tradivano una evidente agitazione. 

«Non ce la faremo per domani! Non ce la faremo! L’ho detto mille volte a questo incapace che ci siamo mossi troppo tardi. Nella villa dobbiamo ancora finire di montare la pedana sopraelevata e preparare i tavoli. Nelle cucine non so cosa accada. Giù alle stalle ancora questa mattina portavano via i cavalli e pulivano per terra». 

Lorenzo si morse un labbro fin quasi a farlo sanguinare, avrebbe voluto replicare a quella donna ma era lei la padrona di casa e suo marito l’ascoltava su tutto. Il ritardo, pensò tra sé, lo generava lei, urlando come una furia su tutto e su tutti e dando continuamente ordini che smontava un attimo dopo. Perché non stava in camera con suo marito o meglio perché non stava dietro alle cameriere? Perché doveva occuparsi della preparazione delle stalle? 

Il banchiere dal suo letto guardò i due stancamente, poi rivolse lo sguardo verso di sé, bloccato nel letto con quei coni fumanti sulla pelle. 

«Quanto ancora devo stare qui a fare il candeliere?», chiese. 

«Penso possa bastare signore», rispose Michael. 

Il medico li prese con delicatezza uno a uno e passò un panno bagnato sul corpo del padrone di casa per detergere la pelle da eventuali piccoli grumi di cenere. Agostino Chigi si chiuse nella sua camicia di raso, si trascinò stancamente verso la poltrona dove si lasciò sprofondare. 

«Michael puoi andare, per oggi hai finito. Ma non ti allontanare dalla villa fino a buio, oltretutto se ho ben capito non so neppure se stanotte troverai il tuo pagliericcio. 

Hanno smontato tutto laggiù». 

Nella stanza rimasero in tre, con la signora Francesca e Lorenzo che si guardavano di sott’occhio desiderosi di accusarsi a vicenda. I rumori concitati che venivano da fuori la camera, spinsero il padrone di casa a prendere in mano la situazione. Veramente non si poteva ritardare, bisognava ripartire, bisognava che lui e solamente lui desse gli ordini, come del resto aveva fatto per tutta la vita. 

«Francesca voi vi occuperete della preparazione della sala, dei tavoli e delle cucine. Già questo mi sembra un grosso impegno. Per il tempo non vi preoccupate, se ci sarà bisogno lavoreremo tutta la notte. Nessuno potrà riposare questa notte». 

Francesca Ordeaschi si congedò con una smorfia di disappunto, non aveva potuto dire fino in fondo quanto quel capo delle cerimonie fosse incompetente. 

«Voi Lorenzo vi occuperete delle stalle accanto al fiume. È vostra l’idea del colpo di scena finale, se non rispettate i tempi vi farò tagliare la testa. Io ora mi alzo e penserò a tutto il resto. Potete andare!», disse muovendo stancamente la mano nell’aria. 

Lorenzo anziché allontanarsi fece un mezzo passo avanti. 

«Signore… prima di andare via devo dirvi una cosa. Sono notti che ci penso… bisogna che ve la dica». 

«Basta che siate veloce. Cosa c’è?» 

«Quell’idea vostra signore, l’idea di invitare l’ebreo al banchetto nunziale per gioire della compresenza sua con quella del Papa. Ecco, mi sembra troppo pericolosa. Se si sapesse… ed è possibile che arrivi alle orecchie di qualcuno, ormai sono giorni che tutti sanno che vi fate curare da un dottore ebreo. Roma è piena di occhi e di orecchie. Prendersi gioco del Papa… Vi potrebbero accusare di eresia, è roba da Inquisizione. Il Papa è il capo dell’Inquisizione». 

A sentire nominare l’Inquisizione, il banchiere si rabbuiò. La conosceva bene, sapeva degli interrogatori, sapeva delle torture; quante volte aveva visto trascinare sul rogo i condannati. 

«Forse avete ragione, penserò qualcos’altro per quel papa paticone». 

Chigi si passò la mano sul mento pensieroso. 

«Già mi è venuta un’idea. Dell’ebreo occupatevene voi, è giovane e forte e tra oggi e domani c’è bisogno di tutte le braccia». 

Nello stesso momento in cui Lorenzo Trotti scendeva di corsa verso le stalle seguito da Michael, nella Sala delle Prospettive la padrona di casa aveva radunato attorno a sé decine di serve e di lavandaie. 

«Mi raccomando: un invitato, un tovagliolo. Piegati e stirati come vi ho mostrato sui disegni. Sono finiti i tempi in cui ce n’era uno ogni tanto per pulirsi le mani, quando si portavano quei cenci unti e indecorosi appoggiati sulle spalle o attorno al collo. All’inizio metterete i tovaglioli sul tavolo a coprire le posate, la pagnottina e il piccolo dolce da inzuppare nella malvasia. Ciascun valletto da dietro lo aprirà e lo collocherà aperto sulle ginocchia degli ospiti per preservare gli abiti e pulirsi le mani. Chi vorrà pulirsi le mani alla vecchia maniera lo potrà fare con le tovaglie piccole e strette appoggiate su quelle pesanti e lunghe fino a terra. Domani al mio segnale tra una portata e un’altra, toglierete quelle piccole e sporche e ne metterete sopra di nuove. 

La padrona di casa liquidò le lavandaie e le stiratrici e passò alle cameriere. 

Su delle sontuose credenze posti ai lati della stanza, furono preparati i piatti in maiolica finemente dipinta ed alcuni altri in peltro, oro e argento che sarebbero stati destinati ai padroni di casa, al Papa e ad una ristretta cerchia di invitati. 

La signora sfiancata per via della gravidanza e dal troppo stare in piedi, si fece portare una sedia e da lì continuò a vigilare sulla disposizione di coltelli trincianti, cucchiai e forchette a due rabbi dal lungo manico d’argento, saliere, caraffe, fiaschi e piattelli di stagno, bicchieri bordati in oro. 

Finalmente anche la sala prese corpo con le sue pedane e le alzate, i trionfi scolpiti in marzapane e le fontane d’argento dalle quali si sarebbero attinti l’acqua e il vino. 

 

***** 

 

Chana era stata di parola: la mattina del 27 febbraio Ruth sarebbe stata presa come serva per lavorare al banco di vendita del pesce. 

Per la preoccupazione di arrivare tardi la giovane ebrea si era incamminata che era ancora buio. Le strade erano rischiarate a malapena dalle poche torce ad olio che si stavano spengendo sfrigolando nel buio della notte. Il freddo pungente del vento di febbraio le attorcigliava i vestiti addosso, scoprendo la piccola Ariela avvolta sotto le vesti. Bastarono pochi minuti perché arrivasse al banco di vendita e altrettanti attimi affinché tutte le stradine intorno al Portico d’Ottavia si riempissero di servi, carrette, cesti di pesci, pescivendoli e pescivendole. 

Gli occhi di Ruth e Chana si incrociarono per qualche attimo. Chana dette un’occhiata preoccupata alla piccolina che teneva protetta sotto le vesti. Il vento e il freddo erano veramente pericolosi per una bambina di un anno tenuta in strada in un giorno di febbraio. 

«Oggi ci dovremo arrangiare ma da domani devi trovare una soluzione per la piccola». 

Si guardò intorno e si diresse a rapidi passi da un venditore di pollami che era poco distante. 

«Mi dovresti prestare, solamente per questa mattina, quella grossa gabbia intrecciata di giunchi dove tieni i polli». 

«Cosa ci vuoi fare?», chiese il pollaiolo. 

«Devo fare un riparo dal freddo per una bambina piccola, sua madre da stamani lavora da me». 

Il pollaiolo allungò il collo e dette un’occhiata verso il suo banco, la bimba era veramente piccola. 

«Forse questa cesta rotonda ti sarà più adatta. È una cesta per le chiocce». 

«Cioè?» 

«La usano i villici quando la gallina diventa chioccia, dopo che si sono schiuse le uova. La madre è trattenuta dentro e i pulcini vanno e vengono da lei passando per i buchi. Così non si disperdono e non sono mangiati da volpi e faine. Al primo pericolo entrano sotto le ali della madre nella cesta». 

«Che strana forma sembra… sembra il Pantheon». 

Il pollaiolo la congedò con fare spiccio, era la prima volta che paragonavano le sue ceste da chiocce al Pantheon, poi non aveva più tempo da perdere con lei, richiamato com’era dai clienti. 

Arrivata al banco Chana sdraiò un cencio sudicio per terra e vi pose la cesta con Ariela dentro. Poi la ricoprì con un altro cencio che la riparasse dal vento. 

«Lì sotto starà bene, speriamo… Ma domani dovrai trovare un’altra situazione. Ora stai accanto a me e impara il mestiere». 

Chana iniziò per prima cosa a mostrarle come pulire e squamare il pesce. Non ci volle molto tempo, non erano molte le cose da imparare. Era più difficile insegnarle le parole con le quali rivolgersi agli avventori, modulare i richiami, gesticolare per farli avvicinare al banco, strapparli agli altri pescivendoli e convincerli sulla bontà del proprio pescato. Ma per questo ci sarebbe stato tempo, e poi Chana lo faceva benissimo da sola. 

Ogni tanto Ruth dava un’occhiata alla cesta dove era rinchiusa la sua bambina. Se ne stava buona, si doveva essere riaddormentata. Là sotto quel cencio, c’era la sua pulcina. 

Quella fredda mattina di febbraio, Ruth era orgogliosa di sé stessa. Era una serva, sarebbe stata pagata col pescato o con delle granaglie, ma era felice del lavoro. Era cambiata anche la sua prospettiva: ora stava dall’altro lato del banco ed era lei che guardava gli avventori. Quei pesci distesi sul marmo li sentiva come suoi ed erano cambiati anche gli sguardi. Il suo sguardo non avrebbe avuto l’espressione di chi chiede, ma di chi dà. Chissà come sarebbe stato orgoglioso Michael a vederla lavorare al banco del pesce. Chissà cosa stava facendo in quel momento. Sapeva che non era lontano, appena al di là del fiume, dentro quella grande villa. 

Chana le dimostrò con un sorriso la contentezza di averla assunta. Era abile e imparava presto. Pesce dopo pesce le sue mani si facevano più veloci e precise nello squamare, nel capitozzare, nello sbuzzare con un coltello affilatissimo. Le bastò anche poco per distinguere con un’occhiata i clienti ebrei da quelli cristiani e mostrare loro i pesci giusti: quelli con squame e le pinne ai primi, tutti gli altri ai secondi. In fatto di pesci i cristiani erano clienti meno difficili. 

 

***** 

 

Lorenzo Trotti camminava, anzi, quasi correva dalla villa verso le scuderie. Michael faticava a tenere il passo. Dal giardino della villa guardando verso il Tevere vedeva un andirivieni affannato di decine di persone. 

Entrarono nella grande stanza delle scuderie dove non c’era più nemmeno un cavallo. 

File di servi portavano dal fiume secchi pieni di acqua che poi rovesciavano per terra. Altre decine di uomini e donne grattavano con badili il letame secco e appiccicato al pavimento che non era venuto via bene dopo la prima pulizia. Altri ancora terminavano di pulire strusciando le pietre del pavimento con scope di saggina e acqua. Chissà perché le pulivano così a fondo, si chiese Michael con aria stupita, in fin dei conti erano stalle. E poi che c’entrava tutto questo con la festa. 

Lorenzo si aggirava nervoso su e giù per la grande sala, e Michael continuava a seguirlo in silenzio non sapendo come comportarsi. In quel momento, l’attenzione del gran maestro delle cerimonie era più indirizzata alle pareti che al pavimento. Le pulizie su quest’ultimo sembravano terminate, ancora qualche decina di secchiate d’acqua e sarebbe stato pulito a dovere. 

Lorenzo piantò il naso all’insù controllando passo dopo passo la pulizia delle pareti. 

I servi che se ne erano occupati lo seguivano con timore. Non era la prima volta che si erano presi delle scudisciate per non avere eseguito bene quello che era stato comandato loro. 

«Lassù!», esclamò puntando l’indice verso un angolo vicino a una finestra, «lassù ci sono ancora delle ragnatele!» 

Agguantò per i capelli il primo servo che gli capitò a tiro e a spintoni lo costrinse a salire su di una scala per pulire con uno scopino. Poi fece arrestare il lavoro e alzò le mani facendo segno che tutti si radunassero intorno a lui. 

«Ora sapete cosa dovete fare, gli arazzi sono là fuori sui carri. Quindici balle più dieci balle di stoffe preziose. Attenti a come le maneggiate, ne va della vostra testa». 

La platea delle scuderie si riempì nuovamente di gente indaffarata e di grida. 

Lorenzo dette un’ultima occhiata ai lavori cercando Michael. Non lo vide da nessuna parte fintanto che non lo scovò dietro le sue spalle; non si era mai mosso da lì. 

«Vieni con me!», gli intimò, «stasera a fine lavoro sarai così stanco e ammalato che dovrai accendere i coni di assenzio anche per te». 

Poco più in là qualche decina di falegnami stava terminando una loggia di legno, proprio davanti al fiume. Una balaustra si affacciava quasi sul filo della corrente. Lorenzo radunò otto uomini e spinse Michael in mezzo a loro. 

«Sapete cosa fare», disse brusco. 

Gli uomini iniziarono a spogliarsi rimanendo chi completamente nudo, chi in braghe di tela annodate alla vita. 

«Tu ebreo che fai? stai a guardare? non ti spogli?». 

Michael si spogliò di corsa, rimase completamente nudo, rosso di vergogna con le mani chiuse a coppa sui genitali. 

Due degli uomini presero una rete quadrata che era appoggiata per terra, una di quelle usate sul fiume per pescare di circa venti braccia per lato, altri presero delle corde, altri ancora delle pesanti pietre rotonde bucate al centro. 

«Voi due siete i più alti, andrete a posizionarla nel fondo», disse il maestro delle cerimonie indicando Michael e un altro uomo. 

A entrambi spiegarono che dovevano aprire la rete e, dopo averla assicurata alle due estremità con corde e le zavorre, affondarla nella parte più esterna del fiume. 

La corrente in quel punto era forte e l’acqua ancora torbida per la piena della settimana precedente. I due uomini furono assicurati con una fune, ma ben tre tentativi andarono a vuoto: appena si allontanavano dalla riva la corrente aumentava e li trascinava via. 

Provarono allora a legarli con due funi ciascuno, tenute da monte e da valle della corrente dagli altri uomini immersi nell’acqua fino alla cinta. Finalmente questa volta il tentativo andò a buon fine, la rete fu affondata sul fondo del fiume e assicurata alle quattro grosse zavorre di pietra. 

Per ultimo, al centro della rete, fu posizionata l’ultima zavorra che teneva legato a una cordicella un pesce di cristallo galleggiante. 

Michael uscì dall’acqua riuscendo a malapena a respirare, batteva i denti rannicchiato su sé stesso: le mani, le gambe e i piedi erano quasi insensibili, ma nonostante il dolore per il gelo non poté fare a meno di chiedersi a cosa mai sarebbe servita quella rete. Istintivamente, anche se per un attimo, interrogò con gli occhi Lorenzo Trotti. Lui se ne accorse. 

«Domani vedrai…», gli rispose. 

 

***** 

 

Tutto era pronto a villa Chigi, la servitù aveva lavorato senza interruzione per tutta la notte e anche Agostino Chigi e sua moglie Francesca portavano nelle occhiaie il segno delle poche ore riposate vuoi per la tensione, vuoi per il rumore che veniva dalla vicina Sala delle Prospettive. 

In aggiunta la padrona di casa, ancora prima che si affacciassero le luci dell’alba, era stata impegnata con l’ardita pettinatura e le vesti. 

Circondata da una decina di acconciatrici e sarte, guardava man mano crescere l’aspetto dei suoi capelli. Le continue tinture con il tè fatte nei giorni precedenti, le avevano permesso di raggiungere l’agognato color ramato. I capelli erano raccolti in morbidi chignon e ai lati aveva delle trecce tenute assieme da file di perle e fiocchetti. 

Il vestito di broccato e seta partiva da un’ampia scollatura con l’attaccatura bassa delle spalle, per finire fino a terra con un ampio strascico. Il collo, il petto, una parte del seno erano incipriati e imbellettati. Quel giorno difficilmente qualche altra dama avrebbe potuto competere in ampiezza con la scollatura della signora Francesca Ordeaschi. 

La donna aveva deciso di mettere in evidenza anche la sua gravidanza anziché nasconderla. Tra poco le sarebbe nato il quinto figlio ed era l’occasione per dimostrare ancora una volta chi fosse la legittima padrona di villa Chigi, la signora del suo signore, la moglie del più ricco banchiere del tempo. 

Quel ventre gravido avrebbe ricacciato nell’oblio il suo passato di cortigiana e in gola alle malelingue le male parole. 

Disegnò quindi la forma del suo ventre con una lunga cintura che partendo dai lati della vita si chiudeva in basso a triangolo all’altezza dell’inguine, per poi finire con un solo capo fin quasi a terra dove terminava con un prezioso gioiello. 

Anche messer Chigi, suo malgrado, aveva dovuto sottostare alle attenzioni di barbieri e sarti. Sua moglie Francesca era stata tassativa: per quel giorno si sarebbe dovuto sacrificare per lei, il suo sposo sarebbe stato il più elegante, ancora più del Papa. Avrebbe dovuto dismettere i soliti braghe e farsetto e mettere in mostra la sua ricchezza. Altrimenti, gli aveva ripetuto più e più volte, perché ti dovrebbero chiamare il Magnifico? 

Alla fine della vestizione il banchiere si mostrò con aria rassegnata a sua moglie per l’approvazione. 

Ben rasato e profumato, indossava una sopravveste in velluto crespato nero che faceva da contrappunto con le calze rosse aderenti alle gambe. Completavano il suo abbigliamento due scarpette di raso, pelli pregiate e un copricapo di seta rossa trattenuta sul davanti da un ricamo d’argento sormontato da variopinte piume di struzzo. 

«Allora, che ne dite? Può bastare? Deve bastare perché non ce la faccio più, sono già stanco e la giornata è appena cominciata». 

La moglie lo scrutò con attenzione da capo a piedi muovendosi anche di lato per studiarlo meglio. 

«Fatemi vedere come siete vestito sotto la sopravveste, può darsi che a un certo punto ve la dovrete togliere. 

Chigi aiutato da due camerieri se la sfilò mostrando le calzebrache aderenti. La braghetta con la sacca penica era ben imbottita ed esaltava la virilità del padrone di casa. 

«Può andare!», annuì Francesca.
 

Serraglio 

 

Ruth in pochi giorni ne aveva fatta di strada al banco di vendita del pesce. 

Con l’energia e l’intelligenza dei suoi vent’anni, pian piano si era spostata dall’angolo dove sbuzzava e squamava i pesci, fino alla metà del tavolo di marmo, accanto a Chana. Come lei, aveva imparato in fretta a lanciare i suoi richiami, a gesticolare e decantare la freschezza e la bontà di un pesce che sventolava per l’aria mostrandolo ai clienti. Molte di quelle abilità le aveva apprese dall’amica, altre studiando e osservando gli altri banchi di vendita, alcune se le era inventate da sola come regalare a ciascun compratore un piccolo pesce prima che si congedasse o confezionare la vendita in piccoli cestini di vimini. 

L’idea le era venuta guardando un banco vicino, dove un villico vendeva ceste e contenitori vari intrecciati di vimini, canne palustri, o sfoglie di legno di castagno. 

Aveva convinto Chana a comprarne un certo quantitativo per darli ai clienti. Sarebbero serviti per portare via il pesce. La prima volta avrebbero pagato anche l’esiguo prezzo del cesto, le volte successive lo avrebbero potuto riportare indietro per usarlo o, volendo, restituirlo allo stesso prezzo che l’avevano pagato a Chana. 

Era stato un successo: molti presero ad andare al suo banco soprattutto per quella comodità. Non c’era più bisogno di usare gli scomodi e pesanti vasi di terracotta che magari si potevano rompere, oppure doversi portare dietro l’ingombrante e prezioso paiolo di rame sottratto dal focolare. Con quei cestini era tutto più facile. Dopo l’uso bastava sciacquarli un po’ oppure lasciarli all’aria: ci avrebbero pensato le vespe a ripulirli con attenzione. 

Ruth aveva risolto anche il problema della sua bambina. Aveva trovato una vecchia donna, H’anna, una vedova che come molti altri al serraglio ogni giorno aveva il problema di mettere insieme il pranzo con la cena. Un piccolo compenso per accudire quella graziosa bambina le avrebbe fatto comodo davvero. 

Ruth era lì al banco che mostrava un grosso dentice a un cliente importante quando vide H’anna avanzare a grandi passi dal fondo del vicolo. 

«Ariela sta male, quando me l’hai lasciata era già calda sulla fronte. Ho aspettato a venire, ma brucia sempre di più ed è scossa da brividi di freddo». 

Quella notizia tra il vociare del mercato arrivò anche alle orecchie di Chana. Le donne si guardarono un attimo. 

«Vai dalla tua bimba», le disse, «stamani farò senza di te». 

Ruth le porse quel grosso dentice che aveva ancora in mano, si sciacquò le mani in un secchio d’acqua e se ne andò correndo insieme alla donna. 

Durante il cammino tra i pensieri d’angoscia su cosa avesse la figlia, Ruth mise a fuoco anche la sua difficile situazione familiare. Sia lei che Michael non avevano parenti su cui poter contare, Michael era trattenuto a villa Chigi e lei non avrebbe potuto lasciare il lavoro esponendo di nuovo entrambe alla fame. 

Una volta arrivate, salirono a rapidi passi le strette e buie scale verso la stanza. Ariela era sotto delle coperte consunte, scossa da brividi di freddo, mugolava, sembrava vaneggiasse. 

Ruth allungò la mano per tastarla sulla fronte, ma si arrestò prendendo atto che quelle dita non erano adatte a misurare la temperatura della piccola. Erano congelate. 

Allora si inginocchiò sul pagliericcio e pose le labbra sulla fronte della figlioletta. Scottava, anzi bruciava, la febbre doveva essere altissima. 

«È il dannato inverno», sentenziò H’anna da dietro le spalle. 

«È colpa mia», rispose Ruth, «di quella mattina in cui l’ho tenuta al freddo sotto quella cesta da chiocce. Se le succedesse qualcosa di grave non me lo potrei mai perdonare». 

Ruth ora era sola, doveva contare solamente su sé stessa. Ricordò quello che aveva visto fare a Michael in situazioni analoghe. 

«H’anna mi prendi un cucchiaio? Ce ne sono tre, due grandi e uno più piccolo. Portami quello più piccolo». 

H’anna aprì un cassetto dell’unica credenza sgangherata che era in quella stanza, dette un’occhiata e individuò quello giusto. 

«Aiutami a tenere la bimba». proseguì Ruth che intanto l’aveva presa in braccio e avvicinata contro la finestra. 

«Ecco tienile la testa ferma mentre provo ad aprirle la bocca». 

Ruth muovendo il pollice e l’indice come fossero una morsa, riuscì ad aprire la bocca della piccola, che purtroppo non aveva più bisogno di essere tenuta ferma perché se ne stava con la testa ciondoloni. 

«Ecco guardiamo la bocca e la gola. Io tengo abbassata la lingua con il manico del cucchiaio». 

«Che ti sembra?», chiese a H’anna. 

«La gola è rossa e vedo delle piccole macchie bianche. Le vedi anche tu?» 

Ruth ruotò la testa per vedere meglio, poi spostò anche la bambina verso la luce. 

«Si è vero. Brutta cosa, guarda anche la lingua, è bianca come se avesse una patina sopra. Senti anche come respira male?» 

La madre avvicinò l’orecchio alla bocca della bambina. Era vero, respirava con affanno, sentiva anche dei deboli sibili. L’angoscia l’attraversò come una spada da capo a piedi. Lì impalata davanti alla finestra, sotto un cielo color del piombo con quel fiume che le scorreva davanti indifferente, sentì tutta la sua solitudine. 

«Che facciamo?», disse H’anna risvegliandola da quello stato. 

Seguì un lungo silenzio, Ruth sembrava guardare fuori nel vuoto, imbambolata, senza reagire. 

Poi chissà, forse l’energia dei suoi vent’anni o forse l’istinto di madre o entrambi, si mosse. 

«Dobbiamo riscaldare questa stanza, subito!» rispose decisa. «È più freddo dentro casa che fuori, poi c’è troppo umido, senti che odore di muffa?» 

«Io a casa mia avrei un braciere, ma non ho brace…». 

«Vallo a prendere subito, poi torna qui. Io devo uscire». 

Ruth aveva due sole persone al mondo che la potevano aiutare, suo marito Michael e Chana. Iniziò da Chana, correndo nuovamente verso il banco della pescheria. 

«Come sta Ariela?», l’anticipò l’amica prima che aprisse bocca. 

«Male, molto male, sono preoccupatissima». 

«Che pensi di fare?» 

«Per prima cosa devo provare a riscaldare la stanza, poi parlare non so come con Michael per farmi dare dei medicinali per curarla. Mi vergogno molto ma avrei bisogno che tu mi prestassi…» 

«Dei soldi?», la interruppe, «Che problema c’è! Me li renderai un giorno se potrai, oppure con il tuo lavoro». 

Gli occhi di Ruth si riempirono di lacrime, erano pesanti come gocce di vetro e rimanevano dentro senza voler uscire e cadere per terra. Piangeva e sorrideva anche, metà per gratitudine all’amica, metà perché un primo problema era superato. 

«Ecco qua!», esclamò Chana allungando la mano, «sono due bolognini papali». 

Ruth li prese guardandoli stupita, non l’aveva mai viste quelle monete. 

«Sono quasi uguali ai baiocchi. Quelli li conosci?» 

Ruth annuì. «Dunque mi hai dato otto quattrini?» 

«Dodici per l’esattezza, in mano hai dodici quattrini che fanno quarantotto piccioli». 

Ruth ringraziò con gli occhi gonfi di quelle lacrime che non volevano uscire e l’abbracciò a lungo prima di riuscire a staccarsi e correre via. 

Nel serraglio c’erano due botteghe che vendevano carbone, brace e bracino, si precipitò in quella più vicina. A quell’uomo nero come un tizzone dell’inferno non chiese prima neppure il prezzo della balla. Venne via portandone una sulle spalle e facendo attenzione a non perderne nemmeno un pezzettino. La pagò due piccioli. 


 

Villa Chigi, sabato 28 febbraio 

 

Agostino Chigi e sua moglie Francesca Ordeaschi ricevettero gli ospiti a pianterreno, all’ingresso della Loggia di Amore e Psiche. 

Man mano che arrivavano, paggi e camerieri tutti vestiti uguali con calzebrache arancioni, farsetti bianchi e cappelli di feltro arancione a calottina sormontata da una penna, accompagnavano gli ospiti al primo piano, nel Salone delle Prospettive. 

I tavoli erano stati disposti a ferro di cavallo. Al centro dell’arco, c’era una pedana rialzata riservata ai padroni di casa e a Papa Leone, che aveva voluto al suo fianco il cardinale Giulio de’ Medici. C’erano poi i tavoli riservati agli altri cardinali, ai nobili e ai principi romani, ai figli Lorenzo Leone, Alessandro Giovanni, Margherita e Camilla. [1] 

Infine il tavolo degli architetti e dei pittori che avevano lavorato alla villa e agli affreschi con Baldassarre Peruzzi, il giovane Raffaello, il Sodoma e Sebastiano del Piombo che aveva preteso di sedere nel posto più lontano da Raffaello che, a sua volta, cercava in ogni modo di non incrociarlo con gli occhi. 

La cosa non sfuggì ai padroni di casa. 

«Guarda Raffaello e Sebastiano del Piombo», disse Francesca a suo marito, «neppure muovono lo sguardo. Due galli in un pollaio, gelosi l’uno dell’altro come due amanti con la mente offuscata». 

«Un giorno o l’altro gli passerà», le rispose sottovoce il consorte. 

«Macché dite! Se non ci fosse la forca si sarebbero già uccisi». 

«Probabile», le rispose il Magnifico prendendola per un braccio e bisbigliandole in un orecchio, «ma la vita che gioca strani scherzi li ha divisi nel cuore e nella mente e li tiene uniti nell’arte. Noi stessi li abbiamo fatti lavorare sotto lo stesso tetto. Chissà come soffrono a stare sotto questi affreschi e vedere quelli dipinti dall’altro». 

In quel preciso istante, annunciato da squilli di tromba, il papa arrivò alla villa. 

Era alla testa di uno stravagante corteo con giullari, due pantere al guinzaglio, pappagalli e uccelli rari tenuti in gabbie. Due valletti lo precedevano tenendo il cartone di Raffaello Sanzio che raffigurava Annone, il suo elefante bianco morto nel dispiacere generale quattro anni prima. 

«Me l’aspettavo!», disse Francesca palesemente contrariata, «Non vuole essere secondo a nessuno. Prova a fare il primo attore anche oggi, alla nostra festa! È un giullare tra i giullari, ogni tanto dovrebbe provare a fare il papa». 

Agostino Chigi lo guardò mentre si avvicinava divertito, sorridendo a destra e a manca con quel suo faccione tondo e flaccido. 

«Lui può fare tutto quello che vuole», rispose il marito, «può fare anche il giullare. È figlio di Lorenzo de’ Medici ed è il papa». 

Francesca lo scrutò con un’occhiata di disapprovazione. 

«Pensaci! Non è diverso da noi, siamo tutti fatti della stessa pasta. Non siamo qui a recitare per lui e per la Roma che che abbiamo a cuore?  Sai cosa dice il papa in privato? Dice: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi! Sai cosa vuol dire? Vuol dire: “quali vantaggi ci procura questa favola di Cristo!” Pensa, il papa che parla del Vangelo come di una favola che porta vantaggi. Di questa favola di Cristo oggi ci avvantaggeremo anche noi nell’averlo alla nostra tavola e al nostro fianco». 

I commensali riempirono pian piano tutto il salone al primo piano. 

Il compito di Michael assieme ad altri, era porgere agli invitati coppe d’argento piene di acqua di rose perché si lavassero le mani. 

In silenzio, in cuor suo, continuava a chiedere perdono a Dio per non osservare il riposo settimanale dello shabbat. Ma era un servo e chi gli ordinava di lavorare in quel giorno di sabato erano i suoi attuali padroni. 

Accanto a Michael che porgeva l’acqua, altri servi si muovevano con vassoi di frutta e agrumi rivestiti di foglie di alloro. C’erano tre tavoli di servizio disposti negli angoli. Uno era presieduto da Lorenzo Trotti, maestro delle cerimonie, avvolto in un vestito di velluto verde, che quel giorno svolgeva anche i compiti di siniscalco. Dietro gli altri due c’erano il maestro trinciante e il capo coppiere. 

Iniziarono ad arrivare le portate, decine di portate. 

Maccheroni di pane e farina conditi con burro, zucchero e formaggio. Pasta ripiena di cannella, zucchero, noci e pistacchi tritati. Cacciagione di tutti i tipi presentata in composizioni a forma di trofei di pasta sfoglia dai quali, una volta aperti, uscivano lepri, fagiani, tacchini, pappagalli che correvano per tutta la sala sollevando l’ilarità generale. Ciascun commensale aveva davanti a sé una tavoletta di zucchero di Cipro da spezzare al bisogno e un’ampolla di agretto per insaporire la carne di vitello, di capretto, di castrato, di maiale con zucca in agro dolce. 

L’arrivo delle diverse portate era intervallato da canti e balli di musicisti. 

Dopo un po’ Chigi cominciò ad annoiarsi, oltretutto non si sentiva bene. Il beneficio del succo all’oppio della spongia somnifera che gli aveva fatto bere di mattina presto Michael era esaurito. Non aveva fame e non aveva toccato quasi cibo. Più che altro aveva finto di mangiare per non fare dispiacere a sua moglie e poiché era sotto lo sguardo di centinaia di occhi. Ingannò il tempo osservando divertito un cardinale che sedeva poco lontano da lui. Non doveva essere tanto avvezzo all’uso della forchetta a due punte. Ogni volta che cercava di portarla alla bocca, si allungava con il collo e il corpo sul piatto, e il cibo si sfilava dalla forchetta cadendo sulla tavola o per terra. Contò le volte: una in bocca, una per terra. 

Alla fine, quella specie di supplizio causato dal pranzo interminabile, terminò. 

Era il momento di scendere verso le scuderie e alla loggia davanti al fiume, non prima però che decine di servi arrivassero con altrettanti pitali per far pisciare i signori e le signore dietro paraventi montati alla bisogna. 

Gli invitati, cantando e ridendo, si misero in fila per attraversare l’immenso giardino. Molti, per via del troppo vino, barcollando si appoggiavano ai vicini; qualcuno rotolò anche per terra. 

Michael, con molti altri inservienti, corse alle stalle; dovevano arrivarvi tutti prima degli ospiti per aiutare gli altri servi a manovrare gli arazzi. 

Papa Leone, seguito dai suoi cardinali, fu fatto entrare per primo; dietro il padrone di casa con la moglie. 

L’ampia sala era illuminata da decine di candelieri d’argento, la luce calda veniva ravvivata dai colori degli arazzi che ricoprivano le pareti fino al soffitto. Quando il papa fu al centro della stanza, partì un dolcissimo madrigale a più voci. I suoni del clavicembalo, del virginale e del clavicordio si levarono per l’ampia sala. Michael assieme ad altri se ne stava appiccicato alla parete tenendo in mano una corda sottile che saliva in alto legata a un pesante arazzo. Non capiva a cosa servisse quella corda. Gli era stato detto solamente che avrebbe dovuto tirarla con forza a un cenno di Lorenzo Trotti. 

Leone X se ne stava col naso all’insù, eppure quegli arazzi avevano qualcosa di familiare per lui. 

«Mi avreste dovuto usare maggiore familiarità», disse il papa ad alta voce rivolto al padrone di casa. 

Di colpo la musica cessò e cessarono anche i bisbigli di stupore e i chiacchiericci. 

“Ha abboccato”, pensò tra sé il padrone di casa, è il momento di mandare in scena il mio colpo di teatro. 

«Sua Santità!» rispose a voce alta e con un inchino servile il Magnifico, «sono io che devo chiedervi perdono per avervi invitato a un banchetto imbandito nelle scuderie». 

«Quali scuderie?», disse il Papa guardandosi intorno. 

Era il momento atteso, Lorenzo Trotti abbassò un braccio e tutti i servi addossati alle pareti tirarono contemporaneamente i cordini che avevano in mano. I pesanti arazzi caddero tutti assieme scoprendo le pareti nude, le finestre e le greppie dei cavalli. 

Chigi si profuse in un secondo e più profondo inchino. 

«Ecco! ora vi ho mostrato la familiarità che mi avete chiesto. Queste sono le mie scuderie». 

Partì un roboante applauso, tutti applaudivano e ridevano verso tutti cercando con gli occhi conferme del proprio stupore. Dalla porta principale entrarono due splendidi cavalli portati alla staffa da due palafrenieri riccamente vestiti. Una coppia di valletti aiutarono il padrone e la padrona di casa a salire in groppa e i palafrenieri fecero fare un giro in tondo per tutta la sala tra lo stupore generale. Il madrigale ripartì e ripartirono anche decine di valletti con vassoi di dolcetti, vino speziato e spezie. 

Papa Leone si avvicinò alla coppia degli sposi. 

«Complimenti vivissimi. Uno sfarzo maggiore di quando vi ho sposato sei mesi fa. Ma ditemi messere Agostino, quei magnifici arazzi… hanno qualcosa di familiare». 

Il Chigi serrò gli occhi e la bocca: non solamente il papa aveva abboccato, ma era finito fritto nella sua padella. 

«Sono stati vostri Santità!». 

«Come miei?» 

«Della vostra famiglia Santità. Appartennero a vostro fratello maggiore, a Piero di Lorenzo de’ Medici. Li ebbi in pegno per un prestito di quattromila ducati. Per l’esattezza quindici balle di arazzi, centosessantasette cammei incastonati in tavolette d’argento più stoffe e pietre preziose». 

«E perché li avete voi se sono della mia famiglia?» 

«Perché il prestito non è mai stato onorato. Era il 1496 quando gli detti i quattromila ducati. Sono passati ventiquattro anni e quel prestito è ancora da onorare. Oltretutto vostro fratello è morto da diciassette anni e nessuno della vostra famiglia ha pensato di cercarmi per definire la questione». 

Papa Leone si rabbuiò, di colpo gli tornarono alla mente quei fastidiosi ricordi sul quel disgraziato di suo fratello maggiore. Non ne aveva azzeccata una nella vita. Aveva dilapidato il patrimonio di famiglia, fatto cacciare i Medici da Firenze, stretto alleanze tutte sbagliate, in segno di sottomissione aveva baciato le babbucce di Carlo VIII. Non a caso lo avevano soprannominato Piero il Fatuo o lo Sfortunato. Lui stesso quando era cardinale a Montecassino, lo aveva seppellito nel 1503 dopo che era affogato nel fiume Garigliano. Neppure delle arti si era occupato in vita sua. Una volta, durante la grande nevicata del 1494, aveva preteso che Michelangelo gli realizzasse una statua di neve. Menomale che era affogato e aveva smesso di nuocere alla famiglia. Quel debito, però! A distanza di così tanti anni continuava a ricattare i Medici e lui stesso… 

Chigi notò la sua espressione pensosa, era riuscito ad affondare la lama nella ferita. Però da persona intelligente quale era, sapeva che la virtù dei forti è di essere magnanimi con i deboli. 

«Vostra Santità», disse coprendosi la bocca, «non vi preoccupate. Non vi avrei detto niente se non me lo aveste chiesto. Rimarrà un segreto tra me e voi. Il banchiere Agostino Chigi sa bene a chi chiedere indietro i prestiti e con chi pazientare. Sono ventiquattro anni che paziento, aspetterò ancora». 

Bastarono quelle parole perché Papa Leone riprendesse la sua consueta espressione gioconda. 

«Suvvia!», urlò Chigi a tutti i presenti, «Seguitemi! la festa non è ancora finita». 

Bastarono pochi passi per arrivare nel loggiato in legno costruito davanti al Tevere. Anche lì c’erano vivande disposte su prezioso vasellame d’oro e d’argento. C’erano vere e proprie opere d’arte fatte di di zucchero e marzapane che rappresentavano il «Trionfo di Nettuno». Accanto al Dio del mare e delle acque, era raffigurato un vasto corteo di pesci e animali marini. 

Francesca Ordeaschi, moglie del più ricco banchiere al mondo, si accertò personalmente che ciascun invitato avesse in mano un piatto. 

«Vedete quella fiasca che galleggia nel fiume?», chiese volgendo l’indice al cristallo a forma di pesce che era stato posizionato da Michael la sera prima. 

«La dovete rompere e affondare con questi piatti». 

La signora lanciò per prima il suo piatto d’oro, poi la imitò il marito. I piatti arrivarono inclinati sull’acqua senza riuscire a rompere la fiasca e subito sparirono alla vista inabissandosi nell’acqua torbida. 

Per qualche attimo rimasero tutti attoniti guardando i piatti preziosi che avevano in mano. Poi, uno dopo l’altro, in un tripudio generale, imitarono i padroni di casa e li gettarono tutti nel fiume. 

Con quel colpo di scena la festa ora poteva dirsi terminata. Sciamarono via uno a uno traballando per il troppo vino. Anche Papa Leone si rimise in testa al suo goffo corteo con due pantere al guinzaglio, attraversando per ultimo il cancello della villa. 

Non appena il silenzio e la calma tornarono sotto quel loggiato di legno, Michael con gli altri servi si tuffarono nuovamente nelle fredde acque del Tevere per ripescare la rete e con quella tutto il vasellame prezioso. 

 

***** 

 

Il braciere di H’anna era nel mezzo della strada che aspettava la sua brace. La vecchia aveva già raccolto e preparato foglie secche, piccoli stecchi e rami secchi di varie dimensioni. Le due donne provarono ad accendere il fuoco, all’inizio non fu facile. Ogni piccola scintilla generata dall’acciarino, appena cadeva sull’innesco, veniva spenta dai colpi di vento. 

Al terzo tentativo andato a vuoto, Ruth si inginocchiò davanti al braciere, lo protesse con la testa e con il busto e circondò se stessa e il braciere con il pesante mantello. 

Grazie a quell’accorgimento la scintilla attecchì su una matassina di erba secca e dall’interno salì un esile filo di fumo. La donna la pose nel palmo della mano e iniziò a soffiarci delicatamente. Il fumo aumentava a ogni alito di fiato, poi all’improvviso una fiammella scappò fuori andando a cercare la sua aria. Era fatta! Ora il vento da nemico si trasformò in amico. A ogni folata, le fiamme si accucciavano quasi avessero preso uno schiaffo, ma poi ripartivano più robuste di prima. 

«Metti i legnetti, metti i legnetti!» gridava H’anna saltellando come una bambina. Quel fuoco non si sarebbe più spento e quella consapevolezza spinse le due donne a prendersi per mano e improvvisare un girotondo attorno al braciere. 

Ci volle un po’ di tempo per formare una brace sufficiente ad avviare il braciere e in quel tempo che non passava mai, Ruth corse varie volte su e giù per le scale per controllare la sua piccola. 

Era stabile come prima o la febbre era aumentata ancora di più? Ogni volta che arrivava vicino a lei, andava a controllare la temperatura della fronte con la bocca, ma non era solamente la temperatura che cercava, cercava un contatto, cercava la sua pelle, il suo odore, era l’occasione per riempirla di piccoli baci. 

Alla fine quella brace del fuoco sembrò bastare a H’anna. 

«Togliamo i pezzetti di legno incombusti, d’ora in avanti non servono più, faranno solo fumo». 

Per farlo si aiutarono con i rami rimasti prendendoli da sotto e facendoli schizzare fumanti fuori dal braciere. 

«Ora attenzione», affermò H’anna dimostrando di avere una certa esperienza «dobbiamo mettere la brace poco alla volta. Stiamo attente alla polvere di carbone, troppa polvere lo soffocherà». 

Le due donne seminavano pian piano i piccoli pezzetti di carbone sulle braci accese, poi con un vecchio ventaglio spelacchiato, facevano un vento che le ravvivava incendiando quelle vicine. 

I rari passanti di quella gelida giornata di febbraio, come tutti i curiosi, si fermavano per vedere quelle manovre e per giudicare le modalità dell’accensione. Oltretutto nel serraglio non tutte le famiglie potevano permettersi il lusso di tenere accesi dei bracieri. 

Anche Ruth lo sapeva e per quel motivo abbracciò e tirò a sé la balla della brace. 

«È pronto!», disse Ruth, «non si spengerà più. Possiamo andare di sopra». 

La vecchia ebrea teneva il braciere con due mani controllando con tutti i sensi l’alzata e la posizione degli scalini. Un inciampo e sarebbe stata la fine di quel prezioso braciere di terracotta. Arrivate al piano lo posizionarono nella stanza vicino alla piccola. 

All’inizio non accadde nulla: il re gelo regnava incontrastato in quella piccola stanza. Poi, pian piano, il freddo sembrò diminuire. Ruth accarezzò la testa della piccola. Quella cosa era fatta, ora bisognava pensare alle medicine. Dette un’occhiata fuori, c’era ancora tempo prima che chiudessero il serraglio, ma doveva partire subito. Bisognava che riuscisse a parlare in qualche modo con Michael. 

Così, dopo aver salutato H’anna e aver dato un ultimo bacio ad Ariela, si incamminò verso villa Chigi. 

Attraversò il ponte Sisto a testa bassa, incurante delle urla e delle volgarità che le indirizzavano i muratori e sempre a testa bassa si diresse verso la villa che si trovò davanti all’improvviso. Ora era lì ma non sapeva cosa fare. Quel muro di recinzione era basso, l’avrebbe potuto scavalcare agevolmente, ma sapeva bene che avrebbe rischiato la vita se presa all’interno, magari con l’accusa di essere una ladra, giudea per giunta. 

Costeggiò il muro fino a un grande cancello aperto con decine di persone che entravano e uscivano. Le poteva vedere chiaramente una per una, quasi toccare con le mani, ma davanti a sé vedeva per terra quella linea invisibile che correva da colonna a colonna che sapeva di non poter oltrepassare. 

«Vai a chiedere l’elemosina da un’altra parte se non vuoi prenderti delle frustate!», 

la voce le arrivò di lato, non si era accorta di un giardiniere che l’aveva notata e si era avvicinato silenziosamente. 

«Vattene via o ti taglio le mani con questa roncola». 

L’uomo era rivoltante, sporco e con una bocca con pochi denti neri. Ma quella roncola la impugnava bene, la mano serrata sul manico, le vene rigonfie per lo sforzo. 

L’istinto diceva alla giovane di stare attenta, quell’uomo emanava aggressività da tutti i pori. 

«Non chiedo l’elemosina!», gli disse con una disperata sicurezza. 

«Allora che ci fai qui?», le chiese altalenando la roncola. 

«Devo vedere mio marito. Nostra figlia sta molto male». 

«E chi sarebbe tuo marito? Il Magnifico messere Agostino Chigi?» 

«Il suo medico signore». 

«Chi intendi, quel giudeo che lo cura da qualche giorno?» 

Ruth annuì con il capo. 

«Non se ne parla neanche, il signore non vuole neppure che si allontani dalla Loggia». 

Il giardiniere le sfoderò un sorriso sardonico, si girò su se stesso e si diresse da dove era venuto. 

«Potrei pagarvi…», gli urlò dietro. 

Tanto bastò per farlo rigirare. L’uomo la scrutò da cima a fondo. Come poteva quella giovane donna ricoperta di vecchi stracci avere del denaro? 

Ritornò nuovamente verso il cancello, ora la mano sulla roncola era allentata e l’attrezzo dondolava lungo la coscia. 

Ruth si sentì di colpo tornare le forze. Non percepiva più la sua aggressività, ma la sua avidità.  La partita non era più tra la sua forza contro la sua debolezza. Contavano i soldi che lei aveva e che lui desiderava. 

“Devo fare come al banco del pesce”, pensò tra sé, “capire il cliente, saper contrattare e chiudere un buon accordo”. 

«Dieci piccioli ora e dieci quando mi porti qui mio marito», esclamò decisa. 

«Sono pochi, non se ne parla neanche». 

«Ti dovrai accontentare, ho solo quelli». 

«Me ne devi dare di più!» 

Ruth guardò il giardiniere, dietro quella faccia e quella bocca sgangherata, ci doveva essere un cervello piccolo. Decise di tentare il tutto per tutto. 

«Scimunito di un giardiniere, mi hai visto bene? Hai visto i miei vestiti? Sono povera come te. Dove vuoi che trovi i soldi? Andando a lavorare con le meretrici a Campo dei Fiori? Se non ti bastano venti piccioli tornerò domani e li darò a un altro più furbo di te». 

Ruth si rigirò su se stessa, dette le spalle all’uomo e si incamminò a passo deciso. 

Passarono uno, due, interminabili secondi quando… 

«Aspetta! te lo vado a chiamare». 

Ruth tornò indietro, ora i suoi piedi erano oltre l’invisibile linea del cancello, ora calpestava il giardino di villa Chigi. 

«Questi sono dieci piccioli, gli altri dieci li avrai quando mi porterai mio marito». 

Il giardiniere prese i soldi infilandoli in una scarsella che teneva a tracolla e si incamminò verso la villa. 

«Si chiama Michael», gli urlò dietro. 

Passò del tempo, troppo. Ruth iniziò a pensare che forse era stata raggirata, che quell’uomo stupido forse non era così stupido, che si era presi i suoi dieci piccioli e non aveva fatto niente. Stava per desistere quando da lontano intravide la sagoma di Michael. Erano giorni che non si vedevano, le bocche non bastavano più per contenere i sorrisi. Stava per abbracciarlo quando davanti apparì la bocca sdentata del giardiniere. 

«I miei soldi o urlo alla ladra». 

Ruth allungò gli altri dieci piccioli pattuiti. L’uomo li contò uno per uno, sapeva contare fino a dieci. Rassicurato sulla somma, si allontanò in fretta dai due. 

Michael prima si guardò intorno con circospezione assicurandosi che nessuno lo vedesse, poi prese Ruth per un braccio e la portò a ridosso della colonna del cancello. 

«È abbastanza larga, non ci vedranno». 

L’abbracciò e iniziò a parlarle in modo concitato, quasi a riempire il poco tempo che avrebbero avuto con quante più parole possibili. 

«Tu sapessi quante cose sono accadute!», iniziò Michael, «i padroni, la villa, le feste e io che curo messere Chigi. Il Papa, poi hanno buttato dei piatti d’oro nel fiume ma sotto c’era una rete e io li ho ripescati e… Ma perché sei qui?», le chiese ritornando alla realtà. 

«Sono qui perché la nostra bambina è ammalata. Ho bisogno di curarla e le medicine sono qui con te». 

Ruth mise al corrente il marito delle condizioni di Ariela. Descrisse il suo respiro, la sua gola, il suo torpore. Cercò di fargli capire quanto alta fosse la febbre, si prese le colpe per averla tenuta al freddo al banco della pescheria. 

«Quale pescheria?», chiese Michael stupito. 

«Quella di Chana Chapira, la pescivendola che ha il banco accanto al Portico d’Ottavia. Ora lavoro lì, non faremo più la fame. Però di questo ci sarà modo di parlarne. Ora pensiamo a curare Ariela». 

Michael si allontanò con aria indifferente, non voleva essere notato, in quel momento avrebbe voluto essere trasparente come l’aria. 

Tornò dopo un po’ portando un sacchetto di corteccia di salice bianco e della tintura di propoli. Gli mostrò le dosi del decotto e come spennellare la tintura di propoli sulle placche della gola. Non sarebbe stato facile, le disse, è aromatica e farà delle boccacce. 

Alla fine i due si salutarono, le mani quasi non volevano distendersi e le dita continuare a toccarsi. Quando gli ultimi due polpastrelli si separarono, girarono le spalle incamminandosi senza voltarsi. 

Ruth arrivò appena in tempo al serraglio, il sorvegliante cristiano stava avviandosi per chiudere la porta. Affrettò il passo, quella era la prima volta che si sentiva sollevata di essere rinchiusa all’interno. La sua bambina era lì dentro, lei aveva con sé le medicine. Questo le bastava. 

(…) 


[1] Per ragioni inerenti la struttura del racconto, si è immaginato che i figli di Agostino Chigi siano nati in data antecedente a quella reale. Le date di nascita vere sono riportate in Appendice."