"CAPITOLO 1
ANNO 1939
Pescia, domenica 8 gennaio.
Davanti all’abitazione di Sante Mocci
Un gatto inchiodato! La carcassa di un gatto era stata inchiodata al tronco di un vecchio pero proprio accanto alla casa di Sante Mocci. Inchiodato come Gesù Cristo con le zampe anteriori divaricate simili a braccia distese intente ad abbracciare quel Golgota allestito a bella posta.
Quel povero animale doveva essere lì da qualche giorno perché era circondato da una nuvola di mosche con gli occhi rossi e il corpo striato di nero. Si accoppiavano su quella carcassa e subito depositavano le loro uova nei pertugi del corpo: negli occhi, nella bocca, nelle orecchie, nell’ano. Qualche piccolo verme bianco aveva già iniziato a cibarsi di quelle povere carni, occhieggiando qua e là quando dal naso, quando da un occhio.
«Che c’è? Ti fa schifo?», lo motteggiò una delle camice nere che avevano prelevato Ivo Tosi dal suo abituale bar in piazza Grande. Senza tanti complimenti l’avevano avvicinato e davanti a tutti, quasi sollevandolo di peso, gli avevano detto Ti vuole Sante Mocci, ti vuole il segretario del Fascio. Siamo venuti a prenderti. Seguici!».
Sante Mocci soprannominato il Farinacci dal nome del segretario del Partito Fascista nel 1925 e 1926. Un duro, un picchiatore, uno che aveva difeso in pubblico gli assassini di Giacomo Matteotti.
Sante era nato nel 1889, ora aveva cinquanta anni, era vedovo con un figlio di diciotto. Di professione faceva l’elettricista, ma ancora di più era un fascista a tempo pieno. Sante era orgogliosamente uno della prima ora, un Sansepolcrista, uno che aveva partecipato nel 1919 alla fondazione dei Fasci Italiani da Combattimento, a Milano, assieme a Benito Mussolini.
In città tutti lo temevano e se possibile lo evitavano. Gretto e violento, Sante era il tipico servo dei padroni che stavano sopra di lui e il padrone di quelli che erano di sotto. Polemico e polemista irriducibile voleva avere sempre l’ultima parola. Altalenante di umore e quindi pericoloso per quelli che gli stavano accanto. Un fanatico incapace di vedere chiaro nella propria mente. All’esterno si vendeva come un uomo di ferro, inossidabile a tutte le avversità comprese ovviamente le malattie. In questo suo atteggiamento di super uomo l’aiutava una corporatura tozza e muscolosa.
Farinacci non era però solamente questo. Era anche capace di innamorare il prossimo, specie quelli che nascevano con l’attitudine di cercare un posto al riparo dei forti. Un esercito di adulatori, ruffiani, lenoni. Sante era ricercato nei salotti della buona borghesia che non disdegnava di frequentare. Buon affabulatore, barzellettiere e boccaccesco durante i convivi dove ingurgitava quantità incredibili di cibo e di vino. Si notava anche per un dente placcato d’oro, sempre in bellavista essendo uno dei due incisivi superiori.
«Smetti di guardare la carcassa di quel gatto», sbottò lo stesso camerata. «Se t’interessa saperlo l’ha ammazzato il Mocci con una bastonata sul groppone. Era la seconda volta che egli entrava in casa a rubare del cibo. Ora non mangerà più, ora mangiano lui, vedi com’è divorato dai vermi? Lascia stare il gatto e concentrati invece su quello che ti dirà il Capo e che Iddio te la mandi buona».
Le due camice nere ruotarono sui tacchi con un ridicolo fare marziale e se ne andarono via ripercorrendo a passi svelti la leggera salita fatta all’andata.
‘Che Iddio me la mandi buona. Cosa volevano dire? Che cosa sapevano?’
Ivo ripercorse in un lampo la cronaca degli ultimi giorni, delle settimane, dei mesi. Che cosa avrebbe voluto da lui il Farinacci? Non aveva fatto niente di male. Tutti in città lo conoscevano come un giovane perbene, impegnato a fare l’aiutante barbiere nella bottega di Nello Malevolti detto Forbici e a spendere quei pochi soldi con gli amici, sempre in scampagnate, cene, domeniche in treno fino a Viareggio. Divertirsi poteva essere una colpa? Forse il Mocci lo voleva rimproverare di suo padre Carlo. Ecco! Quello poteva essere un motivo. Carlo un uomo duro e inossidabile mezzo anarchico e mezzo socialista, picchiato più volte, costretto a tagliarsi i suoi lunghi baffi neri sotto la minaccia del manganello perché dicevano che erano simili a quelli degli anarchici.
Incerto su cosa fare e soprattutto che cosa pensare, se ne stette immobile all’aperto per cinque forse dieci minuti. In poco tempo l’elegante cappotto che gli aveva cucito sua madre Giulia non lo riparò più dal gelo e dalla tramontana di quella mattina dei primi di gennaio. Lentamente il freddo iniziò a risucchiargli la vita dalle mani, dai piedi, dalla punta del naso e dalle orecchie. Inutile stare impalato davanti a quel portone a rimuginare. Doveva oltrepassare il Rubicone delle sue paure.
Suonò il campanello d’ottone nuovo fiammante che il Farinacci elettricista doveva avere istallato da poco. Udì dei passi decisi dall’interno, poi il portone si aprì come se si aprisse l’antro dell’Inferno.
«Eccoti qui!», esclamo il padrone di casa con un tono imprevisto e cortese. «Entra che ti congelerai. Anzi siediti su una di quelle poltrone vicino al caminetto».
L’aria della casa aveva un ché di stantio, come fosse l’odore del tempo, sapeva di sudicio e anche di urina di gatto. Ivo si rese conto del perché, dato che una vecchia gatta sbucò da dietro un divano caracollando a fatica fin sopra un tappeto.
«È quasi più vecchia di me», spiegò il Farinacci che lo scrutava con attenzione. «Ha quindici anni, è quasi completamente cieca, non esce più di casa e caca e piscia dappertutto. Hai visto il gatto fuori? Certo che sì. Lui invece era giovane e forte, ma aveva il vizietto di entrare in casa mia e di rubare dalla cucina. Ora hai visto che fine ha fatto? Non si frega Sante Mocci. Io vivo azzannando. Non mi frega nessuno».
Ivo stava seduto su quella poltrona come si può stare seduti su dei carboni ardenti. Ancora non sapeva il motivo di quella chiamata. Paure e imbarazzo giocavano a rincorrersi nella sua mente. Tutto in quel salotto gli sembrava strano. Apparecchi radio di tutti i tipi disposti su due lunghe mensole, gagliardetti di ogni foggia e dimensione, fasci littori, una filata di coltelli attaccati a una parete e disposti in buon ordine. Illuminati dalla luce del sole di gennaio che entrava obliquo da una finestra, erano lucenti come fossero le scaglie dei pesci.
«Hai visto la mia collezione di radio?», riprese il Mocci. «Ne ho di tutti i tipi, in legno di noce, con la cassa di bachelite, ne ho anche due di alabastro».
Ivo le guardò con attenzione. Non ne aveva mai viste tante assieme soprattutto perché in casa non ne possedeva neppure una. Il tonfo sordo di un pezzo di legna che ardeva nel caminetto e una zaffata di fumo riempì la stanza.
«Accidenti a quel camino e accidenti al vento. Quando tira la tramontana fa sempre fumo e impregna di puzzo tutte le cose».
Ora quella specie di caligine ondeggiava per la stanza mossa dai movimenti di Sante. Il fumo si muoveva, si univa e poi spariva quasi fosse una creatura vivente. Soprattutto disegnava con maggiore evidenza i contorni delle cose.
«Ecco perché sei qui», disse con enfasi prendendo tra le mani una di quelle radio. «Per questa. È una radio fascista. Dentro quelle valvole c’è la storia esaltante dell’Italia e tu continuerai questa storia».
Sante Mocci detto il Farinacci parlò senza mai interrompersi per quasi un’ora. Raccontò che quella radio, piccola e quasi insignificante con quel mobile impiallacciato di noce, verniciato a spirito e con due soli interruttori.
Aveva una storia gloriosa, si chiamava Radio Rurale e da nove anni portava la voce del Duce agli alunni delle scuole e ai contadini delle campagne.
Quell’apparecchio radio non era in vendita al pubblico, ma era possibile ordinarlo con degli appositi moduli da spedire all’E.R.R cioè all’Ente Radio Rurale. Potevano ordinarlo solamente le scuole, le sedi dell’Opera Nazionale Balilla, l’Opera Nazionale del Lavoro, le parrocchie rurali e le sedi del Partito Nazionale Fascista.
«All’inizio costava seicento lire pagabili anche in dieci rate mensili da 40 lire, dopo averne versate duecento d’acconto», precisò Sante accarezzandola come fosse un figliolo, «ma questo apparecchio io l’ho avuto per niente. Era rotto, ultimo esemplare di dieci radio donate dalla Federazione delle Casse di Risparmio della Toscana. Lo volevano buttare ma io l’ho riparato. Sono o non sono un bravo elettricista?».
«Ma io che c’entro? Perché mi avete chiamato fin qui. Perché proprio io?», gli dette sulla voce Ivo con un inaspettato coraggio.
«Perché? Perché non sei un bravo fascista ma sei un fancazzista, un buono a nulla che fino a oggi non ha fatto niente, né per la Patria né per il Duce. So tutto di te. Classe 1915, hai ventiquattro anni e non sei neanche fidanzato. Se non ti dai subito da fare dal prossimo anno dovrai pagare la tassa sui celibi. Settanta lire ricordati. Il tuo unico lavoro, si fa per dire, è andare ogni giorno a fare il ragazzo di bottega da Nello, il barbiere in piazza Grande. Fino a oggi sei stato capace solamente di insaponare col pennello la faccia di quelli che si radono, spazzare via dal pavimento i capelli tagliati e spendere in vizi tutti i pochi soldi che guadagni comprese le mance. Di soprannome ti chiamano Zibibbo, perché tutte le mattine ti precipiti al forno a comprarti un pezzo di focaccia all’uvetta. Neanche hai fatto la fatica di continuare a studiare per migliorare la tua situazione. Ti sei fermato alle medie. Il tuo babbo ti chiama Lucignolo. È vero o no?».
«Faccio anche teatro…», si difese sommessamente.
«Di peggio in peggio! A che serve il teatro? Solamente i borghesi debosciati e perditempo vanno a teatro».
«Ma voi come fate a sapere tutte queste cose su di me?».
Sante si avvicinò a un mobile pieno di cassetti.
«Guarda qua!», rivelò estraendo da un lungo cassetto una cartella piena di schede. «Io so tutto di tutti. Qui dentro ci sei tu e altre centinaia di uomini e donne che fino a oggi hanno fatto poco o nulla, se non osteggiato il regime fascista. Vuoi vedere la scheda del tuo babbo? È tra le più scritte e dettagliate. Adoro la polizia e tu non immagini neppure quante utili delazioni le arrivino ogni giorno. Tutti i giorni, tutti i mesi, da anni. Forse anche da soffiate di quei perditempo che frequenti e che ritieni tuoi amici».
Il Farinacci continuò eccitato nella sua prolusione. Man mano che andava avanti gesticolava animosamente e alzava la voce mandando bagliori dorati con quel suo dente incapsulato d’oro zecchino. Fu tutto un susseguirsi di Io, Io, Io. Disse anche che non aveva bisogno di un suo sì. Nel regime fascista l’obbedienza è la prima virtù. Ivo, volente o nolente, sarebbe andato a portare la voce della Patria nelle scuole sprovviste di radio e per i casolari e nei paesini delle campagne.
«Ma perché proprio io», sibilò con la forza della disperazione. «Avete tante persone tra quelle schede».
«Vuoi la verità?», disse con un sorriso beffardo. «Oltre a togliere un perditempo dalla strada, farò rabbia a quel sovversivo del tuo babbo. Un figlio di un anarco socialista che lavora per il regime, che aiuta a diffondere la parola del Duce. E questo mi riempie di gioia. Un’ultima cosa. La radio te la darò un’altra volta, prima devi farti costruire una cassetta grande quanto basta per contenerla avvolta da una coperta. Una scatola di legno con due cinghie per portarla come fosse uno zaino. Ritorna quando l’avrai e non ci dormire sopra. Ti spiegherò anche come farla funzionare. Vedrai sarà una cosa molto semplice».
******
Ivo la strada del ritorno non la vide neppure tanto era assorto nei suoi pensieri. Non sentì neanche il freddo di quella gelida tramontana che nel frattempo si era rinforzata. Nei quindici minuti per arrivare a casa sua in via Mozza, le pensò di tutti i colori.
La prima cosa quell’accusa: fancazzista. La stessa parola usata da suo padre. Su quel punto Carlo Tosi detto il Bove irriducibile anarchico e socialista e Sante Mocci detto il Farinacci fascista tutto d’un pezzo, si trovano d’accordo. Fancazzista, uno che non fa niente, che s’infischia di tutto, compreso il proprio lavoro. Effettivamente fare il ragazzo di bottega a ventiquattro anni gli bruciava. Quando era in allegra compagnia con gli amici oppure con gli attori della Compagnia teatrale Silvio Pellico, sapeva bene che quei coetanei erano diventati diversi da lui, o meglio che lui, con il trascorrere del tempo, era diventato differente dagli altri. Quasi tutti avevano un lavoro stabile, lui no. Quasi tutti e tutte erano accompagnati, fidanzati o sposati. Lui no. C’era già chi aveva oltre che una famiglia anche dei figli. Lui no. Infine c’era chi viveva da solo e lui invece abitava ancora con i genitori.
Uno scapolo per scelta, uno che amava il bel vivere in compagnia e uno che si atteggiava a Narciso facendo l’attore in una compagnia teatrale di provincia.
A pensarci bene a quel punto i suoi soloni, i suoi censori non erano solamente il babbo e il Farinacci. C’era anche da mettere nel conto la mamma Giulia e la sorella maggiore Gina. Da loro due i rimproveri non erano neanche tanto velati. Gli rinfacciavano che non si era ancora sposato anzi non aveva mai avuto uno straccio di fidanzata. Niente donne, niente famiglia, niente figli.
Insomma lungo quel tragitto, attraversando le vie di Pescia, realizzò per la prima volta in vita sua che era davvero fuori luogo. Forse quell’incarico di portare la voce del Duce e del regime in giro per scuole e campagne, gli avrebbe dato un ruolo, una specie di riconoscimento sociale. Da fancazzista a buon fascista. L’unico problema era come dirlo a suo padre. Già vedeva la sua reazione furiosa. Un incarico dato dal Farinacci! Il suo nemico giurato! Suo figlio che lavorava per i fascisti!
Quella gli sembrò davvero un’impresa impossibile.
Transitando davanti alla Casa del Littorio o del Fascio come la chiamavano tutti, passò sotto la scritta Il Duce ha sempre ragione. Una scritta speciale, un motto con dietro una storia di dolore e di vergogna.
Quelle parole le aveva scritte sul muro due anni prima nel 1937 proprio suo padre, obbligato a farlo a forza di botte, sputi e manganellate. Era bastato che Carlo promuovesse una riunione spontanea in fabbrica davanti agli uffici della direzione per protestare contro le dure condizioni di lavoro, perché arrivassero prima i carabinieri e subito dopo il Farinacci con i suoi manganellatori. Del resto lo sciopero non era più consentito, era stato abolito da Codice Rocco nel 1930.
Niente carcere per lui e per gli altri quattro compagni di lavoro, ma una punizione esemplare e umiliante: scrivere sui muri più in vista della città frasi inneggianti al Duce e al regime fascista.
Molti nemici molto onore
La pace per essere sicura deve essere armata
Chi tocca la Milizia avrà del piombo
Credere obbedire combattere
Il Duce ha sempre ragione
È l’aratro che traccia il solco. È la spada che lo difende.
Il Farinacci l’obbligò a scrivere Il Duce ha sempre ragione su un riquadro del muro dell’edificio accanto alla Casa del Fascio, stando appollaiato su una scala che lui scuoteva apposta facendogli perdere l’equilibrio. Tutto per far divertire i Giovani Balilla e gli Avanguardisti inquadrati nel pomeriggio di un Sabato Fascista.
No! No! No! Non poteva dirglielo. Almeno quella sera. Non aveva il coraggio.
Quando ci sono tanti problemi e non li puoi affrontare, tanto vale metterli in fila e rimandarli. Verrà il tempo. Forse… Questa era la sua filosofia di vita. Intanto avrebbe pensato a far costruire quella benedetta cassetta di legno."