"Anno domini 1491.
Ruggero Franzoso, un giovane fabbricante di pergamene, è avvicinato da un misterioso personaggio, forse un profanatore di tombe, che gli propone l’acquisto di due antiche pergamene. La prima è il verbale degli interrogatori degli ultimi cavalieri templari tenuto nel castello di Chinon nell’agosto del 1308, la seconda descrive il misterioso regno di Prete Gianni. Il miraggio del guadagno porterà Ruggero a Firenze da monaco Leonardo da Pistoia e da Marsilio Ficino.
Quei contatti e il suo tentativo di vendere le pergamene, saranno l’inizio delle sue sventure. Ricercato dalle guardie del signore di Firenze e dall’inquisizione, fuggirà dalla Toscana con la moglie Matilde e il piccolo figlio Tuccio. Tommaso d’Agnolo, un vecchio frate ospitaliero cieco, li accompagnerà nel loro vagabondare.
Percorreranno prima le strade di Francia, seguendo la via dei Franchi, poi giungeranno in Portogallo e in Spagna.
Il frate li guiderà seguendo una traccia fatta d’indizi misteriosi, oscuri segni di riconoscimento, documenti sibillini scritti nell’alfabeto segreto dei Templari. Alla fine di quel filo di Arianna ci sarà forse il tesoro mai trovato dell’Ordine del Tempio?
Il loro lungo viaggio terminerà l’anno successivo nell’agosto del 1492 prima a Palos e poi nell’isola di La Gomera nelle Canarie.
Sono i giorni nei quali salpa la flotta di Cristoforo Colombo alla ricerca di una via per le Indie.
Forse l’Ordine del Tempio non è finito in cenere assieme agli ultimi Templari arsi vivi su un isolotto della Senna nel 1314? Forse un disegno misterioso a lungo coltivato, generazione dopo generazione, consentirà di ricostruire un nuovo ordine, un luogo giusto e felice da fare invidia a re e imperatori?
Il Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza esitazioni. Riferisco come lo vidi. Egli si tolse gli indumenti, esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza affatto tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per assicurarlo al palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse ai suoi carnefici: «Almeno lasciatemi congiungere un po’ le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne è il momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma accadranno ben presto disgrazie a coloro che ci condannano senza giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio con questa convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego, verso la Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di Notre Dame de Paris)». Gli fu concessa questa grazia e la morte lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che ognuno ne restò meravigliato.
Cronaca relativa al rogo di Jacques de Molay e Goffredo di Charney. Parigi 11 marzo 1314
Antefatto
18 marzo 1314, Parigi. Isolotto dei Giudei, notte
La notte colore dell’ebano si era portata via i colori e i rumori di Parigi assieme alla vita dei due templari arsi sul rogo. Sotto quel cielo plumbeo si udivano solamente il suono dei remi che ritmicamente s’immergevano nell’acqua limacciosa della Senna.
In quell’aria bagnata da un’acquerugiola onnipresente e uggiosa, Guillaume de Molay e l’amico Thomas de Chartres, faticavano a stare in equilibrio nell’unica vecchia barca sgangherata che erano riusciti a trovare lungo la riva della Senna e che non fosse incatenata.
Del resto il tragitto da percorrere era breve: l’isolotto dei Giudei era a poche decine di passi davanti a loro, nel mezzo del corso del fiume. Non era tanto la piroga che imbarcava acqua a preoccuparli, quanto il fatto di essere visti, di essere uditi. Non erano trascorse che poche ore da quando su quell’isolotto maledetto erano stati arsi vivi gli ultimi due templari: suo padre Jacques de Molay e l’amico Geoffrey de Charnay.
Guillame, con la morte nel cuore, doveva dare seguito alle ultime disposizioni testamentarie del padre: raccogliere le loro ceneri e con esse, tramandare nel tempo l’ingiustizia perpetrata a loro danno da quell’infame del re Filippo IV e dal suo complice il papa Clemente V.
Arrivati in prossimità dell’isolotto, il vento di sud ovest portò alle loro narici l’odore di legna bruciata, ma anche quello dolciastro di carne arrostita, quella umana, quella di suo padre e dell’amico Geoffrey.
Guillaume ebbe ripetuti conati di vomito e fu tentato di abbandonare l’impresa e di tornare verso riva. Se ne stette per alcuni attimi con la testa tra le mani, mentre la piroga era agguantata dalla corrente del fiume e portata via. Poi riprese a vogare. Doveva farsi forza, doveva raggiungere quel luogo maledetto.
Appena sbarcati sull’isolotto dei Giudei, la prima reazione che ebbe fu di scappare lontano da quell’orrido afrore di carne umana bruciata. Si mise sopravvento e si avvicinò alla platea del rogo. Il luogo dell’esecuzione fumava ancora, c’era rimasto solamente un piccolo moncherino bruciacchiato del palo al quale erano stati legati e le estremità dei legni esterni della pira.
Da sotto un panno, tirarono fuori un lumino a olio, cercando di tenerlo coperto il più possibile e confidando che nessuno dalla riva potesse vedere quell’esile punto di luce. Il fuoco non era riuscito a consumare per intero i due corpi. Si vedevano ancora pezzi di osso e parte dei denti ancora attaccati alle mandibole. Troppo per Guillaume che corse via piangendo raggomitolandosi sul bordo della riva.
Fu Thomas che diede seguito a quel lascito testamentario. Si mise a raccogliere le ceneri e qualche piccolo pezzo di osso con cui riempì un’urna di terracotta. Il resto del rogo lo affidò alle acque della Senna. Niente di quello che appartenne al corpo di Jacques de Molay e di Geoffrey de Charnay doveva rimanere su quell’isola maledetta. Con il cuore in gola per l’emozione, prima di allontanarsi e risalire in barca, aiutato dal lucore del lumino a olio, controllò un’ultima volta che non ci fosse restato niente. Fu allora che la sua attenzione cadde su qualcosa di piccolo, di rotondo, appoggiato a un sasso della Senna. Lo raccolse, era una moneta che sembrava d’argento, anzi una mezza moneta tagliata di traverso. Thomas, sfregandola tra l’indice e il medio la pulì dalla cenere e la avvicinò alla luce. Raffigurava l’immagine di un misterioso soggetto con due volti, attaccati per la nuca, uno speculare all’altro. La mise nella scarsella. Ora bisognava ritornare a riva e dileguarsi nel buio della notte di Parigi.
Non appena furono a riva, prima di separarsi e correre via più lontano possibile, Thomas raccontò all’amico l’accaduto.
«Guarda cosa ho trovato ai piedi della pira», bisbigliò mentre gli porgeva anche l’urna cineraria.
Guillaume de Molay la prese tra le mani rigirandola e scrutandola a fatica per via degli occhi velati dalle lacrime. Il suo dolore si trasformò in una strana forma di gioia.
È di mio padre, Jacques la portava sempre con sé. È una moneta antica, è romana, è tagliata a metà e raffigura il Giano, il dio bifronte.
«Pensi la tenesse apposta quando è stato consumato dalle fiamme?», soggiunse Thomas.
«Penso proprio di sì. Pensava che questo dio bifronte fosse in grado di guardare al passato e al futuro contemporaneamente. Mi diceva che Giano rappresentava i momenti di passaggio della vita. Anche dopo la morte c’è sempre l’inizio di una nuova stagione. Forse ha voluto che noi la trovassimo e che si continuasse il suo lavoro interrotto dalle fiamme».
«Lavorare per la realizzazione dell’Ordine del Tempio?» riprese Thomas.
«Perché no! Oggi siamo sconfitti e fuggitivi. La persecuzione di quell’infame del re Filippo IV ha attraversato tutti i Priorati, ma un giorno resusciteremo da queste ceneri come rivive l’Araba Fenice dalle sue. Una nuova età dell’oro vedrà presto la luce».
PARTE PRIMA
LE PERGAMENE MISTERIOSE
1
1491 lunedì 2 febbraio, nei pressi di Colle di Poggio Bonizio.
A memoria d’uomo non si era mai vista una stagione così fredda.[1] Ormai per Ruggero era quasi impossibile lavorare le pelli immergendole nel calcinaio, perché l’acqua ghiacciava, gelando le mani e impedendogli di togliere i peli per fare le pergamene. Tutto era ghiacciato da quel vento gelido, le punte delle orecchie, i piedi, i muscoli delle guance che non facevano articolare neppure una bestemmia. I monaci dell’abbazia di san Michele Arcangelo a Marturi per ora si sarebbero dovuti rassegnare. Niente pergamene con quel freddo. Bisognava liberarsi di quelle stese sui telai ad asciugare, buttare via quelle già levigate con la pietra pomice, buttare anche quelle colorate pronte per la vendita.
Meglio lasciare stare tutto così al freddo e alle intemperie. Sarebbero arrivati giorni migliori. Meglio rintanarsi in casa, provando a riprendere colore e calore davanti al caminetto perennemente acceso. Quel fuoco era diventato come un altro membro della famiglia. Si viveva davanti a lui, si mangiava davanti a lui e ci si dormiva pure tutti assembrati su un pagliericcio disteso per terra.
Freddo a parte, quel due febbraio era una data importante per vari motivi.
Il primo perché era la festa della candelora e Matilde e suo figlio Tuccio avevano fatto benedire le candele di sego e di cera d’api all’abbazia già dal primo mattino.
Il secondo era perché Ruggero avrebbe fatto il rito delle gocce d’olio per vedere se casomai qualcuno della famiglia avesse avuto addosso il malocchio.
«È un freddo cane là fuori», biascicò con le mandibole incollate per il freddo, serrandosi la porta alle spalle.
«Se piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro», cantava il piccolo Tuccio saltellando da una parte all’altra.
«Speriamo tu abbia ragione», disse la madre guardandolo con occhi benevoli. «Per ora mi sembra che il bel tempo si faccia aspettare».
«Allora, da chi si comincia a cercare il malocchio?», chiese Ruggero che si era ripreso un po’ dal freddo.
«Io! Io!», implorò il piccolo attaccandosi alla veste della madre.
«Però mi servono tre capelli, lo sai. Chiudi gli occhi che fa tutto il babbo».
Partì uno strattone a una ciocca e partì anche un piccolo pianto del bambino.
Ruggero prese una bacinella d’acqua, ci depose sopra i tre capelli, poi versò delicatamente alcune gocce d’olio che rimasero pressoché intatte.
«Non hai il malocchio. Vedi? Sei un ragazzino fortunato».
«E se invece l’avevo?»
«Se tu l’avessi avuto le gocce si sarebbero allargate formando delle figure. Allora io ti avrei tolto il malocchio tagliandole con una croce e buttando via l’acqua per terra. Ora tocca alla mamma».
«Però i capelli me li strappo da sola», lo interruppe Matilde. «Li ho già preparati. Eccoli qua!».
Ruggero questa volta non fece neppure in tempo ad adagiare i tre capelli sulla nuova ciottola che si udì bussare alla porta. Chi poteva essere in una giornata tanto fredda? Non aspettavano nessuno.
«Abita qui Ruggero Franzoso?», si sentì domandare da fuori.
«Che volete? Oggi non lavoro. Passate un altro giorno».
«Non sono le vostre pergamene che cerco. Sono io che ho una cosa per voi».
Marito e moglie si diedero un’occhiata interrogativa, dopodiché Ruggero si avviò ad aprire la porta.
Davanti a lui si parò un uomo intabarrato, con il cappuccio calcato sulla testa e il lucco avvoltolato attorno alle gambe per via del forte vento.
«Vi devo mostrare una cosa che potrebbe interessarvi, anzi più propriamente ve ne vorrei parlare», chiarì con la voce sferzata dal vento.
«Allora è meglio che entriate», riprese il giovane. «Non è una giornata da stare a conversare sulla porta».
L’uomo entrò, si tolse il cappuccio, e apparve un volto dai bei lineamenti curiosamente contornato da dei capelli molto corti e una barba lunghissima e fluente. Ringraziando con gli occhi si pose davanti al fuoco con lo sguardo tuffato nelle fiamme che guizzavano azzurrine. Passarono alcuni momenti quasi dovesse riordinare i pensieri.
«Allora ditemi», lo stimolò il padrone di casa.
«Per ora non saprete il mio nome», tossicchiò il misterioso ospite raschiando la voce. «però ve lo dirò se sarete interessato a quello che ho da offrirvi. Un mercante mi ha parlato di voi e del vostro lavoro».
«Sapete che fabbrico pergamene?».
«Infatti. Mi ha detto che siete un valente artigiano e nonostante la vostra giovane età siete ricercato per la qualità dei fogli. Mi ha detto anche che le vendete ai monaci dell’abbazia di san Michele Arcangelo a Marturi».
«E non solo», lo interruppe con una punta di orgoglio. «Le vendo anche ad altri. Ho clienti fino a Firenze».
L’ospite misterioso staccò gli occhi dal fuoco e a quel punto Ruggero poté vedere bene i suoi occhi. Aveva un che di misterioso teneva un comportamento altero e sembrava sicuro di sé.
«Ma non è dei fogli da scrivere che vi voglio parlare», proseguì quell’uomo, «ma di pergamene già scritte. Sono a conoscenza che per via del vostro lavoro scoprite ogni tanto dei documenti antichi e preziosi e che ne fate anche commercio».
Ruggero si schermì e provò imbarazzo. Come poteva essere a conoscenza di quella cosa proibita? Non doveva essere un segreto che comprava, barattava e vendeva preziosi manoscritti con la complicità dell’abate Gualando, il bibliotecario dell’abbazia? In genere se ne occupava lui di collocarli sulla piazza di Firenze. Di solito erano antiche pergamene.
«Non dovete vergognarvi o avere timore», lo rassicurò l’uomo alla vista del suo imbarazzo. «Quello che conta è che non vadano distrutte e che restino a disposizione di qualche amante delle arti liberali. Trivio o Quadrivio non fa differenza».
«Allora basta con i preamboli, veniamo al sodo. Che cosa avete da offrirmi?».
L’uomo, senza che nessuno glielo avesse chiesto, si mise a sedere davanti all’unico tavolo presente nella stanza e invitò Ruggero a fare lo stesso. Nel frattempo Tuccio incurante di quella nuova presenza, continuava a saltare e a urlare la sua filastrocca della Candelora. «Se piove o se gragnola dell’inverno semo fora, se è bel tempo, nell’inverno semo dentro». Ci pensò Matilde a calmarlo, agguantandolo per una mano e portandolo per una ripida scala di legno nella stanza di sopra.
«Quello che ho da offrirvi è molto prezioso, forse così prezioso che un affare così non vi capiterà una seconda volta nella vita. Ne ricaverete grossi guadagni ed io con voi».
A quel punto Ruggero era così preso dall’idea di un guadagno importante che lo guardava senza riuscire a dissimulare il grande interesse.
«Si tratta di due documenti», proseguì l’ospite, «di due antiche pergamene. Uno è un piccolo libro dove si descrive il Regno del Prete Gianni. L’altro è un foglio stilato per conto di un papa, di papa Clemente V. È datato agosto 1308. Ha 183 anni! Allora che ne dite. V’interessano?»
Il giovane capì al volo che da quei due documenti ne avrebbe tratto un grosso guadagno, però prima di fargli capire apertamente il suo interesse voleva saperne di più.
«E perché non li avete con voi?», chiese sempre più incuriosito ma anche diffidente.
«Perché non vi conosco e devo scoprire se fidarmi di voi. Magari mi potreste denunciare. Comunque facciamo un passo alla volta. Intanto vi dico che il mio nome è Guglielmo e abito a quaranta leghe da qui. Sono tre o quattro giorni di cammino. Qui fuori della vostra abitazione, ho un carro e una cavalla con la quale ho fatto il viaggio. Le pergamene sono a casa mia se le vorrete vedere».
«Guglielmo? Guglielmo e poi?».
«Guglielmo e basta. Faccio il rustico e il porcaro. Se proprio volete, chiamatemi Guglielmo da sant’Antimo dal momento che vivo là. Le pergamene le ho avute da un tombarolo, da un profanatore di tombe. Invece di trovare vasi, spade, cinture, monili, ha scoperto queste pergamene e me le ha date in cambio di poche libbre di farina di segale».
«Il porcaro?», ironizzò Ruggero. «Non si direbbe a guardare le vostre mani. Sembrano più quelle di un cavaliere o di un padrone».
«Vedo che oltre che essere un bravo artigiano siete anche un acuto osservatore. Però dovete pensare che i servi ci sono apposta per fare i lavori che un padrone non vuole fare. E io sono un rustico che possiede due servi. Allora, invece di scrutare le mie mani, mi sapete dire se queste pergamene vi interessano oppure no?».
«Ci devo pensare, ne devo parlare con mia moglie. Poi il viaggio…».
Guglielmo diede un’occhiata verso la scala di legno, dall’ultimo scalino penzolava un lembo del vestito di Matilde.
«Anch’io ho una vista acuta come la vostra. Vostra moglie è seduta in cima alla scala e non si è persa una parola del nostro dialogo. Ci potete parlare anche subito».
La giovane scoperta a origliare, si affacciò dalla botola rossa in volto tenendo per mano il figlio che misteriosamente si era calmato.
«Io vi lascio da soli», esclamò Guglielmo. «Ne riparleremo domani mattina e mi farete sapere delle vostre decisioni. Tra non molto sarà buio, è meglio che mi muova».
«Ma dove intendete andare?», gli domandò Ruggero.
«A due passi da qui. Al Castello della Magione. Ci sono gli ospitalieri di san Giovanni di Gerusalemme che si occupano dei pellegrini e dei viandanti in transito. Troveranno un pagliericcio anche per me».
Ruggero buttò un’occhiata alla moglie che capì il senso del suo sguardo e annuì con un cenno della mano.
«Li conosco bene e conosco anche il priore che è stato una specie di padre per me. Però sarei più contento se rimaneste a dormire qui con noi. Anche mia moglie è d’accordo. Io non ho servi, ma una scodella di zuppa e del pane e formaggio ve lo posso garantire».
«Non vorrei approfittare…».
«Non vi dovete preoccupare, è un invito sincero. Poi potremmo parlare ancora di quelle pergamene. Devo farmi un’idea per capire se valgono il viaggio fino a casa vostra».
«Ma la cavalla? Bisogna che le trovi un riparo. Con questo freddo non passerebbe la notte».
«Questo non è un problema. C’è un vicino che ha una stalla calda e capiente. Vi condurrò fin là».
Guglielmo accettò di buon grado, sembrava quasi che si aspettasse quell’invito. Scese le sue poche cose dal carro e preso l’animale per le briglie, si incamminò con Ruggero verso la fattoria del vicino. Ormai era quasi buio e il vento che era cessato era stato sostituito da una brina che copriva tutto come un panno di cipria bianca. Camminarono affiancati, illuminando la strada con una lanterna a olio che si rifletteva nelle pozze d’acqua congelate.
«Sentite come canta il velo del ghiaccio sotto il peso dei nostri passi?», gli fece notare Ruggero tanto per rompere il loro silenzio.
«C’è poco da cantare! Se continua così non sarà possibile neppure seminare», sbottò Guglielmo.
«E io? Che cosa dovrei dire. Avete visto le pergamene tese ad asciugare? Sono tutte sfibrate dal ghiaccio. Tutto lavoro da buttare nella concimaia!».
Non ci volle molto ad arrivare dal vicino, da Aliotto, che di buon grado e per un piccolo compenso, si offrì di dare riparo alla cavalla e a rifocillarla con fieno e un po’ di avena. Sulla strada del ritorno Ruggero provò a tenere viva la conversazione cercando di saperne di più su quel misterioso villico che tanto bifolco non sembrava. Comunque, nonostante le risposte generiche ed evasive, la diffidenza nei suoi confronti era sparita a tal punto che si misero anche a scherzare sul risultato del malocchio fatto al figlio.
Entrati in casa furono accolti dal buon profumo del cibo. Matilde si era impegnata per accogliere al meglio quell’insolito ospite e aveva dato fondo alle provviste di casa preparando una zuppa di farro, carne di maiale affumicata e cavolo saltato nello strutto. Per finire pane, ricotta di pecora e miele. Con una scopa di saggina aveva spazzato a dovere il pavimento di terra battuta e sul tavolo erano già allineate quattro ciotole e un coltello trinciante.
«Allora iniziamo?», esclamò Ruggero raggiante e affamato.
Guglielmo lo guardò esterrefatto.
«Come? È l’ora che segna la fine della giornata e non recitate la Compieta?».
«Veramente noi…», balbettò imbarazzato, «ci facciamo il segno della croce. La Compieta la recitano i frati e i preti».
«Scusatemi, ma io sono abituato così».
L’ospite prima si lavò a fondo le mani, poi si mise in ginocchio verso la parete che pensava rivolta a oriente e, aperte i palmi delle mani verso il cielo, iniziò a declamare in latino: Te lucis ante terminum Rerum Creator poscimus, ut solita clementia, sis praesul ad custodiam…
Marito e moglie, imbarazzati e sorpresi, non riuscirono a fare altro che tenere le mani congiunte e il capo chino finché non terminò. Si atteggiarono come fossero in chiesa, ma erano in casa loro e il maiale che sbollentava nel paiolo li riportò alla realtà.
«Ora possiamo mangiare?» sbottò Ruggero tra l’affamato e lo spazientito.
«Avete capito il significato della preghiera?» chiese Guglielmo rivolto prima a Matilde e poi al marito.
Entrambi scossero la testa. L’uomo a suo agio come se fosse a casa sua, passò le mani tra i capelli del piccolo.
«Allora lo spiegherò a vostro figlio con parole semplici così la imparerete anche voi. Vedi Tuccio, per tenere lontani gli spiriti maligni e i fantasmi della notte, è sufficiente rivolgersi al Creatore di tutte le cose perché allontani gli incubi notturni. Altro che olio nell’acqua per levare il malocchio! Sai cosa ho chiesto nella mia preghiera?».
Il ragazzino scosse la testa mentre giocava a prendere a pugni la sua lunga barba che dondolava da una parte all’altra.
«Procul recedant somnia, et noctium phantasmata. Ho chiesto al Creatore di allontanare gli incubi e i fantasmi dal nostro sonno. Vedrai che bei sogni farai stanotte».
Terminata quella specie di lezione, finalmente si misero attorno al tavolo e iniziarono a mangiare. Guglielmo mostrò di apprezzare la zuppa di farro, anche se rifiutò una seconda scodella che Ruggero, insistendo garbatamente, voleva prendesse. Ma la sorpresa più grande arrivò al momento di servire il maiale affumicato.
«Questo no! Grazie», esclamò deciso l’ospite.
«Come no! Vi posso assicurare che è buonissimo. C’è gente che ucciderebbe per una ciotola di stufato di maiale di mia moglie».
«Ne sono sicuro. Ha un odore buonissimo. Il fatto è, il fatto è…», balbettò Guglielmo, «che non voglio mangiare la carne per più di due volte la settimana. Devo aspettare ancora qualche giorno. Il maiale poi…».
«E che regola è? Mica siete un frate! Non è mica vigilia! Stasera è lunedì, oltretutto è la Candelora, è festa, l’inverno finirà e tornerà il bel tempo. Suvvia! Mangiate lo stufato».
Guglielmo allontanò il cibo con un sorriso ma con mano decisa.
«Non voglio essere scortese con voi. Scusatemi sono regole che mi sono dato da solo. Per farmi perdonare, accetterò dell’altra zuppa».
«E anche del vino!», aggiunse Ruggero che iniziò a versare generosamente da una brocca.
«Così è sufficiente», s’impuntò di nuovo Guglielmo fermandogli la mano. «Un’emina basta» [2].
«Contento voi. Berrò io il resto del vostro vino e mi mangerò pure il vostro maiale».
Così dicendo prese il coltello trinciante e iniziò a tagliare dalla parte della cotenna. Non era un gran coltello per quella parte dura e tenace, oltretutto era vecchio, rugginoso e poco affilato.
Guglielmo per un po’ lo osservò armeggiare sulla carne con quegli scarsi risultati dopodiché, infilata la mano sotto il lucco, tirò fuori un pugnale lucido e affilatissimo.
«Forse questo potrebbe servire allo scopo?», gli disse porgendoglielo.
Matilde ebbe un sussulto e si tirò indietro. Quella lama più che un coltello trinciante per la tavola, aveva l’aspetto di un’arma. La cosa non sfuggì a Guglielmo.
«Madonna non abbiate paura, questo coltello fino a oggi ha tagliato solamente polli e conigli, non certamente cristiani».
La cena proseguì con Ruggero che invece di indagare sul misterioso ospite, passò tutto il tempo a decantare se stesso e il suo lavoro. Quante pergamene faceva, quante ne vendeva e come fosse bravo a scrivere e a far di conto con l’abaco per via degli insegnamenti degli abati di san Michele Arcangelo a Marturi. Ebbe anche un’idea per recuperare la brutta figura fatta durante la preghiera del Te Lucis ante. Si alzò, si diresse verso una cassapanca e ritornò con un volume di pergamena rilegato in pelle.
«Questo libro non ho avuto la forza di venderlo», confessò. «È troppo bello. Con l’amanuense dell’abbazia ho seguito la sua stesura, foglio dopo foglio di pergamena. È il Purgatorio di Dante Alighieri. Ora vi faccio vedere se anch’io conosco qualcosa del Te Lucis ante».
Il padrone di casa si mise a sfogliare con la massima attenzione.
«Guglielmo, vedete che bei colori? Sono pergamene che ho dipinto con tonalità verdi, rosa e rosse. Vengono da pelli di giovani capretti, sono le più sottili e delicate. Eppure il passo che cerco doveva essere a questo punto…»
Continuò a scrutare tra quei fogli andando avanti e indietro.
«Ecco l’ho trovato! Canto VIII, versi 1-3. Sentite com’è bello l’attacco Era già l’ora che volge al disio ai naviganti e‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio. È la prima sera dopo la partenza, è l’ora del tramonto. Sembra quasi di vedere i colori rossi accesi che tingono l’acqua del mare. In quell’atmosfera struggente i marinai si commuovono pensando a tutto quello che si sono lasciati alle spalle: luoghi cari, persone, affetti…».
Ruggero rimase alcuni attimi come ammaliato.
«Ma non è questo che vi volevo mostrare, ma subito un po’ avanti. Eccolo qua il punto! Versi 13-15. Te lucis ante sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente. Avete inteso? Dante Alighieri a udire le anime del Purgatorio che declamano il Te Lucis ante, si commuove a tal punto da uscire di senno. Visto? Mi ricordavo qualcosa anch’io».
«Sapete davvero molte cose per la vostra età. Quanti anni avete?»
«Venti», rispose Ruggero.
«E voi Matilde?».
«Venti. Forse. Non sono stata battezzata qui. Non saprei a chi chiederlo».
«Non avete genitori?», soggiunse Guglielmo.
Entrambi fecero segno di no.
«E voi Ruggero?».
«Non li ricordo neppure. Morirono entrambi quand’ero molto piccolo. Rimasero schiacciati sotto un pesante carro che si ribaltò e finì in un dirupo. Io sono stato cresciuto prima dai frati Ospitalieri di san Giovanni di Gerusalemme giù al Castello della Magione, poi dai monaci di san Michele Arcangelo a Marturi. Ho imparato da loro a fare pergamene, a scrivere, a leggere e far di conto».
Guglielmo si stampò un tenero sorriso sul volto.
«Siete una bellissima famiglia. Avete già un lavoro, una casa e un piccolo marmocchio. Se solamente fosse un po’ più calmo…».
In effetti, Tuccio forse per attirare l’attenzione su di sé, continuava a tirare la barba dell’uomo, strattonandola sempre più forte. Guglielmo provò a distrarlo.
«Lascia stare la mia barba», lo rimproverò. «Ti faccio vedere una cosa».
Tanto bastò per incuriosire il piccolo e farlo desistere. Prese un pezzo di carbone spento da un lato del fuoco e disegnò su un vecchio tavolato appoggiato alla parete una figura che voleva assomigliare a un cervo.
«Vuoi vedere che lo prendo?», lo sfidò riprendendo il suo coltello e soppesandolo con la mano.
Tutta la famiglia a quel punto s’incuriosì per quella inattesa dimostrazione. Matilde tenne il figlio attaccato al vestito, mentre Ruggero andava con gli occhi dal coltello al disegno e viceversa.
Partì un lancio rapido e deciso e il coltello colpì quella figura esattamente dove doveva esserci il cuore.
«Ancora! Ancora!» si mise a strillare il ragazzino divertito e rapito da quella dimostrazione.
«Lascia stare messere Guglielmo», lo esortò la madre.
«Ma no! Accontentiamolo. Dopo però andremo tutti a letto a riposarci. Vero Tuccio?».
Il piccolo si staccò dal vestito della madre e andò ad abbracciare le gambe dell’ospite.
«Ora ti faccio vedere un’altra cosa e il babbo ci aiuterà. Ruggero potete andare a coprire la figura del cervo con quel vecchio panno?».
Obbedì prontamente anche perché era incuriosito e divertito da quella nuova e misteriosa dimostrazione. Coprì il disegno e si rimise accanto alla moglie mentre Guglielmo teneva fermo Tuccio con la mano sinistra. Partì il secondo lancio e il coltello si piantò sul panno e sul legno sottostante. Non ci fu bisogno di dire niente. Ruggero corse prontamente verso la parete, spostò il vecchio panno e…
«Per Domineddio!», sbottò esterrefatto «L’avete colpito nello stesso punto».
«E non solo! Penso di essere capace di prenderlo anche bendato. Proviamo! Poi però andremo a dormire. Vero Tuccio?», lo interrogò nuovamente.
Il piccolo rispose con un sorriso smagliante. Ruggero usò lo stesso vecchio drappo per coprire la vista di Guglielmo.
«Aspettate! Vi dirò io quando coprirmi gli occhi».
Si mise in piedi davanti al disegno allargando lievemente le gambe, aggiustò l’impugnatura del coltello, mosse anche le spalle come se dovesse trovare una sua sistemazione dentro la stanza, infine chiese di essere bendato. Nel silenzio generale soppesò il coltello e partì il lancio.
«Preso!», si lasciò scappare Ruggero. «L’avete preso di nuovo! È incredibile, non avevo mai visto una cosa così».
«E ora andiamo a letto», concluse. «Io mi alzerò alla seconda ora per pregare le lodi mattutine. Cercherò di non disturbarvi. Lo farò in silenzio. Ci vedremo domani mattina al sorgere del sole e voi Ruggero, mi farete sapere se siete interessato ad acquistare quelle pergamene che tengo nascoste a casa mia».
Serbando negli occhi la prova di maestria nel lancio del coltello, tutta la famiglia si avviò alla stanza superiore arrampicandosi per la ripida scala in legno. All’ospite, in segno di rispetto, riservarono la stanza con il focolare e un giaciglio posticcio fatto con un cumulo di paglia pulita.
Tuccio fece appena in tempo a orinare nel pitale. Con la testa dondolante per il gran sonno, cadde addormentato all’istante. Ruggero e Matilde lo misero in mezzo tra di loro per tenerlo al caldo dato che la stanza a tetto era fredda come il marmo. Dopo alcuni momenti arrivò alle loro orecchie il distinto russare dell’ospite. Ruggero spostò il figlio di lato e avvicinò la bocca alle orecchie della moglie facendole con l’indice il segno del silenzio.
«Che dici? Ci devo andare a vedere quelle pergamene?», bisbigliò.
Matilde allargò le braccia e sgranò gli occhi.
«Certo che è strano quest’uomo», proseguì cercando di parlare più basso possibile. «Dice che fa il contadino e non ha le mani di un contadino. Prega e digiuna più di un eremita e non è un religioso. Hai visto come maneggia il pugnale? Dove avrà imparato? Certo se possiede quello che ha detto. Un libro sul Prete Gianni, una pergamena commissionata da un papa, forse meriterebbe almeno vedere… Che pensi?».
Matilde si spostò avvicinando lei la bocca ai suoi orecchi.
«Perché vuoi il mio assenso? Ti conosco bene, hai già deciso. Sei incuriosito e vuoi vedere quelle pergamene. Vai pure, tanto con questo gelo non potrai lavorare. Prima parti, prima tornerai».
*******
Guglielmo era già in piedi. Fin dal cuore della notte, dopo le laudi mattutine, aveva provveduto a ravvivare il fuoco e a cucinare nel paiolo delle castagne secche lessate in acqua e latte.
Fu una piacevole sorpresa per Ruggero e la sua famiglia che, scendendo giù per la scala, trovarono la tavola già apparecchiata.
«L’ho fatto per voi. Spero siate contenti. Allora Ruggero, partirete con me?».
Il giovane dopo aver guardato la moglie, annuì.
«Sono contento che abbiate deciso di venire. Sono certo che non ve ne pentirete. Tre, quattro giorni, e poi, con l’aiuto della mia cavalla saremo vicino all’abbazia di Sant’Antimo. Tempo una settimana, sarete di nuovo a casa. Per il viaggio all’andata faremo a turno a stare seduti sulla serpa».
«Che via seguiremo?» domandò Ruggero.
«Quella che ho fatto per arrivare fin da voi, quella che fanno tutti i mercanti e pellegrini che vanno da Siena verso Roma. Passeremo per il castello di Monteriggioni, poi Siena fino a Buonconvento. Là lasceremo la via Cassia e prenderemo la strada per Montalcino. Dormiremo per tre volte in locande o ostelli. Le giornate sono ancora troppo corte…».
«Per i vestiti? Come mi devo vestire? Fa molto freddo», aggiunse Ruggero preoccupato.
«Una schiavina pesante come la mia andrà benissimo. Sembreremo due veri pellegrini».
*******
Partirono dal Colle di Poggio Bonizio, seguendo l’itinerario annunciato.
Durante il viaggio non furono mai soli, almeno fino a Buonconvento. Camminarono perennemente affiancati da birri, contadini, artigiani, pellegrini con i loro carri e animali, soprattutto da carovane di muli caricati fino all’inverosimile.
Guglielmo si comportò con il rigore e il fervore religioso già mostrato in casa. Si fermava spesso per pregare, in due occasioni fece elemosina a due poveri storpi donando loro quello che sarebbe stato il suo cibo, visitava quasi tutte le chiese incontrate nel percorso. Per la fortuna di Ruggero, almeno l’ultima sera, quando trovarono riparo nell’ospizio di Buonconvento, Guglielmo si concesse della carne accompagnata dal vino anche se in quantità non maggiore di una piccola brocca corrispondente a un’emina.
«Finalmente un po’ di carne!», sbottò Ruggero, «Mi chiedo come potete tenere in piedi codesto corpaccione dandogli solamente verdure e cereali».
«Bastano, bastano», biascicò Guglielmo mentre addentava un pezzo di muso bollito. «Due volte la settimana di carne è più che sufficiente. Domani vedrete la mia fattoria. Lì sì che c’è carne. Sono trenta rubbi di cui la metà è destinata a pascolo». [3]
«E questo che cos’è?», sobbalzò Ruggero stupito per un pezzettino d’osso che gli era caduto sulla testa.
Non ci volle molto a capirne la provenienza perché quell’osso era stato lanciato da un tavolo vicino dove c’erano tre balordi abbondantemente già ubriachi che volevano prendersi gioco di quei due nuovi arrivati.
«Se andate a Roma, portate al papa questa reliquia», sghignazzò uno dei tre lanciando un secondo osso al loro indirizzo. «Ditegli che è una costola di san porco».
Questa volta fu Guglielmo a essere colpito al viso. Lui però non si mosse di un dito.
Tra l’ilarità generale, al loro indirizzo, piovvero pezzi di pane, fave lesse, cucchiai di legno.
I due non reagirono. Ruggero perché intimorito, Guglielmo perché se ne stava con la testa raccolta tra le mani quasi stesse pensando o pregando. Fu a quel punto che quello più rubizzo dei tre si alzò e ponendosi davanti a Guglielmo in segno di sfida e di dileggio, iniziò a mimare gesti osceni toccandosi sul pene.
«Oppure potresti portare questo a Roma. Potresti provare a farlo benedire dal pa…».
Non fece in tempo a finire la parola che Guglielmo lo agguantò per i testicoli con la mano sinistra, mentre con il palmo della destra vibrò un colpo repentino sul naso del malcapitato che stramazzò a terra con il volto madido di sangue. Alla vista del loro compare abbattuto gli altri due si gettarono barcollanti verso il viandante, ma furono entrambi ridotti all’impotenza. Uno stramazzò a terra con un pugno alla tempia, l’altro fu preso per i capelli e tenuto con la faccia tuffata dentro il vassoio dello stufato fin quasi a farlo soffocare.
Ridotti i tre all’impotenza, Guglielmo li prese uno a uno e li scaraventò fuori la locanda. Poi rientrò con calma, si rimise a sedere e, come se non fosse accaduto niente, continuò a mangiare in silenzio.
«Accidenti!», balbettò Ruggero. «Dove avete imparato a combattere così? Non certo a fare il contadino».
«Hanno offeso il papa», fu l’unica cosa che gli rispose quello strano compagno di viaggio continuando a masticare.
2
Domenica 6 febbraio, dintorni dell’abbazia di sant’Antimo
Era il turno di Ruggero di stare seduto sulla serpa e il dondolio del carro che avanzava lentamente tra i campi prigionieri del gelo lo aveva portato quasi ad addormentarsi. Un ooh! indirizzato alla cavalla e il carro fermo, lo distolsero dal suo torpore.
«Siamo arrivati! O volete dormire ancora?».
Ruggero aprì gli occhi e giù nel fondo della valle circondata da colline, gli apparve l’abbazia di Sant’Antimo che rifuggiva dal grigiore dell’inverno mostrandosi con il candore lattato delle sue pietre.
«Bella vero?», commentò Guglielmo alle sue spalle.
Si girò e lo vide in ginocchio che farfugliava qualcosa in latino che doveva essere una specie di ringraziamento.
«Pregate per qualsiasi cosa?».
Guglielmo non raccolse la provocazione e, tirando le redini, rimise in moto il cavallo.
«Le nostre pergamene sono laggiù. Il sole è ancora alto. Le riprendiamo ora e poi andiamo alla fattoria, o andiamo alla fattoria e ritorniamo domani. Con la compieta chiudono tutte le porte».
«Ora, ora», s’impuntò impaziente. «Stasera alla vostra fattoria avremo tutto il tempo di esaminarle».
Man mano che si avvicinavano l’abbazia si mostrò in tutta la sua magnificenza. Era una chiesa in pietra molto grande disposta da levante a ponente e aveva un’abside solenne e maestosa con un altissimo campanile punteggiato da bifore e monofore.
«Tutte quelle costruzioni verso il mezzogiorno cosa sono?»
«Tutto quanto serve a un’abbazia. Vedete il chiostro quadrato? Intorno c’è la sala, il refettorio, la cucina, la sagrestia della chiesa, la foresteria per i viandanti, i magazzini e sopra c’è il dormitorio dei conversi. Dall’altro lato, sopra la sala capitolare, c’è il dormitorio dei monaci. O meglio sarebbe dire c’era perché ora è tutto in abbandono. Non ci sono più monaci dopo i benedettini e i guglielmiti. Ora tutto quello che scorgete è sotto l’autorità del vescovo di Pienza e Montalcino».
Ruggero si passò la mano sulla bocca.
«E prima com’era?»
«Un’abbazia potentissima: possedeva castelli, terreni, mulini, chiese, monasteri e ospedali che andavano da Grosseto fino a Pistoia, passando per Siena e Firenze. Pensate che il priore viveva nel castello di Montalcino. Ora non c’è quasi più nessuno».
«E le nostre pergamene?».
«Le nostre pergamene sono davanti ai vostri occhi, in un posto sicuro. Tra poco le vedrete, ma dovrete aiutarmi a recuperarle».
Guglielmo e Ruggero legarono il cavallo con una lunghina a un anello fissato tra le pietre del campanile, poi si avviarono verso l’ingresso della chiesa.
«Faremo così!», biascicò Guglielmo. «Io distrarrò il frate o i due frati che saranno in chiesa o in sacrestia. Mi conoscono e non sarà difficile. Basterà dire che voglio fare un’offerta e mi seguiranno come le api inseguono il miele. Il terzo frate è anziano e sta spesso rinchiuso dove c’era il dormitorio dei monaci sopra la sala capitolare. Voi vi avvicinerete ai gradini dell’altare maggiore. Sarà facile trovare un’iscrizione. È una carta lapidaria che ricorda un lascito, una donazione elargita all’abbazia dalla famiglia degli Ardengheschi. C’è scritto: In toto regno italico e in tota marca Tusciae. Fin qui tutto chiaro?»
Ruggero annuì.
«Bene!», proseguì. «Esattamente da quella posizione, alzate la testa e cercate il punto dove il Cristo ligneo appeso sopra l’altare sembra guardare. Sarà facile, ha degli occhi grandi che fissano in un’unica direzione. Camminate per pochi passi e vedrete che in quel punto della chiesa ci sono alcuni ossari murati nel pavimento. Uno sembra il più vecchio di tutti e ha le iscrizioni consumate. Con l’aiuto di un coltello rimuovete la lastra. È già smurata e non è pesante, dentro ci sono le pergamene. Prendetele, richiudere la pietra e nascondetele sotto la schiavina. Sarà facile».
«Ma se in chiesa ci fosse qualcuno? È domenica». Si preoccupò Ruggero.
«Nel qual caso aspetteremo che sia vuota o ritorneremo il giorno dopo. Comunque non vi date pena, ormai da quando l’abbazia è in stato di abbandono, gli abitanti dei paesi vicini non si vedono più nemmeno per la messa domenicale».
Tutto andò come aveva pronosticato Guglielmo.
Fu facile per lui condurre i due religiosi fino in sacrestia e intrattenerli per un po’ con la storia di un suo viaggio e la consegna di un’offerta. Ruggero dal canto suo agì indisturbato nella grande chiesa completamente deserta. Nel volgere di pochi attimi, dopo aver individuato l’ossario, tolse la lastra di copertura e prese le pergamene richiudendo tutto alla perfezione. Ci rimase quasi male di non potere trattenersi ad ammirare il Cristo ligneo con quei grandi occhi sbarrati, l’ampio deambulatorio che aveva alle spalle, le tre navate di pietra color dell’alburno e le alte tribune aperte sulla navata centrale con gli affacci segnati dalle grandi bifore. Attraversando di corsa il nartece, si ripromise di ritornarci con calma se mai ne avesse avuto occasione.
«Le avete?», fremette Guglielmo.
«Le ho!», rispose Ruggero sorridente aprendo la schiavina e mostrando le pergamene.
«Allora a casa! Saliamo sul postiglione, tanto non è lontana».
La strada si dipanava tra campi e colline panciute immobili sotto la coltre del gelo e della brina. Il paesaggio era costellato dalle cuspidi scure dei cipressi e ogni tanto s’incontravano branchi di pecore precedute dall’ariete dalle corna ricurve. Quelle greggi brucavano su quella campagna terrigna in cerca dei pochi fili di erba rimasti.
«Dopo quella salita, dopo quella collina, si arriverà alla mia fattoria. Una volta che saremo là, finalmente ci potremo riscaldare".
Sull’ultima salita Guglielmo saltò giù dal postiglione per non affaticare inutilmente la cavalla che sbuffava nuvole di vapore dalle froge dilatate. Raggiunta la sommità si aprì un’ampia pianura e subito davanti Ruggero vide la fattoria di Guglielmo. Il terreno sembrava pettinato da quanto le vigne, i campi da foraggio e gli uliveti erano ordinati. Qua e là s’intravedevano gruppi di buoi e di cavalli al pascolo.
«Bella, vero, la mia fattoria?», esclamò riparandosi gli occhi da un barbaglio di sole. «Venite, entriamo a riscaldarci».
Guglielmo fu subito raggiunto da due villici che gli vennero incontro a passo svelto. Erano due gemelli e si assomigliavano come due gocce d’acqua. Bassi, tarchiati, con i capelli corti come i suoi e due lunghissime barbe che sventolavano fin quasi a toccare terra. Dovevano essere i due servi di cui gli aveva parlato e che lavoravano per lui. Appena lo raggiunsero gli affidò la cavalla perché se ne occupassero.
«Bentornato fratello!», sorrise uno dei due allontanandosi tenendo l’animale per le briglie.
Ruggero rimase colpito da quella familiarità. Come potevano due servi sorridere al loro padrone? Poi uno l’aveva addirittura apostrofato come fratello! Quell’uomo era una fonte continua di misteri.
L’abitazione era tutta in pietra a pianta quadrata con una torre che si alzava dal centro dell’edificio e davanti all’ingresso. C’era uno scampanellio che arrivava da molte direzioni. Ruggero rimase esterrefatto! Erano campanellini che pendevano da dei falli di figure di bronzo. Sulla porta d’ingresso c’era raffigurato un uomo che lottava con il suo fallo gigantesco quasi fosse un nemico nell’atto di aggredirlo. Appesi a quella verga spropositata, alle mani e ai piedi, cinque campanelli che tintinnavano mossi dal vento. A poca distanza, su una mensola murata sopra lo stipite di una finestra, c’era una figura con tre falli e altrettanti campanelli. Uno si allungava tra le gambe, gli altri due venivano fuori dalle orecchie. Ruggero spalancò ancora di più sia gli occhi sia la bocca.
«Sono tintinnabula etruschi», gli spiegò Ruggero con un sorriso malizioso. «Prima gli etruschi, poi i romani li mettevano davanti alle case assieme a una lampada. Avevano una funzione scaramantica. Pensavano che allontanassero gli spiriti maligni e portassero la buona sorte. Del resto il fallo porta o non porta la vita?».
Ruggero superato quello stupore guardò nuovamente la fattoria. L’edificio aveva due rampe di scale che conducevano al piano superiore. Una volta doveva essere stata una fattoria fortificata. L’interno del pian terreno si apriva su una grande sala dalla quale si accedeva ai magazzini, alle cucine e alle stanze della servitù. Sopra c’erano le camere. Sulle mensole e sulle alzate dei mobili appoggiati alle pareti, c’erano vasi scuri di fogge diverse, bacili in terracotta, oggetti e figure di bronzo.
«Sono buccheri e statue etrusche», lo anticipò Guglielmo. «Come vi ho detto acquisto oggetti dai profanatori di tombe che scavano nelle necropoli. Ce ne sono tantissime da qui fino a Chiusi e fino alle porte di Roma. È una brutta cosa lo so anch’io, ma tanto lo farebbero comunque. Meglio che siano conservati al riparo di questo tetto che vadano dispersi. I vasi di bucchero ad esempio. Il più delle volte li rompono, perché pensano che non abbiano alcun valore. Cercano solamente il bronzo o il ferro delle armi».
«Ma le vostre pergamene non sono etrusche, non hanno tantissimi anni».
«Lo so bene», continuò il padrone di casa, «ma i tombaroli sono persone infime che profanano anche tombe recenti. Talvolta spogliano i cadaveri per rivestirci mogli e figli».
«E queste pergamene da dove vengono?».
«Questo non lo so perché chi me le ha date non me lo ha voluto dire in nessun modo. Capirete che scavare nelle necropoli etrusche non interessa a nessuno. Profanare tombe di cristiani per i cimiteri accanto alle chiese li manderebbe in prigione se scoperti».
«Allora le guardiamo subito?» insistette Ruggero con la mano sopra le pergamene.
«E come altrimenti? Non state più nella pelle. Mettiamoci vicino al candeliere, anzi, accendiamone due, così ammirerete la finezza dei particolari».
*******
Guglielmo iniziò da quelle che avevano più fogli.
«Partiamo dalla lettera del Prete Gianni, ma vi avverto che ci vorrà del tempo per spiegarvi il contenuto. Dunque, questa pergamena è una copia originale della lettera che il leggendario Presbiter Iohannes, o Prete Gianni, indirizzò a Manuele I Comneno, imperatore romano d’oriente. Nella lettera il prete Gianni si presenta con il titolo di Dominus Dominantium, Signore dei Signori e addirittura offende l’imperatore di Bisanzio rimproverandolo di essere adorato da dei poveri greci. Graeculi li chiama. È uno che si vanta molto. Si dichiara il più grande dei sovrani esistenti sulla terra e afferma che settantadue re sono suoi tributari. Vedete questa mappa miniata sulla pergamena? Rappresenta il suo regno, che arriva fino al punto dove sorge il sole sino alle tre Indie, dov’è collocata la tomba di san Tommaso apostolo».
«E tutti questi strani animali disegnati?», chiese Ruggero con gli occhi e la mente persi in quelle figure».
«Sono animali e uomini di ogni razza che sono nel suo regno. Ci sono elefanti, cammelli, dromedari, tigri, sciacalli, iene e leoni bianchi e rossi. Ci sono anche altri animali straordinari come merli bianchi e cicale mute, il grifone mezzo leone e mezza aquila. C’è un uccello chiamato fenice e tutti quanti vivono sotto la volta celeste. Poi ci sono altre creature straordinarie. Folletti, nani, i blemmi che sono uomini senza testa e con la faccia e gli occhi sul petto, i sagittari con il corpo di cavallo e il busto umano, i fauni con il corpo umano ma le gambe e la testa a forma di capra, i cinocefali con la testa di cane, i monoculi con un solo occhio come i ciclopi e gli sciapodi con una sola gamba e un piede così grande che quando fa molto caldo e c’è tanto sole, si sdraiano sulla schiena e si fanno ombra».
Ruggero era sempre più affascinato e con la punta dell’indice accarezzava quei preziosi disegni.
«Ma voi come fate a conoscerla così bene questa lettera?».
«L’ho fatta vedere e rivedere a molti. Tutti da anni parlano del regno di Prete Gianni e ogni tanto s’incontrano trascrizioni della sua lettera. Ho ragione di ritenere che queste pergamene siano la trascrizione fedele di quella originale. È per questo che sono convinto che valgano molto denaro e di conseguenza vi ho avvicinato per aiutarmi a venderle».
«Ma sembrano storie incredibili, inventate, fantastiche», accampò Ruggero.
«Forse sì o forse no. Della lettera di Prete Gianni se ne parla da anni in tutta Europa, presso tutte le Corti e anche presso il Papato. Sappiate che il papa Alessandro III, saputo dell’esistenza del suo regno, gli scrisse una lettera e appena tre anni fa, nel 1489, l’attuale re del Portogallo Giovanni II, ha inviato un’ambasceria in Egitto proprio con lo scopo di scoprire e arrivare in quel fantastico paese. Allora, continuo a raccontarvi cosa c’è scritto nelle pergamene?».
Ruggero non rispose neppure tanto era preso dal prenderle e rigirarle tra le mani.
«Qualcuna è stata scritta sul verso del pelo della pelle. Sentite come sono più ruvide? Avrebbero dovuto comprarle da me». Sentenziò con una punta di orgoglio.
«Non vi preoccupate della qualità delle pergamene. Piuttosto ascoltate con attenzione che tipo di uomini abitano laggiù», continuò Guglielmo. «Quando qualcuno muore, i parenti e anche gli estranei lo divorano con avidità. Mangiano solamente carne, sia di animali, ma anche quella umana dei nemici, dei morti e dei feti. Tra quelle popolazioni ci sono anche i Gog e i Magog che il giovane Alessandro Magno fece rinchiudere al di là delle Alpi del Caucaso. Il Prete Gianni si serve di loro quando fa una guerra per sterminare i suoi nemici. Quando hanno divorato tutti i morti e i prigionieri, quei cannibali sono ricondotti nelle loro terre perché non diventino pericolosi anche per i suoi sudditi. Alla fine del mondo, quando ci sarà il Giudizio Universale, tutti quei cannibali saranno annientati da Dio e ridotti in cenere. Ma non ci sono solamente popoli straordinari, anche il regno è pieno di meraviglie. La terra è ricolma di latte e miele e non ci sono serpenti velenosi. Laddove ci sono serpenti, come nelle piantagioni di pepe, le popolazioni, quando i semi giungono a maturazione, danno fuoco per ucciderli e una volta terminato l’incendio li raccolgono con i forconi formando dei mucchi come si fa con la paglia. Poi raccolgono il pepe essiccato che è scambiato con altri generi alimentari. C’è anche una fonte miracolosa che scorre non lontano dal Paradiso Terrestre e chi beve quelle acque potrà sentire un sapore diverso a ogni ora del giorno e della notte, guarendo da ogni malattia e, se vecchio, potrà ringiovanire fino all’età di trentadue anni. Vi piacerebbe Ruggero abbeverarvi a quella fonte?».
Gli stampò un sorriso stropicciato dato che la sua mente era occupata in quel mondo magico.
«Ma ancora migliore per voi, sarebbe vivere nell’isola della manna».
«Quale isola?».
«Quella descritta nella pergamena che tenete in mano. Date qua che ve la leggo».
Guglielmo prese il foglio con attenzione, lo rigirò per il verso giusto e proseguì.
«Nelle parti meridionali del suo regno, vi è un’immensa isola disabitata nella quale Dio fa cadere la manna due volte la settimana. I popoli circostanti senza bisogno di dover lavorare, arrivano e se ne cibano. Quella manna lì è la stessa che mangiarono gli ebrei uscendo dall’Egitto. Chi si nutre di manna campa cinquecento anni. Dopo cento anni bevono l’acqua miracolosa, ringiovaniscono fino a trentadue anni e così via per cinque volte. Alla fine, dopo cinquecento anni, muoiono e non sono seppelliti, ma portati nell’isola della manna e appesi agli alberi. La loro carne non si corromperà e resteranno come vivi, fino al giorno del giudizio, quando risorgeranno per essere giudicati. Quegli uomini, quando sono in vita, sono buoni e non provano né odio, né invidia, non desiderano altre donne se non le proprie mogli».
Guglielmo smise per un attimo il suo lungo racconto e riprese fiato provando a rimettere i fogli nella giusta successione.
«Ecco qua!», continuò con rinnovato vigore. «Non vi ho ancora detto della caverna dei draghi, delle amazzoni e del mare di sabbia. Nel regno del Prete Gianni, all’opposto dell’isola della manna, dunque verso settentrione, c’è un’immensa caverna dove vivono migliaia di draghi che le popolazioni del posto riescono ad ammaestrare. Con incantesimi e stregonerie varie li rendono così mansueti da poter mettere loro morso e sella fino a cavalcarli. Da quel momento in poi sono innocui come pecore e scodinzolano e muovono la testa come cani. Questi draghi e questi ammaestratori sono donati al Prete Gianni che li spedisce in tutte le regioni del mondo per sapere tutto quanto di nuovo accade. Le amazzoni invece sono donne guerriere che possiedono armi d’argento, come d’argento è ogni attrezzo da lavoro. Poiché nella loro terra, completamente circondata da un fiume, non c’è altro tipo di metallo che l’argento. Quelle donne sono così veloci a cavalcare i loro destrieri fatti di terra che, se lanciano una freccia, riescono a riprenderla prima che tocchi terra. Non vivono con i mariti che stanno di là dal fiume. Guai per loro se lo attraversassero, sarebbero uccisi. Solamente le amazzoni ogni tanto possono andare dai mariti e rimanere per quindici giorni. Dopo quegli incontri, quando nascono i figli, a sette anni sono affidati ai padri se sono maschi, se invece sono femmine restano con le amazzoni. Nel fiume delle amazzoni, che vi ho detto circonda la loro terra senza un inizio e una fine, ci sono pesci dalle caratteristiche straordinarie. Oltre a quelli più piccoli che sono mangiati, ce ne sono altri molto grandi che possono essere cavalcati, altri sono simili ad asini che lavorano, arano e seminano la terra, altri pesci infine assomigliano a cani e sono usati nella caccia. Poi c’è la cosa più straordinaria di tutte: il mare di sabbia».
«Un mare di sabbia?» lo interrogò Ruggero che vagava perso con la mente in quel posto fantastico.
«Il mare di sabbia è davvero la cosa più straordinaria che ci sia. Nel mare non c’è una goccia d’acqua ma solamente sabbia, dunque non può essere navigato in nessun modo. Ci sono però delle onde e si gonfia come un mare vero quando è agitato. Nonostante questo sulla riva si possono raccogliere dei pesci gustosi e buoni da mangiare. In questo mare arenoso si riversa un fiume che a sua volta non ha acqua ma trascina pietre preziose. Questo fiume scorre tre giorni la settimana e negli altri quattro resta fermo e diventa attraversabile».
Ruggero dondolava la testa, guardando quando le pergamene, quando il padrone di casa.
Gli sembrava impossibile che su quei pochi fogli, ci fossero scritte tutte quelle cose. Man mano che il racconto andava avanti, aumentò la sua bramosia di averle. Chissà quanti soldi ne avrebbe ricavato.
Guglielmo proseguì il suo racconto ancora per molto rigirando quelle pergamene tra le mani e indicando con l’indice i punti salienti. Quel regno di Prete Gianni sembrava una cornucopia di accadimenti.
Gli raccontò di fiumi sotterranei pieni di pietre preziose, di salamandre che vivevano nel fuoco e secernevano un filo simile alla seta che una volta tessuto avrebbe prodotto vestiti che andavano lavati tra le fiamme, dell’assenzio che scaccia gli spiriti maligni e delle virtù delle dieci pietre magiche che trasformano l’acqua in latte oppure in vino. Alla fine della lettura delle pergamene, entrambi si sentirono spossati.
«Mi sa che l’altra pergamena scritta per il papa la vedremo domani», suggerì Guglielmo.
«Mi sa anche a me», acconsentì Ruggero. «Forse ora sarebbe bene pensare a una bella cena. Con tutto il ben di Dio che avete nei campi là fuori non sarà certo difficile per i vostri servi procurarci del buon cibo».
*******
Per la cena il padrone di casa tornò quel fervente religioso che Ruggero aveva già conosciuto.
Come aveva fatto in precedenza si lavò a fondo le mani, si mise in ginocchio con le palme delle mani aperte verso oriente e iniziò a recitare la sua compieta. Questa volta non era da solo perché fu affiancato da ciascun lato dai due servi gemelli, anch’essi inginocchiati, anch’essi con quella curiosa acconciatura fatta di capelli molto corti e barbe lunghissime. Visti da dietro assomigliavano ai tre Magi in adorazione davanti alla Sacra Famiglia. Anche Ruggero non potette esimersi dall’inginocchiarsi e provare a inserirsi con poco successo nella formula liturgica dell’antifona al Nunc Dimittis. Salva nos, Domine, vigilantes, custodi nos dormientes: ut vigilemus cum Christo, et requiescamus in pace. [4]
Balbettò qualcosa sul Salva nos Domine che era facile da ripetersi, per il resto, fece finta di muovere la bocca.
Quelle dannate preghiere non volevano mai finire. Appena sembrava che avessero terminato, ripartivano con una nuova e nel frattempo i suoi ginocchi erano diventati doloranti. Non riuscì a pensare a Dio a Gesù o alla Madonna. I suoi pensieri continuavano a essere occupati da quel mitico regno, dal Prete Gianni che andava in guerra alla testa di diecimila soldati e centomila fanti, s’immaginava sulla sella di un drago volante o ad ammirare le amazzoni che cavalcavano enormi pesci. Gli sembrava impossibile che esistesse tutto ciò. Eppure aveva appena saputo da Guglielmo che lo stesso re del Portogallo aveva organizzato una missione per contattare Re Gianni che pensavano regnasse dalle parti dell’Etiopia. Se ci credeva un Re a quel regno, perché non doveva crederci lui?
Terminate finalmente le preghiere, Guglielmo bisbigliò qualcosa ai due gemelli e grande fu il suo stupore nel vedere che apparecchiarono la tavola prendendo i vasi etruschi riposti negli scaffali alle pareti. Al centro della tavola misero due grandi crateri di bucchero da usare per il vino e l’acqua.
Davanti a ciascun commensale una specie di mestolo di terracotta nera con un manico ad anello lungo che chiamavano kyathos e che serviva per prendere l’acqua e il vino dai due crateri. Altri vasi con forme diverse servirono per portare olive sott’olio, noci, miele e formaggio ridotto in pezzi. Non doveva essere la prima volta che usavano quelle antiche terrecotte per mangiare, perché usavano con dimestichezza nomi che udiva per la prima volta: kylix, kantharos, oinochoe.
Lo stupore più grande l’ebbe quando si accorse che avevano apparecchiato per quattro.
Come per quattro? Pensò. Un padrone che mangia con i suoi servi.
Guglielmo si accorse del suo stupore per via degli occhi sgranati che andavano dalla tavola apparecchiata quasi fosse un banchetto etrusco di duemila anni prima, fino al numero dei posti dei commensali.
«Vi leggo nel pensiero», arguì Guglielmo appoggiandosi alla tavola. «Non vi dovete preoccupare se questo vasellame viene da delle tombe. Sono passati più di mille anni e di quei corpi non c’è rimasta che polvere. Poi questi vasi li abbiamo già usati decine di volte e sono stati lavati dopo ogni uso con acqua, ranno e foglie di erba vetriola. Li usiamo perché vogliamo dare loro nuova vita, in memoria di quelli uomini ai quali furono destinati. Poiché è un grande sacrilegio profanare le tombe e asportare gli oggetti, usandoli di nuovo, come fecero quei morti al loro tempo, noi pensiamo di riparare a quelle brutte azioni e onorare il loro ricordo».
«Mangiate con i vostri servi?» bisbigliò Ruggero per non essere udito.
«Servi, aiutanti, chiamateli come volete, in ogni caso siamo tutti figli di Dio e dunque fratelli».
Ruggero tacque ma in cuor suo giudicò Guglielmo un uomo veramente singolare.
Possedeva una splendida fattoria di trenta rubbi e la faceva lavorare da due servi gemelli che chiamava fratelli, pregava più di un eremita, si definiva un contadino ma maneggiava il pugnale come un provetto soldato. E poi quelle pergamene che diceva avere acquistato da un tombarolo in cambio di poche libbre di farina di segale. Perché aveva cercato proprio lui per vendergliele? E perché ancora non gli aveva detto da dove provenivano?
Comunque le buone cose servite sulla tavola fugarono per ora i suoi dubbi. Ruggero non si fece pregare e mangiò di tutto un po’. Chi invece si dimostrò molto parco fu Guglielmo e anche i suoi due servi che mangiarono lo stretto indispensabile e bevvero non più della solita emina di vino a testa.
«Che cosa ne fate di tutto il vino che producete se ne bevete così poco?», bofonchiò Ruggero intingendo per l’ennesima volta il suo kyathos nel cratere di bucchero. «Tra l’altro vi devo fare i miei complimenti perché è buonissimo».
«Lo vendiamo in terre lontane», rispose il padrone di casa mentre i due gemelli annuivano senza aprire bocca. «Una parte del vino va a Roma, sul Tevere al porto di Ripa Grande e da lì è trasportato fino a Ostia per essere spedito con le navi. Un’altra parte la spediamo al porto di Talamone con lo stesso destino. Comunque, invece di pensare al vino, cosa pensate di fare con le pergamene? Siete o non siete interessato?».
«Più che interessato sono rimasto sconvolto. Questa lettera del Prete Gianni è un documento raro e prezioso. Vorrete un sacco di denari e io non sono che un povero artigiano che fabbrica e vende pergamene. Mi sa che dovrete trovarvi un altro acquirente più benestante».
«Il denaro è l’ultimo problema», sentenziò Guglielmo. «Anch’io convengo con voi che sono documenti preziosi, ma sono anche pericolosi…».
«Pericolosi?» lo interruppe Ruggero.
«Anche! Ma di questo parleremo domani dopo aver visto l’altra pergamena. Ora pensate a godere della cena. Vi andrebbe di giocare?».
Ruggero lo guardò perplesso. Che domanda strana.
«Che gioco? Dadi?».
«No! No! I dadi sono un gioco del peccato. Vi propongo di giocare come facevano gli etruschi a fine pasto. Giocheremo al kòttabos».
Non aveva ancora finito di parlare che i due gemelli avevano montato un’asta verticale lunga due, tre braccia, appesantita alla base perché stesse in piedi e assottigliata in alto dove terminava con una figurina umana che reggeva un dischetto di metallo in bilico. A metà dell’asta, sotto il piattello, c’era un secondo disco più grande sostenuto da un anello scorrevole.
«Il piatto più grande si chiama manes», spiegò Guglielmo. «Il gioco consiste nel lanciare del vino contro il piattello piccolo in bilico e farlo cadere nel piatto grande sottostante. Il vino va lanciato con la kylix. Fratelli, fate vedere al nostro ospite come si gioca».
I due fecero spostare Ruggero e Guglielmo e si posero ai due lati del tavolo sdraiandosi sulle panche appoggiati sul braccio sinistro. Poi riempirono le kylix di vino e, tenendo infilato l’indice della mano destra in uno dei due manici ad anello, scagliarono il liquido contro il piattello con un particolare movimento del braccio. Il piattello cadde al secondo lancio di uno dei due.
«Volete provare anche voi Ruggero?».
Il giovane si schermì imbarazzato.
«Vi concedo tre lanci», disse Guglielmo divertito. «Se fate cadere il piattello vi regalo le pergamene della lettera del Prete Gianni».
Era una proposta invitante e tanto bastò per convincerlo a provare. Non ebbe successo. A ciascun lancio, la kylix appesantita dal liquido, roteava in basso e il vino invece che partire nell’aria verso il piattello, cadeva sui suoi piedi e sul vestito. La prova terminò malamente tra l’ilarità generale degli altri tre.
«Non ve la prendete», lo confortò il padrone di casa. «All’inizio fanno tutti così. Ora andiamo a dormire, i miei fratelli penseranno a darvi una camicia pulita e a lavare la vostra schiavina bagnata di vino. Messa davanti al fuoco per tutta la notte, la troverete asciutta per domani mattina. Ricordate il nostro programma: dopo le Laudi esamineremo l’altra pergamena e parleremo di affari».
«Anche di quanto sono pericolose», aggiunse il giovane.
«Certo! Ve l’ho promesso un attimo fa. Dormite tranquillo».
La stanza preparata per passare la notte, da sola era più grande di casa sua. Dentro ci trovò un vero letto con un materasso di lana, un braciere acceso, delle coperte di lana grezza, un pitale di ceramica dipinta e un bacile d’acqua per lavarsi. Non ci pensò due volte a rannicchiarsi sotto le coperte dopo averle scaldate sul braciere.
La sua mente sembrava un torrente in piena e nonostante la stanchezza non riuscì a prendere subito sonno. Vedeva le immagini sorridenti di Matilde e del piccolo Tuccio, le sue pergamene da buttare via e la vasca della calce congelata. Poi quelle immagini sfumavano su di lui con il dito infilato nella kylix che si rovesciava il vino sui vestiti. Pensò al Prete Gianni seduto in trono con uno scettro di smeraldo, al mare di sabbia sul quale si dimenavano pesci pronti per essere mangiati e ai Gog e Magog cannibali che lo volevano divorare. Si addormentò pensando ai Blemmi, quegli uomini senza testa e con la faccia stampata sul petto. Gli stavano accanto e gli dicevano di fare attenzione, gli dicevano anche qualcos’altro che non riuscì a capire. Forse sognava già.
(…)
[1] L’anno 1491 è ricordato come una delle annate più gelide. Congelarono l’Arno e tutti i fiumi e i laghi del centro-nord d’Italia. La primavera non fu dissimile e neanche l’estate. All’inizio di giugno nevicò a Bologna e Ferrara. [2] Emina è un’antica unità di misura italica e romana pari a 0,273 lt.[3] Trenta rubbi circa 56 ettari. [4] Salvaci, Signore, quando vigiliamo, custodiscici quando dormiamo: affinché vigiliamo con Cristo, e riposiamo in pace. "