E' nato nel 1951, vive tra l’isola d’Elba e Uzzano Castello, un piccolo comune dell’entroterra toscano. Ha iniziato la sua vita professionale come insegnante poi, per più di trent’anni, ha lavorato come dirigente alla Regione Toscana, occupandosi di sanità, ambiente, programmi comunitari e turismo. Il suo primo romanzo storico
I giorni più belli è stato pubblicato nel 2021 per Newton Compton. Nel dicembre del 2023 ha pubblicato con Amazon Il tesoro degli Arnolfini, un thriller ambientato nelle città di Lucca e Bruges nella seconda metà del 1400. 

A proposito dei romanzi

Perché scrivi romanzi storici?
Alcune ragioni sono scontate. Mi attira il genere letterario e mi piace scoprire pezzi di storia del nostro passato, soprattutto le cronache. Poi c’è il piacere di dare vita e sostanza attraverso la scrittura a persone che non ci sono più oppure che sono frutto della fantasia. Chiunque scriva, in piccolo, è una specie di Dio creatore. Man mano che il racconto si sviluppa crescono anche i personaggi, si fanno più nitidi gli ambienti nei quali si muovono, si arriva a pensare e vivere come loro. In quel lasso di tempo nel quale il romanzo prende corpo, prima di mettere la parola fine, non pensi quasi ad altro e ti dà fastidio qualsiasi distrazione. Per me scrivere è una grande fatica, ma allo stesso tempo è anche una grande gioia.
 

Cosa ti spinge a scrivere? 

Nel mio caso scrivo perché sono convinto che ciò che non si scriva non esista. Il detto latino Verba volant, scripta manent, ha una sua verità intrinseca. È stato così fino a oggi, lo sarà ugualmente in futuro anche se in forme diverse dalla carta stampata. 

 

Come nasce un’idea? 

Non esiste una risposta univoca.  C’è chi scrive partendo da dei vissuti personali, chi perché ama dei generi letterari come a esempio i romanzi gialli o il noir, chi lo fa per nutrire il proprio ego, chi scrive sperando di fare soldi. In ogni caso il presupposto perché ti venga un’idea è di avere tanti elementi di conoscenza. Se conosciamo bene un argomento, le storie e i personaggi verranno da soli. Non lo dico io, l’aveva detto più di duemila anni fa Catone il vecchio. È la legge di Catone. 

 

La legge di Catone? 

Sì, è la legge contenuta nella famosa massima latina “Rem tene, verba sequententur”. “Se conosci le cose, le parole verranno da sole”. Nel nostro caso si può dire che se conosci le cose delle quali vuoi scrivere, la scrittura ti verrà con facilità. 

 

Dunque abbiamo detto quali sono i presupposti, come nasce un’idea. A questo punto inizi a scrivere. Ci sono regole da seguire? 

Ce ne sono molte. Alcune sono più importanti di altre. Ne segnalerei tre: 
1) La regola dell’incipit.
2) come descrivere il personaggio o i personaggi principali.
3) la regola dell’antagonismo. 

 

Partiamo dall’incipit 

È la cosa più difficile. L’inizio di un romanzo è la parte più importante, è il momento chiave. Fino dalla prima pagina devi agganciare il lettore, lo devi interessare, devi fargli capire quello che si troverà davanti. È l’incidente scatenante che lascia intuire conflitti o accadimenti che avranno inevitabili sviluppi nel resto del racconto. Senza quell’aggancio iniziale il lettore non sarà interessato a proseguire nella lettura. L’importanza dell’incipit non vale solamente per i libri, ma conta anche nei film oppure nel giornalismo. Facciamo alcuni esempi partendo dai libri. 

Il più famoso, l’incipit del Canto I dell’Inferno della Divina Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita”. Poche parole iniziali ci fanno capire di colpo l’età del protagonista, il luogo dove si trova, il senso di paura che lo circonda. Ancora poche terzine più avanti e il lettore sarà in grado di capire gli inevitabili sviluppi. 

Esempi ce ne sono a migliaia, tanti quanti sono i romanzi di successo. 

Prendiamone uno attuale di Stephen King nel romanzo Desperation

Oh! Oh!, Gesù! Ma che schifo!” 

“Cosa, Mary, cosa?” 

“Non l’hai visto?” 

“Visto cosa?” 

(…) “Su quel cartello, quello del limite di velocità” 

“E allora?” 

“C’era un gatto morto, Peter! Inchiodato o incollato o che so io” (…) 

Poche parole e il lettore capisce che quel luogo non è un villaggio qualsiasi, ma un posto che non lascia presagire niente di buono. Non a caso qualcuno ha inchiodato un gatto sopra un cartello stradale dove c’è scritto Desperation

 

I personaggi 

In ordine di importanza li metterei secondi. Il protagonista o i protagonisti principali devono essere riconoscibili da subito e devono essere profondamente empatici. Tenaci, risoluti, inflessibili, raccontati a tinte forti che poi magari si capovolgono. Ciò che sembra non è mai ciò che è. Spesso nel racconto si riveleranno l’opposto di quello che sembravano all’inizio. 

 

Al terzo posto hai messo la regola dell’antagonismo. Cos’è? 

Un artificio dello scrivere. Bisogna rendere la vita difficile ai protagonisti, non devono restare tranquilli più di tanto. Dare risalto ai conflitti e alle disavventure aiuta a definirli come forme compiute. 

  

Qual è il tuo rapporto con il lettore? 

Chissà! Mi auguro un rapporto di libertà dove anche il lettore non sia un soggetto passivo ma attivo. 

Ci si riesce se ogni tanto si segue la regola dello“show don’t tell”. Ernest Hemingway disse “Mostra ogni cosa ai lettori, non dir loro nulla” 

Un esempio: si può raccontare che un protagonista è nervoso o triste e in quel caso il lettore assimila passivamente quelle informazioni. 

Oppure posso mostrare una mano tremante (dunque è nervoso) o una lacrima (dunque è triste). In quel caso è il lettore che costruisce in autonomia le sue mappe mentali. 

 

C’è spesso un viaggio nei tuoi racconti 

È vero. Aiuta a scrivere grazie al fatto che cambiano i luoghi, le persone e gli accadimenti. Del resto la vita è essa stessa un viaggio, anche se non ci si muove da casa.  


Poi ci sono le donne. Nei tuoi racconti emergono quasi sempre sugli uomini 

È vero anche questo. I personaggi femminili mi vengono così da soli, non devo neppure pensarci. Sono più forti, più determinate, più passionali, anche più dure degli uomini. 

Non so dirti la ragione. Forse perché ho avuto una madre risoluta, forse per le esperienze positive  con le colleghe che ho incontrato sui luoghi di lavoro o forse più semplicemente perché le donne hanno una piccola marcia in più di noi uomini.